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Autore mons. Luigi Negri Vescovo di San Marino -  Montefeltro

 

 

 

VII ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI MONS. LUIGI GIUSSANI

XXX DEL RICONOSCIMENTO PONTIFICIO DELLA FRATERNITÀ DI

COMUNIONE E LIBERAZIONE

 

PIETRACUTA - 21 FEBBRAIO 2012

OMELIA S. MESSA

SUA ECC.ZA MONS. LUIGI NEGRI

 

Ringraziamo insieme il Signore. Io lo faccio innanzitutto per me ma credo di poterlo fare per ciascuno di voi che è qui e per tutti gli amici che in giro per l’Italia e per il mondo compiono lo stesso gesto che stiamo compiendo noi. Rendiamo grazie al Signore perché nel tempo di questi anni non è prevalso - come spesso succede per la mentalità del mondo che è ancora radicata anche nel cuore e nella coscienza di ciascuno di noi - non è prevalso quel miscuglio di nostalgia e di dolore e insieme l’inevitabile e inesorabile tentazione della dimenticanza. Il Signore non ci ha abbandonato in mano alle nostre misure, il Signore non ci ha fatto sperimentare il vuoto. Il Signore ci ha chiamato a fare un’esperienza che umanamente è incredibile, ma è realissima. Noi abbiamo assistito in questi anni al porsi dentro la nostra vita, in questa compagnia nata dal sacrificio e dalla letizia di don Giussani e che costituisce un luogo assolutamente oggettivo, pieno di grazia e di responsabilità nella Chiesa, abbiamo assistito all’attuarsi della grande certezza con cui la Chiesa accompagna ogni uomo all’incontro con il Padre. La vita non viene annullata, viene soltanto mutata, vita mutatur, non tollitur.


Si apre nel cuore della comunità cristiana una nuova presenza di coloro che, umanamente parlando, non sono più, ma parlando con la logica della verità e della grazia sono presenti in modo nuovo, non meno reale di quando non fossero presenti nelle ore della carne e del sangue, del tempo che passava, delle cose fatte insieme, dei grandi progetti come delle piccole condizioni della vita quotidiana.

 

Che cos’è il tempo che abbiamo vissuto se non il tempo di una più profonda e rinnovata presenza di don Giussani in questa nostra compagnia?

 

Una presenza reale, attuale, una presenza che si impone alla nostra vita e assume, nella nostra compagnia, forme e modi sempre più adeguatamente pertinenti al nostro cammino educativo.

 

Che impressione mi ha fatto, che suggestione profonda leggere le testimonianze di quattro giovani di quattro parti diverse del mondo, che non hanno mai visto don Giussani, che non l’hanno conosciuto, eppure ne sentono la presenza in modo assolutamente oggettivo. “Attraverso i miei amici e Carròn, la sua è una compagnia concreta. Io capisco che senza il suo sì al dono che il Mistero gli ha fatto io non avrei mai incontrato nulla, non avrei questi amici, non sarei così contento”. Una presenza che si impone e che contraddice la stessa logica della fisicità sentono questi nostri amici. Guardo a questi - anche se non li conosco e probabilmente non li conoscerò mai -, guardo a queste testimonianze come una delle più alte testimonianze di autorevolezza che abbia ricevuto in questi oltre cinquant’anni di appartenenza al movimento. Essi riconoscono la sua presenza nei suoi libri che leggono con devozione, nella Scuola di comunità che seguono fedelmente, nell’amicizia, che ricordano benissimo tutti e quattro, esiste così perché è un’amicizia che nasce dal riconoscere Lui. È Cristo all’origine di quest’amicizia. Siamo sconvolti nelle nostre misure fratelli miei, io mi sento sconvolto nella misura perché la sua è una presenza che oggi anima la nostra esistenza e rinnova dentro di essa un insegnamento, senza il quale sarebbe stato impossibile per la maggioranza di noi affermare con dignità la fede e affermarla dentro il mondo, dentro le circostanze concrete, grandi o piccole, dentro le grandi tensioni culturali e sociali che caratterizzano la vita della nostra società, dentro questo faticoso cammino che la Chiesa sta vivendo, non senza difficoltà e incoerenze, per stare al passo al grande problema, al grande compito di una vera evangelizzazione.

 

La sua presenza rinnova la nostra fede, la sua presenza rinnova la certezza che abbiamo ricevuto: una grazia e un compito a cui non possiamo più sottrarci. Questa grazia definisce la nostra identità profonda di fronte al Signore nella Chiesa e per il mondo, e questa identità diviene responsabilità. Innanzitutto, e mi pare il primo grande insegnamento della sua presenza in questi giorni, in queste ore, il primo insegnamento è a ritrovare in lui e attraverso la sua presenza il mistero di Cristo. Lo dicono benissimo questi nostri giovani amici: il mistero di Cristo si rivela a loro attraverso la presenza di Giussani, non c’è rottura! Dentro il Mistero di questa presenza, la sua, emerge con assoluta chiarezza, indiscutibile, oggettiva, la grande Presenza di cui per decenni la sua presenza è stata per la mia vita e per il mio cuore testimonianza. Noi siamo in qualche modo aiutati a riscoprire ogni giorno la presenza di Cristo come il senso ultimo, profondo, definitivo della vita, come la promessa della felicità per questa assolutamente incredibile eppur realissima corrispondenza fra la presenza di Cristo e le esigenze profonde del nostro cuore che con don Giussani abbiamo imparato a leggere, abbiamo imparato a identificare, abbiamo imparato a non abbandonare mai perché chi rinnega l’apertura del suo cuore, il cammino verso la verità, la bellezza e il bene e la giustizia rinnega se stesso e non potrà mai incontrare Dio, o se lo incontra sarà una caricatura del mistero del Padre che rende buone tutte le cose. Ritrovare il Mistero nella presenza di Cristo come centro della vita, Redentore della nostra esistenza, Centro del cosmo e della storia, ritrovarLo in modo da ripartire sempre più profondamente da Lui, e vivere questo nostro essere con Lui come la forma della nostra vita quotidiana. È dentro questa compagnia con Cristo la gioia di una amicizia cristiana che nasce solo perché si riconosce Cristo presente. Se si riconosce Cristo presente si vede fiorire ogni giorno, dal fondo di questa Sua presenza il volto degli amici, che non portano soltanto le caratteristiche umane e storiche della loro vita ma portano innanzitutto il segno d’essere presenze del Signore.

