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Riflessioni di Enrico Maria Radaelli a margine degli Appunti del cardinale Ratzinger

pubblicati sulla rivista Klerusblatt



Il commento del prof. Radaelli al testo del Card. Ratzinger
è riportato in caratteri rossi


Dal 21 al 24 febbraio 2019, su invito di Papa Francesco, si sono riuniti in Vaticano i presidenti di tutte le conferenze episcopali del mondo per riflettere insieme sulla crisi della fede e della Chiesa avvertita in tutto il mondo a seguito della diffusione delle sconvolgenti notizie di abusi commessi da chierici su minori.

 

La mole e la gravità delle informazioni su tali episodi hanno profondamente scosso sacerdoti e laici e non pochi di loro hanno determinato la messa in discussione della fede della Chiesa come tale. Si doveva dare un segnale forte e si doveva provare a ripartire per rendere di nuovo credibile la Chiesa come luce delle genti e come forza che aiuta nella lotta contro le potenze distruttrici.
Avendo io stesso operato, al momento del deflagrare pubblico della crisi e durante il suo progressivo sviluppo, in posizione di responsabilità come pastore nella Chiesa, non potevo non chiedermi – pur non avendo più da Emerito alcuna diretta responsabilità – come a partire da uno sguardo retrospettivo, potessi contribuire a questa ripresa. E così, nel lasso di tempo che va dall’annuncio dell’incontro dei presidenti delle conferenze episcopali al suo vero e proprio inizio, ho messo insieme degli appunti con i quali fornire qualche indicazione che potesse essere di aiuto in questo mo­mento difficile. A seguito di contatti con il Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, e con lo stesso Santo Padre, ritengo giusto pubblicare su “Klerusblatt” il testo così concepito.
Il mio lavoro è suddiviso in tre parti. In un primo punto tento molto breve­mente di delineare in generale il contesto sociale della questione, in mancanza del quale il problema risulta incomprensibile. Cerco di mostrare come negli anni ‘60 si sia verificato un processo inaudito, di un ordine di grandezza che nella storia è quasi senza precedenti. Si può affermare che nel ventennio 1960-1980 i criteri validi sino a quel momento in tema di sessualità sono venuti meno completamente e ne è risultata un’assenza di norme alla quale nel frattempo ci si è sforzati di rimediare. In un secondo punto provo ad accennare alle conseguenze di questa si­tuazione nella formazione e nella vita dei sacerdoti. Infine, in una terza parte, svilupperò alcune prospettive per una giusta risposta da parte della Chiesa.
 
1. Il processo iniziato negli anni ’60 e la teologia morale.
 
1. La situazione ebbe inizio con l’introduzione, decretata e sostenuta dallo Stato, dei bambini e della gioventù alla natura della sessualità. In Ger­mania Kate Strobel, la Ministra della salute di allora, fece produrre un film a scopo informativo nel quale veniva rappresentato tutto quello che sino a quel momento non poteva essere mostrato pubblicamente, rap­porti sessuali inclusi. Quello che in un primo tempo era pensato solo per informare i giovani, in seguito, come fosse ovvio, è stato accettato come possibilità generale.
Sortì effetti simili anche la «Sexkoffer» (valigia del sesso) curata dal governo austriaco. Film a sfondo sessuale e pornografici divennero una realtà, sino al punto da essere proiettati anche nei cinema delle stazioni. Ricordo ancora come un giorno, andando per Ratisbona, vidi che attendeva di fronte a un grande cinema una massa di persone come sino ad allora si era vista solo in tempo di guerra quando si sperava in qual­che distribuzione straordinaria. Mi è rimasto anche impresso nella memoria quando il Venerdì Santo del 1970 arrivai in città e vidi tutte le colonnine della pubblicità tappezzate di manifesti pubblicitari che presentavano in grande formato due persone completamente nude abbracciate strettamente.
Tra le libertà che la Rivoluzione del 1968 voleva conquistare c’era anche la completa libertà sessuale, che non tollerava più alcuna norma. La propensione alla violenza che caratterizzò quegli anni è strettamente legata a questo collasso spirituale. In effetti negli aerei non fu più consentita la proiezione di film a sfondo sessuale, giacché nella piccola comu­nità di passeggeri scoppiava la violenza. Poiché anche gli eccessi nel ve­stire provocavano aggressività, i presidi cercarono di introdurre un ab­bigliamento scolastico che potesse consentire un clima di studio.
 
A mio avviso il cardinale Ratzinger qui addossa alla società civile responsabilità e colpe che purtroppo sono da addebitare prima di tutto alla Chiesa, che nascono cioè anche dalla Chiesa, e precisamente da quei larghi e potenti settori neomodernisti della Chiesa allignati da tempo intorno alla Nouvelle Théologie e di cui lui, riverito professore a Tubinga, accoltili dai suoi cattivi maestri, è stato da sempre un importante elemento di riferimento, settori poi che, con l’avvento di Giovanni XXIII al pontificato, ne hanno preso saldamente le redini.
Ratzinger addossa ai figlioletti le colpe dei genitori, ma non sono i figli che insegnano come comportarsi ai genitori, ma i genitori che lo insegnano ai figli. Se c’è oggi una depravazione morale nella società civile, che ce se lo si nasconda o no (e, sotto la nozione di “diritti inalienabili”, se lo nascondono tutti), lo si deve alla Chiesa, che si è ritirata dall’insegnare, che non crede più in se stessa, in ciò che dice, in ciò che è.
È la Chiesa che si è persa. Il mondo non fa che seguirla.
 
Della fisionomia della Rivoluzione del 1968 fa parte anche il fatto che la pedofilia sia stata diagnosticata come permessa e conveniente.
 
Ma di pedofilia in quegli anni non si parlava affatto: la “rivoluzione sessuale” nei suoi primi due/tre decenni si incentrò, almeno nei suoi risvolti più massmediatici, sui tre grandi filoni della libertà sessuale adulta: promiscuità di coppia, contraccezione, omofilia. Il John Jay College (d’ora in poi JJC) ha pubblicato di recente uno studio sugli abusi sessuali del clero negli Stati Uniti in cui i grafici mostrano che da 50 che erano all’anno nel 1950 salirono con andamento costante a un picco di 750 nell’80 per poi decrescere in caduta libera fino al ’95 ai livelli di partenza, ma di questi andamenti nessuno parlava: tutto era mantenuto estremamente nascosto, e le gerarchie ecclesiastiche erano le prime a insabbiare ogni scandalo di cui si potesse venire a conoscenza. Sarà un caso, ma è proprio negli anni Cinquanta che prese forza nella Chiesa la Nouvelle Théologie, quel coacervo di dottrine svianti e fuorvianti rivitalizzate nel Venti che non fecero altro che smollare la solidità e la ragionevolezza dogmatica. Si scrive Nouvelle Théologie, ma si pronuncia Modernismo.
 
Quantomeno per i giovani nella Chiesa, ma non solo per loro, questo fu per molti versi un tempo molto difficile. Mi sono sempre chiesto come in questa situazione i giovani potessero andare verso il sacerdozio e accet­tarlo con tutte le sue conseguenze. Il diffuso collasso delle vocazioni sa­cerdotali in quegli anni e l’enorme numero di dimissioni dallo stato cle­ricale furono una conseguenza di tutti questi processi.
 
Direi piuttosto che può esserne stata una concausa secondaria, perché collasso vocazionale e dimissioni dallo stato clericale furono generati innanzitutto dalla rinuncia della Chiesa alla sua ingenita e irrinunciabile unicità, quella rinuncia che porterà Papa Wojtyla agli eventi di Assisi, da cui non basterà a Ratzinger una Dominus Iesus per distinguersene, e alla parallela auto-degradazione ecumenista, così da essere da tutti vissuta come una delle tante religioni del mondo. Queste due novità furono promosse dal falso ecumenismo elaborato dal Vaticano II e proprio dalla corrente modernista che vi si impose fin dal Trono più alto e di cui Ratzinger fu da sempre parte attiva come perito del cardinale Frings, uno dei suoi membri promotori più influenti.
La peccaminosa abdicazione dal proprio status, di essere, quella cattolica, l’unica vera religione: questa è la causa dell’abbandono di cui parla il Cardinale. Tutto il resto è a seguire, ma ben a distanza.
 
2. Indipendentemente da questo sviluppo, nello stesso periodo si è verifica­to un collasso della teologia morale cattolica che reso inerme la Chiesa di fronte a quei processi nella società.
 
Ma lui dov’era? Porre la frase con soggetto impersonale è solo un inganno retorico per non riconoscere la realtà, che peraltro chi qui scrive denuncia da decenni. E la realtà è che è la stessa Chiesa che si è resa da se stessa inerme, che ha abdicato a se stessa, e che ciò ha fatto dal 1962, allorché Giovanni XXIII aprì il Vaticano II abdicando alla forma dogmatica che la sua stessa presenza gli imponeva, in conformità ai venti Concili ecumenici precedenti, che per la presenza di un Papa assumevano la forma dogmatica latæ sententiæ affinché, se se ne fosse presentata la necessità, egli potesse disporre del massimo grado di munus docendi, la locutio ex cathedra, come avvenne in diciotto di essi.
E, con maligno suggerimento del card. Suenens, non solo Papa Roncalli aprì il Vaticano II in forma “pastorale” invece che dogmatica come avrebbe dovuto, ma fornì anche la chiave con cui il Concilio doveva svolgersi, proclamando che la Chiesa si sarebbe premurata di abbandonare « le armi del rigore » (dogma, legge, castighi, Inferno eccetera), ponendosi in una prospettiva dove avrebbe regnato unicamente « la medicina della misericordia » (niente dogma, poca legge, zero Inferno eccetera).
Il collasso della teologia morale cattolica nacque da queste due grandi direttrici: una ne era la chiave, l’altra ne garantiva l’utilizzazione, giacché la forma pastorale di magistero avrebbe permesso a Pastori e teologi una libertà di manovra che la forma dogmatica assolutamente escludeva.
È la desistenza dell’autorità. Un peccato d’omissione voluto, studiato a tavolino, ben congetturato, e ciò proprio dalla corrente maggioritaria cripto-modernista dell’allora mons. prof. Ratzinger, al quale nessun Padre conciliare, dei più di duemila presenti, nei più di tre anni in cui si svolse il Concilio, seppe opporsi, non avendolo neanche individuato.
 
Cerco di delineare molto brevemente lo svolgimento di questa dinamica. Sino al Vaticano II la teologia morale cattolica veniva largamente fondata giusnaturalistica­mente, mentre la Sacra Scrittura veniva addotta solo come sfondo o a supporto. Nella lotta ingaggiata dal Concilio per una nuova compren­sione della Rivelazione, l’opzione giusnaturalistica venne quasi comple­tamente abbandonata e si esigette una teologia morale completamente fondata sulla Bibbia.
 
Proprio come i protestanti. Ratzinger dice « giusnaturalisticamente » per non dire come stanno le cose, ossia per non dire quel che avrebbe dovuto dire: non « giusnaturalisticamente », ma dogmaticamente, perché tutti ricordano le dispute estenuanti, svianti e confusionarie durante e dopo il Concilio tra Pastori e teologi osservanti e Pastori e teologi modernisti.
E anche qui il Cardinale si nasconde dietro il soggetto impersonale (« si esigette ») per non dire che tra quelli che esigevano « una teologia morale completamente fondata sulla Bibbia », come dice, e dunque tra chi vinse, c’era anche lui.
 
