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Fonte lanuovabq.it 03/10/2015

Autore Giuseppe Zola

Caro direttore,

sono reduce da una serie di traslochi e quindi, come è naturale, sono in debito verso il dovere di porre ordine tra le tante cose di una vita che, fortunatamente, non è stata noiosa. In questi giorni, anche grazie ad alcuni amici premurosi, ho ritrovato una citazione del servo di Dio don Luigi Giussani, tratta da un intervento che egli tenne ai responsabili del Sindacato delle Famiglie (Sidef) il 13/6/1993. Segnalo le sue parole, perché mi sembrano molto interessanti, anche perché sono applicabili a molte attuali situazioni, anche diverse da quella che le ha originate.

Penso, ad esempio, all’associazione "Nonni 2.0", che mi vede particolarmente impegnato in questo momento. Ecco tali parole: «Non si può dire amo i miei figli, permettendo alla società di farne man bassa; non si può dire: amo la famiglia, ci tengo alla mia famiglia, permettendo al costume sociale di distruggerla. Occorre il coraggio di difendere questi riferimenti in pubblico associandosi perché senza l’associarsi la debolezza del singolo o del particolare è travolta da qualsiasi forma di potere. Il sindacato delle Famiglie è una carità che si fa a tutta la società e che permane». 

La riscoperta di queste parole mi ha riempito di entusiasmo, anche perché mi hanno ricordato il percorso di una vita “fortunata” perché graziata da un impulso, che dura tuttora, a non “stare mai tranquillo”. Cosicché, di fronte alle esigenze scolastiche dei primi figli, abbiamo dato vita ad esperienze scolastiche per assicurare una educazione degna dei doni ricevuti alle nostre creature; e questo ci ha portato ad una presenza feconda e costruttiva nei vari organismi scolastici. E quando ci siamo accorti della centralità del problema famigliare per tutta la società, abbiamo dato vita al Sidef; ed ora, nella qualità di nonni, alla associazione già citata, anche perché papa Francesco ha detto dei nonni: «avete un grande compito».

Anche per come sono state formulate, le parole di don Giussani compiono una grande unità tra quella che chiamiamo “testimonianza” e quella che possiamo chiamare “dialettica” (oppure “lotta”). Egli parte dalla considerazione che amiamo i nostri figli (testimonianza) per arrivare ad affermare che non possiamo e non dobbiamo lasciarli in balia di una società che tende a farne carne da macello. In questo modo, la testimonianza può, senza soluzione di continuità, diventare “lotta” e quest’ultima, se vissuta per quell’amore, può diventare testimonianza. C’è osmosi tra i due aspetti; anzi, se vivo con Cristo e per Cristo, c’è assoluta unità.

E poi, mi hanno colpito altri due aspetti. Il primo sta nella parola “pubblico”: siamo stati invitati a difendere anche in pubblico le esperienze a cui teniamo e che sono essenziali per la nostra vita, anche perché per l’autenticità di una vita cristiana non si può separare pubblico e privato. Il secondo è costituito dall’invito a mettersi insieme, perché il singolo verrebbe stritolato dal potere. Mi sembra una grande lezione da seguire.

   

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