 

Questi due grandi assi della nostra esistenza si rinnovano, questa sera, nella coscienza e nel cuore nostro perché ci arrendiamo all’azione che lo Spirito Santo ha realizzato in noi e fra di noi. Dentro questa presenza nuova, diversa ma non meno reale di quella che abbiamo amato e gustato e vissuto per anni e anni della nostra vita, dentro questa presenza nuova, legata direttamente al Mistero della Morte e della Risurrezione del Signore senza nessuna mediazione carnale e fisica, dentro questa presenza nuova noi lo riscopriamo come il grande maestro della nostra fede perché ci ha insegnato Cristo, e lo riscopriamo come il grande padre del nostro cammino quotidiano, perché ci mantiene dentro la nostra compagnia senza illusioni e senza delusioni, senza enfatizzare una compagnia senza Cristo, ma senza rassegnarci alla possibilità di seguire Cristo senza una compagnia reale.

 

Su questi due assi, la nostra vita scorra, fratelli miei, piena di sacrificio e di letizia. Il sacrificio più grande  è quello di superare la propria autonomia intellettuale, per assumere il punto di vista di Dio, come diceva San Paolo, questo punto di vista ci è partecipato solo nella vita della comunità, legata attraverso il vescovo e il Papa all’unica grande Chiesa del Signore.

 

Nella misura di questo sacrificio, si fa esperienza di una letizia e di una pace che il mondo non conosce ma che noi per grazia di Dio conosciamo ogni istante della nostra giornata, ogni istante del nostro cammino dietro al Signore, per maturare con Lui, in Lui e per Lui la vita nuova di anche noi risorti con Lui, per Lui ed in Lui. E così sia.

 

 

AL TERMINE DELLA S.MESSA


 

Ringrazio i sacerdoti, cominciando dal Vicario Generale e da don Gabriele per l’assistenza che dà alla Fraternità, che hanno concelebrato con me questa sera in un momento così significativo affettivamente e culturalmente. Lasciatemi dirvi, cari amici della Fraternità di Comunione e Liberazione, che la nostra Chiesa, ancora potentemente illuminata e in qualche modo sommossa dalla presenza del Santo Padre, si avvia a un cammino di riflessione sul suo insegnamento, e di assimilazione di questo insegnamento, perché possa cambiare l’immagine in meglio, nel senso della verità, della bellezza, le nostre comunità, la nostra comunità diocesana e tutte le articolazioni che di essa vivono, cominciando dalla famiglia, le parrocchie, i gruppi, i movimenti e le associazioni. Date il vostro contributo a questo lavoro, date il vostro contributo reale perché quest’amicizia che abbiamo tentato di rievocare questa sera costituisca davvero il fondo della vostra esperienza quotidiana, e l’offerta che voi fate a tutti, non solo i cristiani ma tutti gli uomini che vi passano accanto, la maggior parte dei quali sembra essere totalmente chiusa, prima che a Dio e a Cristo, alla propria umanità. E sappiate dare quest’amicizia, che sola può rinnovare la vita dell’uomo, perché è solo l’amicizia di Dio, cioè Cristo, l’amicizia in nome Suo, che può rinnovare veramente l’esperienza dell’uomo; sappiate offrire le due caratteristiche che abbiamo imparato da don Giussani, che sono quanto mai attuali. Sappiate dare alla nostra amicizia il volto della capacità di giudizio. La fede ci fa giudicare la vita, le circostanze, i problemi secondo la misura non dei criteri umani ma secondo quella misura “alta” della vita di cui ha parlato fin dalle prime ore dell’inizio del suo pontificato Benedetto XVI.

 

La nostra amicizia ci giudica e giudica, perché ripropone continuamente la verità che è Cristo come criterio di valutazione della realtà. Sappiate anche declinare questa capacità di giudizio come qualcosa che è incredibile eppure realissima: la capacità di misericordia. Spezzare il nesso fra giudizio e carità è uccidere la novità cristiana, riducendola o a ideologia o al sentimentalismo e l’uomo di oggi non ha bisogno né di un’ideologia religiosa acida, aspra, né ha bisogno di un sentimentalismo . Ha bisogno di riprovare nella vita della comunità ecclesiale la capacità di giudizio di chi ha il sentimento di Cristo e la capacità di amare di chi su questo sentimento di Cristo fa fiorire il cuore del sentimento; e il cuore del sentimento si chiama carità, perché Dio non fa la carità, Dio è la carità.

   

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