E la calunniosa bugia del Papa Absconditus contro la Chiesa “preconciliare” non si ferma qui, perché il Cardinale non dice anche cosa significava davvero quella prospettiva apparentemente pregevole, così come prospettata, di perseguire « una teologia morale completamente fondata sulla Bibbia », per di più abbandonando finalmente quella « opzione giusnaturalistica » che tanto sconvenientemente adombrava le fonti scritturistiche cui la Chiesa avrebbe dovuto far ricorso con naturalezza.
L’uso di termini profani nasconde anche all’esimio Autore ciò che lui per primo sa bene, perché lui per primo si è ben guardato di elaborare i suoi testi secondo il prospetto “giusnaturalistico”, che altro non è che quello sollecitato nell’Æterni Patris da Leone XIII con la sollecitazione a privilegiare la Tradizione scolastica tomista e con la Provvidentissimus Deus del Medesimo per saper bene interpretare le Sacre Scritture alla bisogna.
Quando fra poco il Cardinale dirà che « si affermò ampiamente la tesi per cui la morale dovesse essere de­finita solo in base agli scopi dell’agire umano », non avrà fatto altro che completare la sua complessa contraffazione ideologica della realtà esponendone la terza e ultima parte, sempre col suo linguaggio criptico, ma in realtà illustrando il metodo seguito dai novatori, e da lui stesso, e non solo per delineare « una nuova comprensione della Rivelazione » nella teologia morale, ma nella teologia in genere, e il metodo è l’esposizione storicistica della Bibbia, dei suoi punti nodali, dei suoi orizzonti, come si può rilevare bene anche nel suo Introduzione al cristianesimo. Dunque: 1), via la Tradizione (il « giusnaturalismo »); 2), adozione del metodo storicistico (“fondamento esclusivamente Biblico”); 3), relativizzazione valoriale (“utilitarismo comportamentale”). Questa è la « teologia morale completamente fondata sulla Bibbia ». Capito?
 
Ricordo ancora come la Facoltà dei gesuiti di Francoforte preparò un giovane padre molto dotato (Bruno Schüller) per l’elaborazione di una morale completamente fondata sulla Scrittura. La bella dissertazione di Padre Schüller mostra il primo passo dell’elaborazione di una morale fondata sulla Scrittura. Padre Schüller venne poi mandato negli Stati Uniti per proseguire gli studi e tornò con la consapevolezza che non era possibile elaborare sistemati­camente una morale solo a partire dalla Bibbia. Egli tentò successiva­mente di elaborare una teologia morale che procedesse in modo più pragmatico, senza però con ciò riuscire a fornire una risposta alla crisi della morale.
Infine si affermò ampiamente la tesi per cui la morale dovesse essere de­finita solo in base agli scopi dell’agire umano. Il vecchio adagio «il fine giustifica i mezzi» non veniva ribadito in questa forma così rozza, e tut­tavia la concezione che esso esprimeva era divenuta decisiva. Perciò non poteva esserci nemmeno qualcosa dì assolutamente buono né tantome­no qualcosa di sempre malvagio, ma solo valutazioni relative. Non c’era più il bene, ma solo ciò che sul momento e a seconda delle circostanze è relativamente meglio.
 
Fino alla conciliare Gaudium et Spes era chiaro che:
 
- i rapporti sessuali erano leciti solo all’interno del matrimonio e a condizione che fossero aperti alla trasmissione della vita, infatti si chiamavano “rapporti coniugali”;
 
- per quanto riguarda le finalità del  matrimonio, esse consistevano innanzitutto nella procreazione ed educazione della prole, in ordine al fine da prepararla a Dio, fine ultimo dell’uomo; in subordine a ciò, nella mutua assistenza e affettività, tese a permettere, a proteggere e a raggiungere il migliore perseguimento di detto fine.
 
Invece nella Gaudium et Spes i due fini vengono posti a pari livello e anzi quello ‘unitivo’ è menzionato prima del ‘procreativo’. Ciò che segue qui nella trattazione di Ratzinger  è la conseguenza della nuova visione della sessualità. Se non vi fosse stato questo ribaltamento di prospettiva nei documenti conciliari Paolo VI non avrebbe sentito la necessità di scrivere in seguito l’Humanae Vitae, né si sarebbero avuti tutti i terremoti dottrinali che sappiamo e che hanno preso il nome di “rivoluzione sessuale”, ovvero il cataclisma spirituale e culturale in ordine ai rapporti fuori dal matrimonio, poi al divorzio, all’omosessualità, alla pedofilia e a tutte le corbellerie contro-natura che oggi la società civile sta inventando anche in ordine alla maternità.
 
Sul finire degli anni ’80 e negli anni ’90 la crisi dei fondamenti e della presentazione della morale cattolica raggiunse forme drammatiche. Il 5 gennaio 1989 fu pubblicata la «Dichiarazione di Colonia» firmata da 15 professori di teologia cattolici che si concentrava su diversi punti critici del rapporto fra magistero episcopale e compito della teologia. Questo testo, che inizialmente non andava oltre il livello consueto delle rimo­stranze, crebbe tuttavia molto velocemente sino a trasformarsi in grido di protesta contro il magistero della Chiesa, raccogliendo in modo ben visibile e udibile il potenziale di opposizione che in tutto il mondo anda­va montando contro gli attesi testi magisteriali di Giovanni Paolo II (cfr. D. Mieth, Kölner Erklärung, LThK, VI3, 196).
Papa Giovanni Paolo II, che conosceva molto bene la situazione della teologia morale e la seguiva con attenzione, dispose che s’iniziasse a la­vorare a un’enciclica che potesse rimettere a posto queste cose. Fu pubblicata con il titolo Veritatis splendor il 6 agosto 1993 suscitando violente reazioni contrarie da parte dei teologi morali. In precedenza già c’era stato il Catechismo della Chiesa cattolica (d’ora in poi CCC) che aveva sistematica­mente esposto in modo convincente la morale insegnata dalla Chiesa.
 
Tuttavia il CCC è il primo testo che usa la dizione ‘persona omosessuale’ come se l’omosessualità fosse un attributo connaturato alla persona quando invece è una tendenza che può sfociare in un comportamento. Non sarà l’unico: p. es. nel 2003 fu pubblicato un documento a firma di Papa Giovanni Paolo II e di Joseph Ratzinger in qualità di prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, intitolato Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali.
Questo linguaggio improprio nasconde la realtà, e permette a chi lo elabora di fuggire dalla realtà, di non guardarla più in faccia, ma ciò è un male, e per chi lo fa, e per chi gli è intorno. Esso apre la porta all’accettazione dell’omosessualità come bene in sé, e infatti già in quel documento la giusta e corretta nozione tenuta e sostenuta dalla Chiesa, dai suoi Padri e Dottori omni tempore, sembra del tutto sconosciuta, ma quello omosessuale, spiega san Tommaso d’Aquino in S. Th., II-II, 154,11, come ogni altro atto lussurioso che, ripugnando « alla retta ragione e allo stesso ordine naturale e fisiologico dell’atto venereo proprio della specie umana », è catalogato come peccato contro natura.
Non solo: il CCC, in Italia e nel mondo, ebbe due edizioni tipiche: una prima, del 1992, al cui n. 2358 si legge che « un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta una tendenza omosessuale innata », incorrendo in una plateale contraddizione con gli assunti cattolici, come illustrato da chi scrive nel suo L’omosessualità non è sede di diritto, a partire dalle Sacre Scritture, poi dalla natura dell’uomo, quindi dalle considerazioni sulla meta ultima sua, infine dalla quarta delle cinque certezze o giudizi di esistenza indubitabili e universali cui il filosofo monsignor Antonio Livi ha dato nome Senso comune.
Accortosi dell’errore, i redattori del CCC corsero ai ripari editando una nuova versione nel  1997, in cui il n. 2358 è corretto in: « Un numero non trascurabile di uomini e donne presenta una tendenza omosessuale profondamente radicata. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata », il che è più in linea con gli insegnamenti divini, pur se non esplicita come dovrebbe.
 
Non posso dimenticare che Franz Böckle – allora fra i principali teologi morali di lingua tedesca, che dopo essere stato nominato professore emerito si era ritirato nella sua patria svizzera –, in vista delle possibili decisioni di Veritatis splendor, dichiarò che se l’Enciclica avesse deciso che ci sono azioni che sempre e in ogni circostanza vanno considerate malvagie, contro questo egli avrebbe alzato la sua voce con tutta la forza che aveva. Il buon Dio gli risparmiò la realizzazione del suo proposito; Böckle morì l’8 luglio 1991.
L’Enciclica fu pubblicata il 6 agosto 1993 e in effetti conteneva l’affermazione che ci sono azioni che non possono mai diventare buone. Il Papa era pienamente consapevole del peso di quella decisione in quel momento e, proprio per questa parte del suo scritto, aveva consultato ancora una volta esperti di assoluto livello che di per sé non avevano partecipato alla redazione dell’Enciclica. Non ci poteva e non ci doveva essere alcun dubbio che la morale fondata sul principio del bilanciamento di beni deve rispettare un ultimo limite. Ci sono beni che sono indisponibili. Ci sono valori che non è mai lecito sacrificare in nome di un valore ancora più alto e che stanno al di sopra anche della conservazione della vita fisica. Dio è di più anche della sopravvivenza fisica. Una vita che fosse acquistata a prezzo del rinnegamento di Dio, una vita basata su un’ultima menzogna, è una non-vita. Il martirio è una categoria fondamentale dell’esistenza cristiana. Che esso in fondo, nella teoria sostenuta da Böckle e da molti altri, non sia più moralmente necessario, mostra che qui ne va dell’essenza stessa del cristianesimo.
 
Queste osservazioni vanno senz’altro apprezzate. In esse la cosiddetta “morale di situazione” viene decisamente circoscritta nell’ambito casuistico soggiacente per natura a quello dogmatico. Il sacrificio della propria indipendenza intellettiva è ciò che Romano Amerio definisce « il più grande sacrificio che un uomo possa compiere, superiore anche al martirio fisico » (Stat Veritas. Seguito a Iota unum, Lindau, Torino 2009, Chiosa IV), perché con ciò l’uomo si toglie da sé la propria libertà, quasi fosse la propria testa, e la consegna a Dio.
 
Nella teologia morale, nel frattempo, era peraltro divenuta pressante un’altra questione: si era ampiamente affermata la tesi che al magistero della Chiesa spetti la competenza ultima e definitiva («infallibilità») solo sulle questioni di fede, mentre le questioni della morale non potrebbero divenire oggetto di decisioni infallibili del magistero ecclesiale. In questa tesi c’è senz’altro qualcosa di giusto che merita di essere ulteriormente discusso e approfondito.
 
