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Fonte lanuovabq.it 11/10/2015

Autore Giuseppe Zola

Caro direttore,

Sta crescendo nei cristiani coscienti la consapevolezza che il cristianesimo si diffonde con quel metodo che chiamiamo “testimonianza”. Gli ultimi Papi ci hanno tutti richiamato in questa direzione. Mentre l’Isis si propone al mondo di diffondere l’Islam con la forza e con una ferocia inaudita e barbara, il cristianesimo si propone alla libertà di tutti e di ciascuno con la testimonianza di una vita “diversa”. 

 

Mi è capitato di rileggere, in questi giorni, alcuni brani del libro L’attrattiva Gesù del servo di Dio don Giussani, il quale, come al solito, definisce in modo mirabile la testimonianza e l’atteggiamento del testimone, affermando che la vocazione cristiana è quella di «testimoniare a tutto il mondo che affrontare tutte le cose di questo mondo nella memoria di Cristo, è più intelligente e più affettivamente buono, cioè più umano: è una risposta più umana». Questa frase mi ha aiutato a ricordare il nucleo centrale della mia esperienza cristiana, che è dentro questo desiderio insopprimibile di dare ragione di fronte a tutti delle ragioni che rendono evidente l’azione salvifica di Cristo.

Se la testimonianza è al centro dell’esperienza cristiana, essa deve essere vissuta secondo tutte le dimensioni che rendono integrale tale esperienza. Il che significa che testimoniare implica avere inseparabilmente un atteggiamento di cultura, un atteggiamento di carità e un atteggiamento di missione, che mi pare siano state le caratteristiche dei primi apostoli e poi via via di tutti i portatori della buona novella.

Così, il testimone cristiano non può non far trapelare un criterio nuovo che imposta la vita di ogni uomo che voglia essere “migliore”. Come ha scritto ancora don Giussani nel suo primo libretto, se il Verbo si è fatto carne, ciò «significa che la Razionalità che salva l’universo dall’assurdo non è un’idea astratta o un meccanismo, ma una persona, Gesù Cristo. Per chi, nel dare un senso all’universo, prescinde da Gesù Cristo, che ne è la spiegazione ultima,esiste solo- all’ultimo- l’assurdo». Testimoniare, quindi, significa fare almeno intravedere che, qualunque sia la condizione in cui ci si trova, la vita non è solo una mancanza, perché il senso di tutto è venuto per sempre tra di noi. I cristiani, del resto, a mano a mano che si sono moltiplicati, hanno sempre privilegiato una presenza culturale che rendesse evidente a tutto il popolo la grandezza insostituibile di Cristo. Insomma, la testimonianza implica l’esplicitazione di un giudizio, che aiuti chi incontriamo a uscire dall’assurdo.

Questa esplicitazione non si può non accompagnare all’altra dimensione di una vita cristiana, che è la carità e ciò significa condividere la situazione del fratello che si ha davanti. Condividere, con quel giudizio di cui sopra, che faceva dire alla Beata Teresa di Calcutta che in ogni povero lei vedeva direttamente il volto di Gesù. Senza carità, il giudizio diventa pura sociologia, ma senza giudizio la carità diventa solo assistenzialismo e di questo sono capaci (fino ad un certo punto) anche i pagani. E infine, testimoniare significa anche vivere la dimensione missionaria, cioè annunciare, «opportunamente e inopportunamente», che Dio è venuto tra di noi e che quindi la vita di ciascuno di noi può cambiare da subito. Anche in questi tempi così confusi, perchè tanti hanno perso le evidenze elementari della vita, speriamo che lo Spirito ci doni il coraggio di non avere vergogna di Cristo e di annunciarlo testimoniandolo in ogni occasione.

Caro direttore, ti ho scritto queste brevi righe, perché talvolta ho l’impressione che si confonda la testimonianza con una sorta di remissione, che ci dovrebbe rendere timidi e così delicati che il momento dell’annuncio rischia di non arrivare mai. Lo stesso don Giussani, in un altro libro (Affezione e Dimora), afferma: «profeta e testimone è lo stesso: gridare davanti a tutti». Condividere, giudicare, senza paura di annunciare.

   

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