Assolutamente no: in questa tesi, che il magistero della Chiesa possa essere infallibile (e indefettibile) « solo sulle questioni di fede », a mio avviso non c’è nulla di giusto, neanche uno iota: niente, ma proprio niente può sfuggire nella praxis a una teoresi, a una dottrina, ossia a una questione di fede, sicché nella prassi nulla può sfuggire a una locutio papale di infallibile certezza. Se ci fosse anche una minima possibilità di ciò sarebbe la fine del regno di Cristo come ce lo consegnano le Sacre Scritture, v. p. es. Col 1,16: « Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui: quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili », e per “invisibili” non si devono intendere solo le anime e gli angeli, ma tutte le cose del creato, comprese le idee, le emozioni, i sentimenti eccetera.
La vigna del Signore è circondata da un alto muro di cinta che la protegge da ogni cinghiale e non c’è neanche un ramoscello di vite che, fuoruscendo, possa subirne gli assalti. Lo stesso Ratzinger riconosce in qualche modo la cosa, o almeno ne percepisce l’esigenza, come si arguisce da ciò che segue.
 
E tuttavia c’è un minimum morale che è inscindibilmente connesso con la decisione fondamentale di fede e che deve essere difeso, se non si vuole ridurre la fede a una teoria e si riconosce, al contrario, la pretesa che essa avanza rispetto alla vita concreta. Da tutto ciò emerge come sia messa radicalmente in discussione l’autorità della Chiesa in campo morale. Chi in quest’ambito nega alla Chiesa un’ultima competenza dottrinale, la costringe al silenzio proprio dove è in gioco il confine fra verità e menzogna.
Indipendentemente da tale questione, in ampi settori della teologia mo­rale si sviluppò la tesi che la Chiesa non abbia né possa avere una propria morale. Nell’affermare questo si sottolinea come tutte le affermazioni morali avrebbero degli equivalenti anche nelle altre religioni e che dunque non potrebbe esistere un proprium cristiano.
 
Qui l’Autore scivola con grave naturalezza nell’errore di impostazione messo a capo dell’ecumenismo spurio, quello della sopra vista equipollenza tra l’unica religione reale, che è quella profetata da Mosè, rivelata da Gesù Cristo e insegnata dalla Chiesa e tutte le falsissime nozioni religiose, o, come le chiama Livi in Vera e falsa teologia, Leonardo da Vinci, Roma 2012, « filosofie religiose » che si spacciano per religioni, per reali “legami con Dio”, nelle quali però manca assolutamente proprio l’Oggetto da adorare, o verso cui si debba compiere l’atto di culto posto in essere da chi ha congetturato tali tutte umane nozioni.
 
Ma alla questione del proprium di una morale biblica, non si risponde affermando che, per ogni singola frase, si può trovare da qualche parte un’equivalente in al­tre religioni. È invece l’insieme della morale biblica che come tale è nuo­vo e diverso rispetto alle singole parti.
La peculiarità dell’insegnamento morale della Sacra Scrittura risiede ultimamente nel suo ancoraggio all’immagine di Dio, nella fede nell’unico Dio che si è mostrato in Gesù Cristo e che ha vissuto come uomo. Il Decalogo è un’applicazione alla vi­ta umana della fede biblica in Dio. Immagine di Dio e morale vanno in­sieme e producono così quello che è specificamente nuovo dell’atteggiamento cristiano verso il mondo e la vita umana. Del resto, sin dall’inizio il cristianesimo è stato descritto con la parola hodòs.
La fede è un cammino, un modo di vivere. Nella Chiesa antica, rispetto a una cultura sempre più depravata, fu istituito il catecumenato come spazio di esistenza nel quale quel che era specifico e nuovo del modo di vivere cristiano veniva insegnato e anche salvaguardato rispetto al modo di vivere comune. Penso che anche oggi sia necessario qualcosa di simi­le a comunità catecumenali affinché la vita cristiana possa affermarsi nella sua peculiarità.
 
Anche queste sono tutte affermazioni nettamente cattoliche. Vanno sottoscritte pienamente e senza remora alcuna.
 
II. Prime reazioni ecclesiali.
 
1. Il processo di dissoluzione della concezione cristiana della morale, da lungo tempo preparato e che è in corso, negli anni ‘60 (proprio grazie al Concilio Vaticano II), come ho cercato di mostrare, ha conosciuto una radicalità come mai c’era stata prima di allora. Questa dissoluzione dell’autorità dottrinale della Chiesa in materia morale doveva necessariamente ripercuotersi anche nei diversi spazi di vita della Chiesa. Nell’ambito dell’incontro dei presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo, interessa soprattutto la questione della vita sacerdotale e inoltre quella dei seminari. Riguardo al problema della preparazione al ministero sacerdotale nei seminari, si constata in effetti un ampio collasso della forma vigente sino a quel momento di questa preparazione.
In diversi seminari si formarono club omosessuali che agivano più o meno apertamente e che chiaramente trasformarono il clima nei seminari. In un seminario nella Germania meridionale i candidati al sacerdozio e i candidati all’ufficio laicale di referente pastorale vivevano in­sieme. Durante i pasti comuni, i seminaristi stavano insieme ai referenti pastorali coniugati in parte accompagnati da moglie e figlio e in qualche caso dalle loro fidanzate. Il clima nel seminario non poteva aiutare la formazione sacerdotale. La Santa Sede sapeva di questi problemi, senza esserne informata nel dettaglio. Come primo passo fu disposta una Visita apostolica nei seminari degli Stati Uniti.
Poiché dopo il Concilio Vaticano II erano stati cambiati pure i criteri per la scelta e la nomina dei vescovi, anche il rapporto dei vescovi con i loro seminari era differente. Come criterio per la nomina di nuovi vescovi va­leva ora soprattutto la loro «conciliarità», potendo intendersi natural­mente con questo termine le cose più diverse. In molte parti della Chie­sa, il sentire conciliare venne di fatto inteso come un atteggiamento cri­tico o negativo nei confronti della tradizione vigente fino a quel momen­to, che ora doveva essere sostituita da un nuovo rapporto, radicalmente aperto, con il mondo. Un vescovo, che in precedenza era stato rettore, aveva mostrato ai seminaristi film pornografici, presumibilmente con l’intento di renderli in tal modo capaci di resistere contro un comportamento contrario alla fede. Vi furono singoli vescovi – e non solo negli Stati Uniti d’America – che rifiutarono la tradizione cattolica nel suo complesso mirando nelle loro diocesi a sviluppare una specie di nuova, moderna «cattolicità». Forse vale la pena accennare al fatto che, in non pochi seminari, studenti sorpresi a leggere i miei libri venivano considerati non idonei al sacerdozio. I miei libri venivano nascosti come letteratura dannosa e venivano per così dire letti sottobanco.
 
Il Cardinale si riferisce qui forse al suo molto fuorviante e sviante celeberrimo saggio, pubblicato in Germania giusto nel ’68 col titolo Einführung in das Christentum. Vorlesungen über das Apostolische Glaubensbekenntnis, tradotto per l’Italia con Introduzione al cristianesimo?
Ma, 1), che quella di Introduzione al cristianesimo sia stata considerata una « letteratura dannosa », e, 2), considerare « non idonei al sacerdozio » coloro che la leggevano, era il minimo che si potesse fare, per un libro venduto fin da subito a milioni di copie in tutte le lingue del mondo e tutt’ora nelle librerie malgrado fosse un libro fondato saldamente sul metodo storicistico e si appoggiasse a teorie anticattoliche come il teilhardismo e con tali premesse insegnasse chiaramente una dottrina che più grave non potrebbe concepirsi, una “Redenzione minuscola”, una “Ipo-Redenzione”, o, come l’ho chiamata nel primo e unico libro critico su di esso, Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo (Aurea Domus, Milano 2017), una vera e propria “Evoludenzione”.
 
“Evoludenzione” è la crasi che suggerisco per comprendere la compenetrazione elaborata dal Cardinale per unire la dottrina evolutiva elaborata da Teilhard de Chardin sj, e la Redenzione di nostro Signore: vero ircocervo che raccoglie in un unico sacco una dozzina di potenti punti che non si ha tema di definire, a mio modesto avviso, del tutto ereticali, tra cui la cancellazione dell’Inferno e del Paradiso, e specialmente della realtà di Redenzione come ‘sacrificio di Olocausto’ da pagare a Dio Padre per placare il suo sdegno dovuto al peccato dell’uomo, sdegno che per il prof. Ratzinger comporterebbe una concezione di « un Dio Padre la cui crudeltà » sarebbe « inaccettabile dall’uomo moderno » (nel quale non è difficile riconoscere lui stesso), come ribadì nell’intervista rilasciata a Padre Jacques Servais sj. nel 2016 e pubblicata anche da L’Osservatore Romano.
È evidente anche dalle presenti righe che il loro Autore, a cinquant’anni dalla sua pubblicazione, non si è pentito in nulla di quel suo libro, e il suo rifiuto di riconoscere la dottrina della Redenzione così come l’insegna la Chiesa è a mio avviso oggettivamente un’eresia, e grave anche, e quei professori che ritenevano dannosi i libri del loro collega avevano ben ragione.
Non sarà mai troppo tardivo né inutile un atto del magistero della Chiesa che, per il bene suo e di tutti i fedeli, chiarisca una volta per tutte se i molti testi dell’esimio Cardinale, da Introduzione al cristianesimo alla Dominus Iesus (p. es. i nn. 7,14,17), dalla Spe salvi (nn. 65-7) alla Lumen Fidei, per finire all’Intervista del ’16, in cui il Modernismo à la Teilhard fa da linea direttrice e il cui esito finale è la cancellazione dei punti d’attrito tra Dio e uomo di cui è costellata la Redenzione, sono o non sono testi pericolosi per la fede, per non dire proprio ereticali che di più non si può.
 
La Visita che seguì non portò nuove informazioni, perché evidentemente diverse forze si erano coalizzate al fine di occultare la situazione reale. Venne disposta una seconda Visita che portò assai più informazioni, ma nel complesso non ebbe conseguenze. Ciononostante, a partire dagli anni ‘70, la situazione nei seminari in generale si è consolidata. E tutta­via solo sporadicamente si è verificato un rafforzamento delle vocazioni, perché nel complesso la situazione si era sviluppata diversamente.
 
Il Cardinale a questo punto dovrebbe però anche chiedersi, e non solo lui, come mai gli ordini religiosi ancora stretti alla Tradizione, ossia alla Liturgia impostata da san Pio V, abbiano tutt’ora più vocazioni e queste siano anche più solide e pure.
 
2. La questione della pedofilia è, per quanto ricordi, divenuta scottante solo nella seconda metà degli anni‘80.
 
Dallo studio del JJC riportato all’inizio si evince il contrario (negli Stati Uniti): il picco degli incrementi è raggiunto proprio nel 1980 (750 abusi l’anno); e invece da quel momento il fenomeno è decisamente discendente, e nell’85 è meno della metà (300 l’anno).
 
Negli Stati Uniti nel frattempo era già cresciuta, divenendo un problema pubblico. Così i vescovi chiesero aiuto a Roma perché il diritto canonico, così come fissato nel Nuovo Co­dice, non appariva sufficiente per adottare le misure necessarie. In un primo momento Roma e i canonisti romani ebbero delle difficoltà con questa richiesta; a loro avviso, per ottenere purificazione e chiarimento sarebbe dovuta bastare la sospensione temporanea dal ministero sacerdotale.
Questo non poteva essere accettato dai vescovi americani perché in questo modo i sacerdoti restavano al servizio del vescovo venendo così ritenuti come figure direttamente a lui legate. Un rinnovamento e un approfondimento del diritto penale, intenzionalmente costruito in modo blando nel Nuovo Codice, poté farsi strada solo lentamente.
 
Ma codificare la prassi su una teologia blanda non ha come frutto che una codifica blanda. Dunque finché la teologia non torna nel suo alveo ante-Vaticano II, riconoscendo la necessità di utilizzare « le armi del rigore » che si son dette, a fianco e anzi prima ancora dell’utilizzazione della « medicina della misericordia », la Chiesa continuerà a fuggire dalla realtà, a non riconoscerne i lineamenti e a non saperne identificare le contromisure per sottometterne le terribili forze avverse, che esse siano esogene o intestine.
Questo che compiono in tal modo i suoi Pastori, compreso il più alto, a mio avviso è un grave peccato d’omissione, oltre che, in qualche modo, di distorsione e quindi falsificazione della verità, come vorrei fosse rilevato, se mi si consente, così da venir corretto al più presto, che però è esattamente l’opposto della direzione tenuta ed esasperata da Papa Francesco.
 
Ripeto: è una questione dottrinale, questa, nella quale la chiave interpretativa fornita al Concilio da Papa Giovanni XXIII trova la sua più completa formulazione teoretica proprio nella esposizione che compirà il professor Ratzinger nel suo Introduzione al cristianesimo allorché elaborerà la sua “Evoludenzione” per eliminare i picchi di drammaticità tra Dio e uomo, in primo luogo quello che riguarda lo sdegno e l’ira di Dio Padre per il peccato dell’uomo, placabili solo col sangue di Gesù Cristo.
La Chiesa giovannea del Concilio si identifica e si dispiega teologicamente nella sottile e ben studiata razionalizzazione ratzingeriana di Introduzione, di Spe salvi e di Lumen Fidei: le « le armi del rigore » vengono qui ben spuntate, e chi qui scrive si permette di ritenere che esse siano state ereticamente spuntate, così da sopraffare la giustizia con la bontà. Ma questo è un pessimo servizio fatto dalla Chiesa a se stessa (e al mondo), come si avvidero quei vescovi americani cui accenna Ratzinger.
Ma fino a che non si andrà alla sorgente delle prassi giuridiche blande, si resterà dove si è: in un’eresia di fatto e nel reiterato peccato dei Pastori che l’hanno promossa.
 
A questo si aggiunse un problema di fondo che riguardava la concezione del diritto penale. Ormai era considerato «conciliare» solo il così detto «garantismo». Significa che dovevano esser garantiti soprattutto i diritti degli accusati e questo fino al punto da escludere di fatto una condanna. Come contrappeso alla possibilità spesso insufficiente di difendersi da parte di teologi accusati, il loro diritto alla difesa venne talmente esteso nel senso del garantismo che le condanne divennero quasi impossibili.
 
Ciò dipende in massima parte dall’intenzione dei Pastori modernisti della Chiesa d’oggi, anche Papi, di nascondere a se stessi lo stato di grave peccaminosità in cui essi per primi hanno fatto cadere la Chiesa con i due machiavellici marchingegni illustrati sopra (da « Ma lui dov’era? »).
 
Mi sia consentito a questo punto un breve excursus. Di fronte all’estensione delle colpe di pedofilia, viene in mente una parola di Gesù che dice: «Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare» (Mc 9,42). Nel suo significato originario questa parola non parla dell’adescamento di bambini a scopo sessuale.
Il termine «i piccoli» nel linguaggio di Gesù designa i credenti semplici, che potrebbero essere scossi nella loro fede dalla superbia intellettuale di quelli che si credono intelligenti. Gesù qui allora protegge il bene della fede con una perentoria minaccia di pena per coloro che le recano offesa.
Il moderno utilizzo di quelle parole in sé non è sbagliato, ma non deve occultare il loro sen­so originario. In esso, contro ogni garantismo, viene chiaramente in luce che è importante e abbisogna di garanzia non solo il diritto dell’accusato. Sono altrettanto importanti beni preziosi come la fede. Un diritto canonico equilibrato, che corrisponda al messaggio di Gesù nella sua interezza, non deve dunque essere garantista solo a favore dell’accusato, il cui rispetto è un bene protetto dalla legge.
Deve proteg­gere anche la fede, che del pari è un bene importante protetto dalla legge. Un diritto canonico costruito nel modo giusto deve dunque contenere una duplice garanzia: protezione giuridica dell’accusato e protezione giuridica del bene che è in gioco. Quando oggi si espone questa concezione in sé chiara, in genere ci si scontra con sordità e indifferenza sulla questione della protezione giuridica della fede. Nella coscienza giuridica comune la fede non sembra più avere il rango di un bene da proteggere. È una situazione preoccupante, sulla quale i pastori della Chiesa devo­no riflettere e considerare seriamente.
 
Più che giusto. E allora perché mai non vi ha riflettuto quando era Papa? Ha ricoperto per ventiquattro anni la carica di Prefetto della Sacra Congregazione per la dottrina della fede e per otto quella di Sommo Pontefice. In questi trentadue anni ai vertici della Chiesa cos’ha fatto mai l’ostinato Autore di testi densi di teologumeni modernisti ed ereticali, il cardinale J. Ratzinger, per correggere « una situazione da considerare seriamente »? Si vedrà ora quello che ha fatto.
 
Ai brevi accenni sulla situazione della formazione sacerdotale al mo­mento del deflagrare pubblico della crisi, vorrei ora aggiungere alcune indicazioni sull’evoluzione del diritto canonico in questa questione. In sé, per i delitti commessi dai sacerdoti è responsabile la Congregazione per il clero. Poiché tuttavia in essa il garantismo allora dominava am­piamente la situazione, concordammo con papa Giovanni Paolo II sull’opportunità di attribuire la competenza su questi delitti alla Con­gregazione per la Dottrina della Fede, con la titolatura «Delicta maiora contra fidem». Con questa attribuzione diveniva possibile anche la pena massima, vale a dire la riduzione allo stato laicale, che invece non sa­rebbe stata comminabile con altre titolature giuridiche.
Non si trattava di un escamotage per poter comminare la pena massima, ma una con­seguenza del peso della fede per la Chiesa. In effetti è importante tener presente che, in simili colpe di chierici, ultimamente viene danneggiata la fede: solo dove la fede non determina più l’agire degli uomini sono possibili tali delitti.
La gravità della pena presuppone tuttavia anche una chiara prova del delitto commesso: è il contenuto del garantismo che rimane in vigore. In altri termini: per poter legittimamente comminare la pena massima è necessario un vero processo penale.
E tuttavia, in questo modo si chiedeva troppo sia alle diocesi che alla Santa Sede. E così stabilimmo una forma minima di processo penale e lasciammo aperta la possibilità che la stessa Santa Sede avocasse a sé il processo nel caso che la diocesi o la metropolia non fossero in grado di svolgerlo. In ogni caso il processo doveva essere verificato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede per garantire i diritti dell’accusato. Alla fine, però, nella Feria IV (vale a dire la riunione di tutti i membri della Congrega­zione), creammo un’istanza d’appello, per avere anche la possibilità di un ricorso contro il processo.
Poiché tutto questo in realtà andava al di là delle forze della Congregazione per la Dottrina della Fede e si verifica­vano dei ritardi che invece, a motivo della materia, dovevano essere evi­tati, papa Francesco ha intrapreso ulteriori riforme.
 
Tutto quanto esposto si rivela dunque solo un gran guazzabuglio, che di fatto ha lasciato la situazione com’era, anzi ulteriormente esasperandola. E infatti i trentadue lunghi, inutili, e anzi, per aver lasciato incancrenire la situazione reale e giurisprudenziale, decisamente controproducenti anni ratzingeriani non si sono distinti in niente dai precedenti.
L’accenno che fa il Porporato al rapporto tra colpa e fede non svii le menti, perché egli vede solo la caduta della fede come causa sostanziale della colpa, ma non individua poi l’andamento inverso, per il quale a sua volta la colpa commessa causa una caduta della fede sia nel soggetto che nella società circostante.
In quanto poi all’avvento al Trono di Papa Francesco, di quali riforme parla? Papa Francesco avrebbe forse intrapreso riforme che sbugiardano finalmente gli assunti del Vaticano II e riprendono la strada retta della Tradizione? Ha forse ripristinato l’ordine dei valori stravolto, come si è visto, dalla Gaudium et Spes e non ce ne siamo accorti? Solo il ritorno alla fede ante-Vaticano II potrà riportare la Chiesa nel solco della santità.
 
III. Alcune prospettive.
 
1. Cosa dobbiamo fare? Dobbiamo creare un’altra Chiesa affinché le cose possano aggiustarsi? Questo esperimento già è stato fatto ed è già falli­to.
 
Qui si impone una grave domanda: con le parole « dobbiamo creare un’altra Chiesa », e « questo esperimento è già stato fatto », e ancora: « ed è già fallito », a cosa si riferisce il Cardinale che sta nascosto dietro le mura vaticane come fosse una specie di Super Papa Absconditus? Queste parole sono molto gravi, sono di una gravità inaudita. Come mai nessuno le ha rilevate? Anche se si è dei semplici e miserabili fedeli, si sollecita e si attende al più presto una risposta: un chiarimento dal diretto interessato e un giudizio sul suo dire dai molti Pastori e organi alti e altissimi della Chiesa.
 
Solo l’amore e l’obbedienza a nostro Signore Gesù Cristo possono in­dicarci la via giusta. Proviamo perciò innanzitutto a comprendere in modo nuovo e in profondità cosa il Signore abbia voluto e voglia da noi.
 
Ancora una volta l’anziano cripto-modernista invita a « comprendere in modo nuovo ». Il Cardinale insiste nel perseguire risultati teologicamente, spiritualmente e moralmente positivi perseguendo il metodo che ha portato la Chiesa alla rovina attuale: « comprendere in modo nuovo » è il solito refrain già in voga nel Concilio e che si è visto delineare anche qui l’orizzonte in cui muoversi per raggiungere conclusioni che non si discostino da quelle fissate dall’idolo del Concilio.
E a questo punto, se qualcuno credeva di essere arrivato e di aver anche sorpassato l’occhio dell’incendio ratzingeriano, veniamo al vero clou di tutti gli Appunti del Venerabile Maestro: ci imbattiamo così nel centro propulsore intorno a cui ha posto e fatto girare tutta la sua vita, al cardine intorno a cui ha costruito tutta la sua studiatissima teologia simil-teilhardiana, e, insieme, la sua stessa mitezza, la sua personalità di “pacifico Pastore e Intellettuale di riferimento” fin nei minimi dettagli, così da rappresentare nel comportamento e nell’immagine di sé la propria dottrina, in un vissuto che mostri quanto essa sia fruttuosa per la causa della pace cui l’uomo è sotteso con tutte le sue forze.
 
QUELLA ESPOSTA QUI DI SEGUITO DA JOSEPH RATZINGER
è  LA CHIAVE DI TUTTO IL RATZINGERISMO.
 
La pericope che si vedrà qui di seguito è infatti da leggere sia attraverso le sue parole “fuor d’acqua” che in quelle sommerse, in quelle che non si vedono, che non ci sono, che non compaiono, ma la cui assenza è più rilevante e icastica delle emergenti.
 
In primo luogo direi che, se volessimo veramente sintetizzare al massi­mo il contenuto della fede fondata nella Bibbia, potremmo dire: il Signo­re ha iniziato con noi una storia d’amore e vuole riassumere in essa l’intera creazione. L’antidoto al male che minaccia noi e il mondo intero ultimamente non può che consistere nel fatto che ci abbandoniamo a questo amore. Questo è il vero antidoto al male. La forza del male nasce dal nostro rifiuto dell’amore a Dio. È redento chi si affida all’amore di Dio. Il nostro non essere redenti poggia sull’incapacità di amare Dio. Imparare ad amare Dio è dunque la strada per la redenzione degli uomini.
 
E Gesù Cristo? Dov’è in questa sintesi Gesù Cristo? Può mancare Gesù Cristo in una sintesi della fede cattolica?
No che non può mancare, nemmeno in un’ottica così sfacciatamente buonista ed ecumenista come quella che suggerisce il cardinale Ratzinger.
Infatti, in ancor più estrema sintesi, e sintesi ancor più davvero buonista ma stavolta non affatto ecumenista, dunque che si pone ben più veridicamente tutt’attorno al santo Perno che deve avere al proprio centro, va invece detto: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Abbia cioè, come spiega san Tommaso, lo stesso Dio, che è Egli stesso la “vita eterna”.
È stata rimarcata forse qualche parola del Vangelo? Sì: effettivamente questa sintesi è pari pari Gv 3,16, e possiamo prenderci il lusso di aggiungere le parole di due versetti dopo: Chi crede in Lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. Il Nuovo Testamento è pieno di sintesi del genere.
Ne volete un’altra? « Dio nostro salvatore vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità. Uno solo infatti è Dio e uno solo il mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo [Dio] Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti » (I Tim 2,4-5), cui va aggiunta solo la specifica del sopravisto Gv 3,18 a indicare le due vie che prenderanno gli uomini se crederanno o non crederanno a Cristo.
Oppure, ancor più sintetico: « Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore col quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati. Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù » (Ef 2,4-6), e san Tommaso specifica che « rivivere con Cristo » significa tre cose: essere da Lui giustificati dalla colpa, risorgere con Lui e ascendere al cielo con Lui.
E questo è il punto: non si tratta di fare a gara a chi è più sintetico, ma di fare una sintesi della fede cattolica così come insegnata dalla Chiesa. Dalla Chiesa, Signor Cardinale, e non dalla Bibbia: il “sola Scriptura” lasciamolo agli eretici protestanti, e il cardinale ed ex Papa Joseph Ratzinger sa di certo che abisso c’è tra l’appoggiarsi all’una o invece all’altra origine. Che poi per una sintesi veritiera si prenda in mano la Bibbia, questo è proprio ciò che fa la Chiesa, appoggiandosi poi alla Tradizione per ogni utile specifica, come si è fatto anche qui.
 
E poi, ancora: e il diavolo? E l’Inferno? E il Paradiso? E la Trinità? E la libertà? Dov’è la libertà? E i Sacramenti? Può una sintesi della fede che parla dell’amore di Dio per la sua creatura perdere per strada i Sacramenti e tutta la loro indicibile realtà di ri-unione dell’uomo a Dio e senza i quali non si fa religione?
Infine: è Dio giusto Giudice, sed Giudice? E la legge? E la conversione? Si può essere cristiani senza convertirsi?
Poi si dice che chi qui scrive è troppo critico con un povero e mite Vegliardo che rappresenterebbe anche, persino, l’ultimo baluardo della fede. Ma è proprio perché il sottoscritto sta facendo di tutto per salvarlo dalla sua a mio avviso non ben riposta fede che questa sintesi fatta dal Gran Vegliardo va rigettata fermamente e assolutamente come gravemente mancante e al suo posto ne va esposta una vera, che, come visto, si può mettere insieme già a partire dal Nuovo Testamento.
Il fatto è che da cinquant’anni Joseph Ratzinger, l’uomo Joseph Ratzinger, si è costruito un cattolicesimo a suo metro e misura, un cattolicesimo che gli sta a pennello, che lo ripara come la più ferrea corazza da ogni attacco, da ogni violenza, anche e specialmente da quell’attacco, da quella violenza che nascono dal cuore della dottrina. Sì, perché il cattolicesimo, il cuore del cattolicesimo, nasconde una violenza, un pugno, e questa violenza, questo pugno, secondo Ratzinger dev’essere in tutti i modi snervato, fiaccato, reso inoffensivo.
 
Di cosa si tratta? Si tratta dell’ira di Dio. Essa va sgominata al più presto, e in tutti i modi. È da qui che nasce nella mente del Teologo il suo Einführung in das Christentum. Vorlesungen über das Apostolische Glaubensbekenntnis, tradotto in quel Introduzione al cristianesimo che si è detto.
Il punto decisivo è che secondo Joseph Ratzinger la chiave della religione sarebbe la mitezza, mentre in realtà è tutto il contrario: la chiave della religione è la violenza, come insegna il Maestro: « Il Regno dei cieli si acquista con la forza e i violenti se ne impadroniscono » (Mt 11,12): è precisamente quella violenza che si applica su di sé. Non sugli altri, come invece insegna l’Islamismo, ma su di sé, esclusivamente su di sé: è dunque la croce, il sacrificio di sé, come il Maestro ben precisa: « Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua » (Mt 16,24).
E si noti che intorno a questa chiave, violenza, si dipana tutto il resto: violenza il peccato dell’uomo, violenza il Dio offeso, violenza la necessità di placarlo col dovuto prezzo, violenza il castigo eterno a chi non ci sta, e così via per tutti i picchi di drammaticità di cui è costellata la catena che nasce dalla relazione tra Essenza ed esistenza, Dio e creato, v. Al cuore di Ratzinger, passim, e non mi ripeto.
 
Certo: noi siamo tutti tesi alla mitezza, alla pace in Dio, che è il nostro fine, questo è sicuro, e dunque non si dice che mitezza e pace non siano i valori massimi che sono, e che come tali essi non debbano presiedere come presiedono a ogni nostra azione, la ragione stessa essendo per natura mite, mitissima, operando essa solo in santa pace, tanto che ogni errore, come spiega il Manzoni, è causato solo e proprio dalla violenza su di essa compiuta da un corpo estraneo e pratico che vi si infiltra facendole violenza, ma qui si dice che è la violenza, la forza, l’ardore, il fuoco, a buttare l’uomo prono a chiedere perdono a Dio, in Gesù Cristo che con lo Spirito Santo si incarna e umilia violentemente la propria natura divina, e si dice che se non vi fossero stati, nella storia della salvezza, il castigo, la cacciata dall’Eden, le pene, le penitenze, le sofferenze, l’espiazione, come poi la collera che commina il castigo, il sacrificio di olocausto che placa la collera, la conversione della natura corrotta dal peccato originale eccetera, non avremmo la religione, almeno: non avremmo la religione cristiana, il Cristianesimo.
La chiave data da mitezza si risolve invece nella piattezza teilhardiana: un continuum senza drammi che dal fango ascende a Dio e viceversa, suggellato ratzingerianamente da una nozione di amore da cui è però scavato via l’essenziale, il cuore senza del quale esso perde il suo metro, l’immolazione, che diventa una « crudeltà inaccettabile », così come lo diventano le due vie divise per sempre tra redenti e reprobi.
Le due chiavi, o prospettive teologiche, si oppongono come il giorno e la notte. Una è la chiave che sottende la presenza del dogma e della fede come vissuta dalla Chiesa preconciliare, l’altra è la chiave del Vaticano II, del Ratzingerismo, di tutta la Chiesa postconciliare, in specie dei movimenti tipo Comunione e Liberazione eccetera, fondati sulla “teologia della persona”, come spiego in La Chiesa ribaltata, Gondolin, Verona 2014.
“Mitezza” è la precondizione dell’anima, ma poi l’atto di religione è il sacrificio di sé, la violenza su se stessi, la croce, e la sintesi dottrinale della salvezza, su cui è impostato precisamente il rapporto tra Dio e uomo nella sua valenza più totale, è imperniata sulla violenza, e l’amore è ardente, violento, vivo, non placido, non mite, non senza nemici, perché nella creazione, oltre al bene su cui è fondato Dio, c’è il male, sicché essa è fondata sull’impostazione universale della scelta tra bene e male.
Continua il Cardinale:
 
Se ora proviamo a svolgere un po’ più ampiamente questo contenuto es­senziale della Rivelazione di Dio, potremmo dire: il primo fondamentale dono che la fede ci offre consiste nella certezza che Dio esiste. Un mon­do senza Dio non può essere altro che un mondo senza senso. Infatti, da dove proviene tutto quello che è? In ogni caso sarebbe privo di un fondamento spirituale. In qualche modo ci sarebbe e basta, e sarebbe privo di qualsiasi fine e di qualsiasi senso. Non vi sarebbero più criteri del bene e del male. Dunque avrebbe valore unicamente ciò che è più forte. Il potere diviene allora l’unico principio. La verità non conta, anzi in realtà non esiste. Solo se le cose hanno un fondamento spirituale, so­lo se sono volute e pensate – solo se c’è un Dio creatore che è buono e vuole il bene – anche la vita dell’uomo può avere un uomo.
Così finalmente la frase «Dio è» diviene davvero una lieta novella, pro­prio perché è più che conoscenza, perché genera amore ed è amore. Rendere gli uomini nuovamente consapevoli di questo, rappresenta il primo e fondamentale compito che il Signore ci assegna.
 
Tutto più che giusto. Sarebbe necessario però a questo punto che il Porporato chiarisse come far discendere questa bella e  solida fede in Dio dalle sue affermazioni di un tempo che gridano tutto il contrario, quelle affermazioni  che lui stese per settantatré pagine nel suo Introduzione, di cui qui si danno solo tre miseri esempi tra i tanti: «…il credente può vivere la sua fede unicamente e sempre librandosi sull’oceano del nulla, della tentazione e del dubbio, trovandosi assegnato il mare dell’incertezza come unico luogo possibile della sua fede,… » (p. 37); « È la struttura fondamentale del destino umano poter trovare la dimensione definitiva dell’esistenza unicamente in questa interminabile rivalità fra dubbio e fede, fra tentazione e certezza » (p. 39); « Il credente sperimenterà sempre l’oscura tenebra in cui lo avvolge la contraddizione dell’incredulità, incatenandolo come in una tetra prigione da cui non è possibile evadere,… » (p. 73).
Se il Cardinale non sconfessa, non ritratta, insomma non ritira e corregge a fondo e pubblicamente l’impostazione di un libro tuttora in vendita in tutto il mondo, dunque le cui tesi e impostazioni sono dal suo Autore tuttora controfirmate e convalidate universalmente, tutte le greggi che lo guardano come un faro luminoso di fede e una Polare sicura di dottrina dovranno o chiudere gli occhi e girarsi dall’altra parte, o togliergli l’aura di Sole di cui tanto volentieri lo ricoprono, credendo di aver trovato in lui qualcuno che le protegga da quella specie di cinghiale scatenato e furioso che gli è succeduto sul Trono di Pietro.
 
Una società nella quale Dio è assente – una società che non lo conosce più e lo tratta come se non esistesse – è una società che perde il suo cri­terio. Nel nostro tempo è stato coniato il motto della «morte di Dio». Quando in una società Dio muore, essa diviene libera, ci è stato assicurato. In verità, la morte di Dio in una società significa anche la fine della sua libertà, perché muore il senso che offre orientamento. E perché vie­ne meno il criterio che ci indica la direzione insegnandoci a distinguere il bene dal male. La società occidentale è una società nella quale Dio nella sfera pubblica è assente e per la quale non ha più nulla da dire. E per questo è una società nella quale si perde sempre più il criterio e la misura dell’umano. In alcuni punti, allora, a volte diviene improvvisa­mente percepibile che è divenuto addirittura ovvio quel che è male e che distrugge l’uomo. È il caso della pedofilia. Teorizzata ancora non tempo fa come del tutto giusta, (da chi?) essa si è diffusa sempre più. E ora, scossi e scandalizzati, riconosciamo che sui nostri bambini e giovani si commet­tono cose che rischiano di distruggerli. Che questo potesse diffondersi anche nella Chiesa e tra i sacerdoti deve scuoterci e scandalizzarci in misura particolare.
Come ha potuto la pedofilia raggiungere una dimensione del genere? 
 
Ma anche l’omosessualità. Come hanno potuto tanto espandersi, tutte le perversioni umane legate all’omosessualità, oggi dilagate nella società in ogni dove, fino a toccare la purezza dei bambini? Dov’è e dov’è stato il Magistero della Chiesa tanto seccamente auto-decapitatosi quel fatidico 11 ottobre 1962?
 
In ultima analisi il motivo sta nell’assenza di Dio.
Anche noi cristiani e sacerdoti preferiamo non parlare di Dio, perché è un discorso che non sembra avere utilità pratica. Dopo gli sconvolgimenti della Seconda guerra mondiale, in Germania avevamo adottato la nostra Costituzione dichiarandoci esplicitamente responsabili davanti a Dio come criterio guida.
 
Anche questa è cosa più che giusta: anche Amerio era convinto che sopra le Costituzioni degli Stati, e a indicar loro le direttrici da perseguire per i popoli su cui ponevano gli ordinamenti, dovesse esservi la legge naturale, la legge di Dio.
Naturalmente, nessuna delle due formule – “legge naturale” o “Dio” – è sufficiente a garantire la giusta e corretta realizzazione della cosa, ma entrambe esprimono il principio da perseguire: sopra le leggi e gli ordinamenti che si dà l’uomo non può non esserci la Polare divina, se pur ben distinta da essi, ma chiara e precisa, e la Polare può essere solo quella cattolica del Dio uno e trino, e ciò, ovviamente, soltanto perché Esso è l’unica realtà: dunque il Papa dà l’autorità all’Imperatore, per così dire, distinguendosene e standovi come a fianco, ma un gradino sopra, così aprendone gli orizzonti ultraterreni, ai quali l’Imperatore ha il compito di portare la societas umana che per grazia di Dio e proprio e solo per quel fine egli Imperatore governa.
Ho detto “Imperatore”, ma si intende qualsiasi ente cui la società ritiene affidare il perseguimento del proprio bene materiale, popolo o altro che sia.
 
Mezzo secolo dopo non era più possibile, nella Costituzione euro­pea, assumere la responsabilità di fronte a Dio come criterio di misura. Dio viene visto come affare di partito di un piccolo gruppo e non può più essere assunto come criterio di misura della comunità nel suo complesso. In questa decisione si rispecchia la situazione dell’Occidente, nel quale Dio è divenuto fatto privato di una minoranza.
Il primo compito che deve scaturire dagli sconvolgimenti morali del no­stro tempo consiste nell’iniziare di nuovo noi stessi a vivere di Dio, rivol­ti a lui e in obbedienza a lui. Soprattutto dobbiamo noi stessi di nuovo imparare a riconoscere Dio come fondamento della nostra vita e non ac­cantonarlo come fosse una parola vuota qualsiasi. Mi resta impresso il monito che il grande teologo Hans Urs von Balthasar vergò una volta su uno dei suoi biglietti: «Il Dio trino, Padre, Figlio e Spirito Santo: non presupporlo, ma anteporlo!». In effetti, anche nella teologia, spesso Dio viene presupposto come fosse un’ovvietà, ma concretamente di lui non ci si occupa. Il tema “Dio” appare così irreale, così lontano dalle cose che ci occupano. E tuttavia cambia tutto se Dio non lo si presuppone, ma lo si antepone. Se non lo si lascia in qualche modo sullo sfondo ma lo si riconosce come centro del nostro pensare, parlare e agire.
 
Ottimo. Anche al pur molto modernista e molto discutibile Padre von Balthasar sj. non mancarono intuizioni notevoli: qui sollecita un’azione sacrosanta, da condividere pienamente, e il cardinale Ratzinger fa benissimo a riproporla. “Deus Trinitas first”: “Dio Trinità prima di TUTTO”. Sarà solo con una fede in Dio che ascenda fortemente da tutta la società civile che Dio placherà il suo sdegno verso il mondo e lo tornerà a ricolmare dei suoi doni.
Ma ciò è cosa che passa attraverso il previo ritorno della Chiesa al Dogma e alla Liturgia del Dogma. Senza di ciò, niente pace, niente benessere, niente felicità, e naturalmente niente Dio.
 
2. Dio è divenuto uomo per noi. La creatura uomo gli sta talmente a cuore che egli si è unito a essa entrando concretamente nella storia. Parla con noi, vive con noi, soffre con noi e per noi ha preso su di sé la morte. Di questo certo parliamo diffusamente nella teologia con un linguaggio e con concetti dotti. Ma proprio così nasce il pericolo che ci facciamo si­gnori della fede, invece di lasciarci rinnovare e dominare dalla fede.
Consideriamo questo riflettendo su un punto centrale, la celebrazione della Santa Eucaristia. Il nostro rapporto con l’Eucaristia non può che destare preoccupazione. A ragione il Vaticano II intese mettere di nuovo al centro della vita cristiana e dell’esistenza della Chiesa questo sacra­mento della presenza del corpo e del sangue di Cristo, della presenza della sua persona, della sua passione, morte e risurrezione. In parte questa cosa è realmente avvenuta e per questo vogliamo di cuore rin­graziare il Signore.
 
Al contrario, uno dei risultati più negativi che raggiunse il Vaticano II col suo equivoco, pomposo e del tutto sconveniente Sacrosanctum Concilium, e più ancora con la successiva simil-protestante istituzione del Novus Ordo Missæ, dispoticamente imposta da Paolo VI malgrado fosse del tutto disallineata persino con le già fuorvianti indicazioni conciliari, fu proprio la più potente caduta di adorazione di Dio mai avvenuta nella storia.
Questa disadorazione fu condotta con metodi subdoli, per i quali le Messe celebrate col nuovo Rito non possono non essere riconosciute sia valide sul piano liturgico che legittime su quello giuridico, come dovettero convenire anche i cardinali Bacci e Ottaviani nel loro rigoroso e molto sfavorevole Breve esame critico del Novus Ordo Missæ, pur mostrando in se stesse però « un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa ».
 
Ma fu lo stesso cardinale Ratzinger a dare alla Riforma liturgica, con taglienti e ben assestate parole, una meritata e sanguinante staffilata.
Merita riportarne tutta la pur lunga ma esauriente pericope.
Il Porporato infatti, redigendo la Prefazione a un saggio di mons. Klaus Gamber, rilevava: « La riforma liturgica nella sua realizzazione concreta, si è allontanata sempre di più da questa origine (della liturgia gregoriana). Il risultato non è stato una rianimazione ma una devastazione. Da una parte si ha una liturgia degenerata in show, nella quale si tenta di rendere la religione interessante con l’aiuto della stupidità, della moda e di massime morali provocanti, con successi momentanei nel gruppo dei fabbricatori liturgici. Ciò che è accaduto dopo il Concilio significa tutt’altra cosa; al posto della liturgia, frutto di uno sviluppo continuo, è stata messa una liturgia fabbricata. Si è usciti dal processo vivente di crescita e di sviluppo per entrare nella fabbricazione. Non si è più voluto il divenire e la maturazione organica di Dio che vive attraverso i secoli e lo si è sostituito a mo’ della produzione tecnica, con una fabbricazione banale del momento » (Joseph Ratzinger, Prefazione a Klaus Gamber, La réforme liturgique en question, ed. Sainte Madeleine, Le Barroux, 1992).
È necessario a questo punto che si prenda visione di  quattro fatti, di cui i secondi tre sono strettamente attinenti tra loro:
 
- primo), che quest’importante presa di posizione di colui che già allora, ricoprendo la carica di Prefetto del più importante Dicastero vaticano, per autorità era secondo solo al Papa, fu riportata per intero dal sottoscritto nel suo saggio critico sulla conformazione liturgica da Dio alla Chiesa nel suo sviluppo storico, Ingresso alla bellezza (Aurea Domus, Milano 2011). Questo per dire che sono stato sempre ben felice di rilevare, anche in personalità, come il cardinale Ratzinger, segnate per altri versi da pericolosi sviamenti filosofici e dottrinali, ogni loro pensiero che, come quello qui riportato, per la sua esattezza, veridicità e chiarezza potesse far risplendere come merita il Logos divino, Cristo Gesù, di tutti Signore e Re;
 
- secondo), che la stessa persona che nel ’92 scriveva quelle righe sferzanti, vere sciabolate che infilzavano senza pietà il cuore del cuore della Chiesa nella sua realizzazione teoretica e pratica più nociva, sconveniente e indegna di Dio, allorché poi, come Papa, esercitando il munus sanctificandi, ebbe a sua volta la possibilità potente e reale di riportare la Chiesa e il mondo nella realtà, cosa fece? Non diede i colpi finali al liturgico fantoccio! Non ne sotterrò il carapace o cadavere sotto sette metri di terra salata! Non riportò trionfante la Regina sul Trono da cui era stata così vilmente, villanamente e astutamente spodestata! Ma si limitò a permetterle di mettersi, piangente e ginocchioni, a chiedere l’elemosina di un qualche Rito al buon cuore di un qualche vescovino del luogo, che or qui or là potesse esser preso da un minimo di lacrimosa compassione per la miserella, forse e non sempre, anzi quasi mai; una vergogna! Ma come può un Papa che prima accusa la Riforma liturgica di Paolo VI di « devastazione » e di artificiosa « fabbricazione banale del momento », poi però, al momento di poter dare egli stesso le direttive sante, si tira indietro, si rimangia tutto?
Il fatto è che il vecchio professor Ratzinger, anche da Papa, si lasciò frenare dalla sua ecclesiologia deviata, e lasciò, per motivi che sarebbe troppo lungo spiegare qui, ma che si possono leggere nel mio Al cuore di Ratzinger, che la devastazione continuasse a devastare come e più di prima, solo permettendo che, a discrezione degli ordinari locali, si potesse celebrare una qualche Messa pubblica nel Rito prima vietato, e ciò dispose però con ulteriore falsificazione della realtà e commutando l’ordine corretto dei fattori, così denominando Straordinario il Rito universale e santo di sempre, e invece Ordinario il Rito che semplicemente non dovrebbe neppure esistere, cioè proprio quello che lui per primo aveva chiamato “devastatore”; una falsificazione della realtà dopo l’altra, una soperchieria verso Dio dopo l’altra (e fra poco si vedrà anche da cosa è causato tutto ciò);
 
- terzo), che nel frattempo, ossia in un arco di anni spropositato, cioè dal 30 novembre 1969, giusto cinquant’anni fa, nessuno dei diecimila Pastori che si sono avvicendati nella Chiesa in questo mezzo secolo ha voluto giungere alle gravi conclusioni cui pur avrebbero dovuto giungere, nemmeno i sunnominati cardinali Bacci e Ottaviani, tutti comunque, anche questi, genuflessi all’idolo d’oro del Vaticano II, e le gravi conclusioni che avrebbero dovuto compiere sono: tutto questo scempio liturgico di cui con termini appropriati parla anche il cardinale Ratzinger non hanno solo trasformato la Chiesa nel miserabile sarcofago vuoto di se stessa, saccheggiato com’è in un abbrutimento che l’ha avvizzita e incartapecorita che nemmeno la strega con la mela, no, ma hanno causato di più in più, e in primissimo luogo, da cui saccheggio e abbrutimento dipendono, lo sdegno di Dio Padre, la sua ira, la sua più che giusta e santa collera.
Sdegno, ira e collera ben riconosciuti e identificati dagli Apostoli come causa prima della discesa del Figlio di Dio sulla terra: Gv 3,36: « Chi rifiuta di credere nel Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui »; quale ira? L’ira del Creatore per il peccato dell’uomo sua creatura; Rm 5,10: « Quando eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del suo Figlio »; nemici per il peccato che solo la morte per Olocausto di Cristo riscatta; Ef 2,3: « Anche noi tutti, immersi nelle nostre concupiscenze carnali, … eravamo per natura figli dell’ira »; “per natura” a causa del peccato originale trasfuso in noi da Adamo; vale anche qui, da ciò, lo stesso commento a Gv 3,36; Col 1,21-2: « E voi, che già eravate estranei e nemici nella vostra mente e nelle vostre opere malvagie, ora Dio vi ha riconciliati nel corpo di carne di Lui, per mezzo della Sua morte »; vale quanto detto per Ef 2,3; I Gv 4,9-10: « In questo si è manifestato l’amore di Dio verso di noi: che Dio [Padre] ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, affinché noi vivessimo per mezzo di Lui. In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che Dio ha amato noi e ha inviato il suo Figlio per essere l’espiazione per i nostri peccati »;
 
- quarto), che questi sdegno, ira e collera di Dio sono esattamente il punto della dottrina cattolica che Joseph Ratzinger rigetta dal fondo del cuore fin dai tempi in cui preparò il saggio che lo rese famoso dopo le lezioni di Tubinga nel ’68, quel Introduzione al cristianesimo di cui si è detto, rigetto ribadito poi nell’Intervista al Servais del 2016, e, come si è visto, se pur implicitamente, rigetto confermato dal rifiuto che si legge in questi suoi Appunti di riconoscere giusto e necessario il diniego dei suoi colleghi d’università che il suo saggio girasse tra gli studenti e le sue pagine « letteratura dannosa ».
 
Ma largamente dominante è un altro atteggiamento: non domina un nuovo profondo rispetto di fronte alla presenza della morte e risurrezio­ne di Cristo, ma un modo di trattare con lui che distrugge la grandezza del mistero. La calante partecipazione alla celebrazione domenicale dell’Eucaristia mostra quanto poco noi cristiani di oggi siamo in grado di valutare la grandezza del dono che consiste nella Sua presenza reale. L’Eucaristia è declassata a gesto cerimoniale quando si considera ovvio che le buone maniere esigano che sia distribuita a tutti gli invitati a ra­gione della loro appartenenza al parentado, in occasione di feste familia­ri o eventi come matrimoni e funerali.
L’ovvietà con la quale in alcuni luoghi i presenti, semplicemente perché tali, ricevono il Santissimo Sa­cramento mostra come nella Comunione si veda ormai solo un gesto cerimoniale. Se riflettiamo sul da farsi, è chiaro che non abbiamo bisogno di un’altra Chiesa inventata da noi. Quel che è necessario è invece il rinnovamento della fede nella realtà di Gesù Cristo donata a noi nel Sacramento. 
 
Vale qui ciò che si è detto sopra: finché il cardinale Ratzinger non ribadirà le importanti e corrette prese di posizione esposte nella Prefazione al libro del Gamber, abbiamo due Ratzinger: uno da seguire, l’altro da respingere. Lui quale sceglie? E, specialmente: Lui, quale è?
 
Nei colloqui con le vittime della pedofilia sono divenuto consapevole con sempre maggiore forza di questa necessità.
Una giovane ragazza che serviva all’altare come chierichetta mi ha raccontato che il vicario parrocchiale, che era suo superiore visto che lei era chierichetta, introduceva l’abuso sessuale che compiva su di lei con queste parole: «Questo è il mio corpo che è dato per te». È evidente che quella ragazza non può più ascoltare le parole della consacrazione senza provare terribilmente su di sé tutta la sofferenza dell’abuso subìto. Sì, dobbiamo urgentemen­te implorare il perdono del Signore e soprattutto supplicarlo e pregarlo di insegnare a noi tutti a comprendere nuovamente la grandezza della sua passione, del suo sacrificio. E dobbiamo fare di tutto per proteggere dall’abuso il dono della Santa Eucarestia.
 
Mi spiace, ma le espressioni che usa qui il cardinale Ratzinger sono assolutamente inadeguate. In primo luogo raccoglie come un dato di fatto del tutto normale che nell’organico liturgico sia contemplata la figura fuori ogni principio liturgico di “chierichetta”, contraddicendo anche qui quanto detto nella Prefazione al libro di Klaus Gamber sulla  « devastazione » di una « liturgia fabbricata ».
Poi il Porporato si sofferma sulle sensazioni che può provare la donna, e non considera per nulla invece il fatto davvero grave della cosa, ossia che un sacerdote, un consacrato a Dio, compia un tale sacrilegio, un tale delitto, deturpando gravemente ben tre sacramenti: in primo luogo il sacramento dell’Eucaristia, che col suo comportamento infanga sia con l’orrendo atto che poi, e ancor più, con le sacrileghe parole citate; in secondo, il sacramento dell’Ordine, di cui è segno la veste che porta, o che dovrebbe portare visto che di certo non l’indossa più, e che comunque gli avrebbe ricordato che lui non è più del mondo, anche se è nel mondo; infine il sacramento del Matrimonio, nel quale e verso il quale è sottesa la virtù della castità e, nel suo ambito, l’atto d’amore coniugale, che lui infanga così violentemente, brutalmente, spudoratamente. Ma quanti sono gli atti che con tale sconsiderata bestialità si sono perpetrati e si stanno tuttora perpetrando nella Chiesa con furia omicida verso le vittime innocenti e furia più ancora sacrilega verso Dio?
Sì: se si considera che il cardinale Ratzinger è stato per trentadue anni nelle condizioni più propizie per por mano con decisione alle nefandezze dei consacrati al Signore, e malgrado ciò tali nefandezze hanno insozzato le vesti della Chiesa oggi come non mai, sì, effettivamente qui le parole del Cardinale, come le sue inanità di un tempo, le direi decisamente inadeguate.   
 
3. Ed ecco infine il mistero della Chiesa. Restano impresse nella memoria le parole con cui ormai quasi cento anni fa Romano Guardini esprimeva la gioiosa speranza che allora si affermava in lui e in molti altri: «Un evento di incalcolabile portata è iniziato: La Chiesa si risveglia nelle anime».
Con questo intendeva dire che la Chiesa non era più, come prima, semplicemente un apparato che ci si presenta dal di fuori, vissu­ta e percepita come una specie di ufficio, ma che iniziava ad essere sen­tita viva nei cuori stessi: non come qualcosa di esteriore ma che ci toc­cava dal di dentro. Circa mezzo secolo dopo, riflettendo di nuovo su quel processo e guardando a cosa era appena accaduto, fui tentato di capo­volgere la frase: «La Chiesa muore nelle anime».
In effetti oggi la Chiesa viene in gran parte vista solo come una specie di apparato politico. Di fatto, di essa si parla solo utilizzando categorie politiche e questo vale persino per dei vescovi che formulano la loro idea sulla Chiesa di domani in larga misura quasi esclusivamente in termini politici. La crisi cau­sata da molti casi di abuso ad opera di sacerdoti spinge a considerare la Chiesa addirittura come qualcosa di malriuscito che dobbiamo decisa­mente prendere in mano noi stessi e formare in modo nuovo. Ma una Chiesa fatta da noi non può rappresentare alcuna speranza.
Gesù stesso ha paragonato la Chiesa a una rete da pesca nella quale stanno pesci buoni e cattivi, essendo Dio stesso colui che alla fine dovrà separare gli uni dagli altri. Accanto c’è la parabola della Chiesa come un campo sul quale cresce il buon grano che Dio stesso ha seminato, ma anche la zizzania che un “nemico” di nascosto ha seminato in mezzo al grano. In effetti, la zizzania nel campo di Dio, la Chiesa, salta all’occhio per la sua quantità e anche i pesci cattivi nella rete mostrano la loro forza.
Ma il campo resta comunque campo di Dio e la rete rimane rete da pesca di Dio. E in tutti i tempi c’è e ci saranno non solo la zizzania e i pesci cattivi ma anche la semina di Dio e i pesci buoni. Annunciare in egual misura entrambe con forza non è falsa apologetica, ma un servizio necessario reso alla verità.
In quest’ambito è necessario rimandare a un importante testo della Apocalisse di San Giovanni. Qui il diavolo è chiamato accusatore che accusa i nostri fratelli dinanzi a Dio giorno e notte (Ap 12,10).
 
In questo modo l’Apocalisse riprende un pensiero che sta al centro del racconto che fa da cornice al libro di Giobbe (Gb 1 e 2, 10; 42,7-16). Qui si narra che il diavolo tenta di screditare la rettitudine e l’integrità di Giobbe co­me puramente esteriori e superficiali. Si tratta proprio di quello di cui parla l’Apocalisse: il diavolo vuole dimostrare che non ci sono uomini giusti; che tutta la giustizia degli uomini è solo una rappresentazione esteriore. Che se la si potesse saggiare di più, ben presto l’apparenza della giustizia svanirebbe. Il racconto inizia con una disputa fra Dio e il diavolo in cui Dio indicava in Giobbe un vero giusto.
Ora sarà dunque lui il banco di prova per stabilire chi ha ragione. «Togligli quanto possie­de – argomenta il diavolo – e vedrai che nulla resterà della sua devozio­ne». Dio gli permette questo tentativo dal quale Giobbe esce in modo po­sitivo. Ma il diavolo continua e dice: «Pelle per pelle; tutto quanto ha, l’uomo è pronto a darlo per la sua vita. Ma stendi un poco la mano e toccalo nell’osso e nella carne e vedrai come ti benedirà in faccia» (Gb 2,4s). Così Dio concede al diavolo una seconda possibilità. Gli è permesso anche di stendere la mano su Giobbe. Unicamente gli è precluso ucci­derlo. Per i cristiani è chiaro che quel Giobbe che per tutta l’umanità esemplarmente sta di fronte a Dio è Gesù Cristo.
 
Questa lettura “cristica” del celebre libro della Bibbia fa onore al suo Autore, il cardinale Ratzinger, che in tal modo insegna forse anche al cardinale Ravasi qualcosa che in cinquant’anni di esegesi biblica nella mente del Celeberrimo non è mai entrato, vedasi il suo Il libro di Giobbe pubblicato nell’89: Giobbe figura di Cristo! Eminenza, l’avrebbe mai detto? Qui la bella esegesi del Teologo tedesco è esemplare, e lo si ringrazia di aver rimesso le cose come devono essere: le Sacre Scritture sono infatti una specie autobiografia di Cristo scritta prima ancora che poi si svolgesse, e Giobbe ne è un punto chiave.
 
Nell’Apocalisse, il dramma dell’uomo è rappresentato in tutta la sua ampiezza. Al Dio creatore si contrappone il diavolo che scredita l’intera creazione e l’intera umanità. Egli si rivolge non solo a Dio ma soprattutto agli uo­mini dicendo: «Ma guardate cosa ha fatto questo Dio. Apparentemente una creazione buona. In realtà nel suo complesso è piena di miseria e di schifo». Il denigrare la creazione in realtà è un denigrare Dio. Il diavolo vuole dimostrare che Dio stesso non è buono e vuole allontanarci da lui.
L’attualità di quel che dice l’Apocalisse è lampante. L’accusa contro Dio oggi si concentra soprattutto nello screditare la sua Chiesa nel suo complesso e così nell’allontanarci da essa. L’idea di una Chiesa migliore creata da noi stessi è in verità una proposta del diavolo con la quale vuole allontanarci dal Dio vivo, servendosi di una logica menzognera nella quale caschiamo sin troppo facilmente.
No, anche oggi la Chiesa non consiste solo di pesci cattivi e di zizzania. La Chiesa di Dio c’è an­che oggi, e proprio anche oggi essa è lo strumento con il quale Dio ci salva. È molto importante contrapporre alle menzogne e alle mezze verità del diavolo tutta la verità: sì, il peccato e il male nella Chiesa ci sono.
Ma anche oggi c’è pure la Chiesa santa che è indistruttibile. Anche oggi ci sono molti uomini che umilmente credono, soffrono e amano e nei quali si mostra a noi il vero Dio, il Dio che ama. Anche oggi Dio ha i suoi testimoni («martyres») nel mondo. Dobbiamo solo essere vigili per vederli e ascoltarli. Il termine martire è tratto dal diritto processuale. Nel processo contro il diavolo, Gesù Cristo è il primo e autentico testimone di Dio, il primo martire, al quale da allora innumerevoli ne sono seguiti.
 
Abbiamo qui un ottimo esempio della “violenza” come chiave del nostro rapporto con Dio, e Gesù Cristo ne è il modello esemplare. E questa individuazione che il Cardinale compie di Cristo come modello e paradigma di martyr è lontana come il giorno dalla notte dalla figura di Cristo che delinea nel suo Introduzione al cristianesimo, e di ciò ce ne se ne rallegra. Ma allora perché non prenderne le distanze? Perché stupirsi ancor oggi che quel suo libro venisse a suo tempo considerato « letteratura pericolosa » e ne venissero allontanati e dissuasi dalla sua lettura gli studenti seminaristi?
Se Lei, Eminenza reverendissima, avvicina e unisce il concetto di « Gesù Cristo … primo martire » che professa oggi a quello che si legge a p. 221 del libro, dove Lei afferma che « la ‘teoria della soddisfazione’ … sviluppata … da Anselmo di Canterbury … ci appare come un crudele meccanismo per noi sempre più inaccettabile », allora vuol dire che forse siamo a una svolta, e che forse Lei ha abbandonato il molto sviante e diciamo pure ereticale metodo storicistico per preferirgli invece, finalmente,…
Ma è più che probabile che noi ci si stia illudendo, perché in realtà Lei qui ha agganciato il concetto di ‘martyr’, martire, a quello  di ‘testimone’, che è il primo e letterale significato da dare alla parola nella corretta sequela dei suoi significati, il che, ai suoi occhi, salverebbe Gesù Cristo dall’assumere la veste di vero e proprio ‘martire di Dio’ nel senso più ultimo e cruento attribuito poi al termine da sempre (‘martire’ come vittima, testimone, sì, ma fino al sangue), ovvero di primo, santo, unico, e sufficiente ‘prezzo di Olocausto da dare a Dio Padre’, che è giustappunto quel tanto esecrabile concetto che a suo parere metterebbe « in una luce sinistra l’immagine di Dio » (Introduzione, p. 223), ma che però è il concetto pilastro su cui si fonda l’intera fede cattolica, la santa Redenzione.
Ma infine la domanda la si fa: Monsignore, ci dia una risposta: quel tal meccanismo anselmiano che anselmiano non è, è ancora per Lei « sempre più inaccettabile », o ci son delle speranze?
 
La Chiesa di oggi è come non mai una Chiesa di martiri e così testimone del Dio vivente. Se con cuore vigile ci guardiamo intorno e siamo in ascolto, ovunque, fra le persone semplici ma anche nelle alte gerarchie della Chiesa, possiamo trovare testimoni che con la loro vita e la loro soffe­renza si impegnano per Dio. È pigrizia del cuore non volere accorgersi di loro. Fra i compiti grandi e fondamentali del nostro annuncio c’è, nel limite delle nostre possibilità, il creare spazi di vita per la fede, e soprat­tutto il trovarli e il riconoscerli.
Vivo in una casa nella quale una piccola comunità di persone scopre di continuo, nella quotidianità, testimoni così del Dio vivo, indicandoli an­che a me con letizia. Vedere e trovare la Chiesa viva è un compito meraviglioso che rafforza noi stessi e che sempre di nuovo ci fa essere lieti della fede.
Alla fine delle mie riflessioni vorrei ringraziare Papa Francesco per tutto quello che fa per mostrarci di continuo la luce di Dio che anche oggi non è tramontata. Grazie, Santo Padre!

 
*  *  *
 

Conclusioni

 
Questi Appunti sono certamente quello che il cardinale Müller indica come un invito, da parte del cardinale Ratzinger, a Papa Francesco e al sinodo dei presidenti delle Conferenze episcopali, di colmare le lacune di memoria che potrebbero essersi formate nel seno della Chiesa in questi ultimi cinquant’anni, e che l’esimio Autore individua fondamentalmente in tre punti: una crisi della teologia morale, che, attraverso l’emersione della casuistica a scapito del concetto di legge universale, avrebbe portato dopo gli anni Sessanta a autogiustificare il peccato; una prepotente invasione dei diritti personali, compreso quello per cui ciascuno sarebbe libero di vivere la propria sessualità oltre le indicazioni della coscienza; infine, e questo è certo il punto più rilevante segnalato da Ratzinger, una relazione forte tra liberalismo sessuale e oscuramento della fede.
Ma l’esimio Porporato addebita al mondo una spinta dissolutiva di fede e di morale che invece ha la sua prima causa – non l’unica, ma la prima –, proprio nella Chiesa, che ancora una volta, con l’apertura del Vaticano II nel 1962, si fa Mater et Magistra del mondo proprio nel non saperne arginare le cattive istanze, e anzi, come rileva il cardinale Müller, facendo prevalere al suo interno « una linea morbida », « una linea soft » (Intervista a La Bussola quotidiana, 15-4-19). Che è un modo gentile per dire che quel giorno e poi nei cinquant’anni a seguire è prevalsa una linea comodamente pastorale invece che rigorosamente dogmatica, informale invece che linearmente conforme agli assunti divini. In una parola: falsificatrice invece che veridica e santa.   
 
Il risultato è che, in sintesi, è come se la fonte dell’acqua avvelenata di un fiume spiegasse alla sua foce il motivo per cui chi laggiù si appressa a berne l’acqua muore, nascondendosi proprio essa fonte il fatto di essere proprio lei l’origine del veleno.
Poi, certo, nel corso del fiume si aggiunge veleno a veleno, e la foce stessa ci mette del suo: in tutti i miei libri sull’argomento metto in luce come nessun altro quanto differiscano e come e per quali motivi Papa Benedetto XVI da Papa Francesco tanto quanto una polla cristallina differisce da un torrente in piena, ma che non discendano entrambi dalla stessa linea ideologica, che il primo non sia il maestro del secondo e che si possano riscontrare dei precisi teologumeni che come fili di seta congiungono strettamente convinzioni erronee nate nel primo e moltiplicate nel secondo sono tre verità vere e lampanti come il sole.
 
Dunque il cardinale Ratzinger espone effettivamente alcune verità, ma le espone a metà, come visto, senza esporre mai la verità tutta intera. Ma così facendo si allontana ancor più dalla verità, e vi allontana tutti i milioni di fedeli che lo seguono.
Si fa qui solo un esempio, col quale si chiude. Come sappiamo, ciò che si crede si celebra: Lex credendi, lex orandi, e l’atto di celebrare in specie la santa Messa è l’atto più unitivo e religioso che l’uomo possa compiere verso Dio.
 
Ora, come può un uomo, che stigmatizza un atto come questo, di fede-carità inestricabilmente unite, modificato nel Novus Ordo Missæ con quella che egli stesso aveva definito una « liturgia fabbricata », con tutto ciò che segue sopra visto (da « Il Porporato infatti… »), ecco: come può quest’uomo non prendere mai in considerazione, neppure per un attimo, che allora egli stesso non può compiere quell’altissima e soprannaturale azione allo stesso modo con cui la compie seguendo la vera e santa liturgia, quella che egli stesso riconosce essere il vero, unico e sacro « frutto di uno sviluppo continuo » e di un « processo vivente di crescita »?
Viene a mente quella pressante domanda del Profeta Elia al popolo radunato sul monte Carmelo: « “Fino a quando zoppicherete con i due piedi?” Dice il Signore » (1 Re 18,21).
Era il Sommo Pastore, aveva la cristianità ai suoi piedi. Come mai, proprio lui: Papa Benedetto XVI, che sappiamo tutti essere sempre e diuturnamente così attento ai particolari più evocativi di tradizione e più risonanti di significati secondi, in tutti gli anni in cui ha regnato la Chiesa dal Trono più alto, non ha mai aperto con un imponente e solenne Pontificale in Rito Romano Tridentino, non dico nella Basilica maggiore di San Pietro, ma neanche nella più segreta e raccolta cappelluccia vaticana come p. es. la Cappella Paolina, un qualche Sinodo di vescovi, un qualche Concistoro straordinario, un qualche evento grandioso, magari da escogitare ad hoc, così adorando il Signore almeno una volta come si deve, ossia in una Messa che è un vero sacrificio di Olocausto atto a placare il suo sdegno per i peccati dell’uomo?
 
Fino a che la Chiesa non tornerà al dogma, non tornerà nemmeno alla Liturgia del dogma. E fino a che non si farà né l’uno né l’altro, a mio modesto parere Dio Padre sarà sempre più sdegnato, diciamo contrariato, e farà sentire il suo sdegno o contrarietà sulla sua Chiesa fedifraga, in fuga, accecata nei suoi Pastori e nei suoi fedeli proprio davanti a ciò che di lei e in lei sta avvenendo: chiese vuote, fede persa, morale morta.
Ma è la Chiesa che se la cerca, e finché non ci rifletterà, come avverrà, le cose resteranno così: lei cieca, e tutto il mondo sopra.
   

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