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Fonte riscossacristiana.it 09/10/2018

Autore L'Elvetico

Roma locuta, ma la causa non è finita. Finalmente, dopo 40 giorni esatti (un caso?) dalla pubblicazione del dossier dell’arcivescovo Viganò sugli orrori della lobby omosessuale in Vaticano e in molte diocesi degli Stati Uniti, ecco che finalmente da Roma ci si degna di dare un cenno di risposta al j’accuse dell’ex nunzio apostolico negli Stati Uniti.

Bergoglio il Temporeggiatore ha deciso di affidare il lavoro sporco di colpire e offendere Viganò nientemeno che al cardinale Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i vescovi: gioco facile perché Ouellet era stato chiamato direttamente in causa da Viganò. Inoltre, c’è un aspetto di competenza formale essendo Ouellet a capo del dicastero vaticano che si occupa dei vescovi, nonché successore del cardinale Giovanni Battista Re. Ma la scelta del personaggio è dice molto di più di quanto si possa immaginare.

Canadian archbishop Marc Ouellet (C), President of the international congress “Ecclesia in America” sits during a Holy mass for the church in America on December 9, 2012 at St Peter’s basilica at the Vatican. AFP PHOTO / ALBERTO PIZZOLI (Photo credit should read ALBERTO PIZZOLI,ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images)

Il prelato canadese infatti è da sempre annoverato tra i “moderati”, i “conservatori”: in poche parole, è un ratzingeriano d’acciaio. È un sostenitore di pratiche devozionali tradizionali come l’Adorazione Eucaristica ed è un amante del canto gregoriano. La mossa di affidare a lui l’attacco a Viganò è dunque molto abile, degna di un gesuita consumato e avvezzo agli intrighi. Viganò non doveva essere attaccato da un progressista, da un uomo strettamente legato all’entourage del vescovo di Roma, ma da un bel conservatore amante delle liturgie eleganti.

Può essere utile, quindi, tracciare un breve ritratto del vescovo che ha ricevuto l’incarico di diffamare il proprio confratello Viganò. Ouellet ha 74 anni. Entra nel 1972 nella Compagnia dei sacerdoti di Saint Sulpice. Licenziato in filosofia e in teologia, è professore e rettore di seminario. Dal 1996 al 2002 è ordinario di teologia dogmatica della Pontificia Università Lateranense a Roma. In questo periodo inizia la collaborazione con “Communio”, la rivista teologica fondata, tra gli altri, da Joseph Ratzinger e Hans Urs von Balthasar, edita da ambienti  di Comunione e Liberazione, e che annoverava tra i propri collaboratori teologi ciellini rampanti come Angelo Scola e altri allievi di Ratzinger.

Il 3 marzo 2001, grazie a cotanto pedigree, viene nominato segretario del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, succedendo al cardinale Walter Kasper, futuro grande elettore di Bergoglio, nominato presidente del medesimo dicastero. Riceve l’ordinazione episcopale dal papa Giovanni Paolo II e dal cardinale Giovanni Battista Re. Guarda caso.

Il 15 novembre 2002 papa Giovanni Paolo II lo nomina arcivescovo metropolita di Québec e primate del Canada. Il Quebec, un tempo terra di esuli francesi cattolicissimi sfuggiti alle persecuzioni giacobine, negli ultimi anni è divenuta una delle regioni più scristianizzate e laiciste del mondo. Giovanni Paolo II cerca dunque di frenare la deriva secolarista attraverso un vescovo di provata ortodossia. Nominato cardinale nel 2003, si parlò di lui come un possibile papabile nei conclavi del 2005 e del 2013.

Nel  2010 papa Benedetto XVI lo richiama a Roma. Ouellet lascia un Quebec in condizioni disastrose e viene nominato Prefetto della Congregazione per i vescovi succedendo al cardinale Giovanni Battista Re, dimessosi per raggiunti limiti di età. Viene altresì nominato  presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina, dove avrà modo di incontrare il potente Arcivescovo di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio, che divenuto papa lo conferma nel suo ruolo di Curia.

Tuttavia, il papa non tarderà a manifestare il suo fastidio e la sua distanza da Ouellet. Due anni fa il “Journal de Montreal” denuncia un ostracismo di Bergoglio nei confronti del Prefetto della Congregazione dei Vescovi. Papa Francesco, secondo il giornale, avrebbe più volte respinto le proposte di nomine vescovili fatte da Ouellet. Una sorta di manifesta sfiducia nei confronti del suo collaboratore. In particolare – spiegava il giornale canadese – Bergoglio ignorava le sue scelte preferendo altri candidati, rigorosamente progressisti. Uno dei momenti di maggiore tensione tra il papa e Ouellet avvenne per la scelta dei titolari di sedi episcopali come Madrid, Sydney, e soprattutto Chicago, dove Bergoglio volle imporre Blaise Cupich, noto per essere un sostenitore della comunione per i divorziati risposati e per le coppie omosessuali e grande nemico dei movimenti Pro-Life.

Due anni fa, a fronte di queste tensioni, si parlò insistentemente di una rimozione di Ouellet. Poi non se ne fece più niente. Evidentemente il prelato del Quebec ha abbassato la testa, ha accettato la pubblica umiliazione che lo vede ridotto al rango di yes-man, e ora, a meno di un anno dall’età dei 75 anni che prevede canonicamente le dimissioni e il pensionamento, eccolo assumersi questo ruolo di “Gendarme del Pontefice”: un ruolo perfetto per un vecchio conservatore. Che diamine, l’obbedienza al Santo Padre è sempre una delle prerogative di un alto ufficiale e gentilvescovo. Così il buon Marc se né uscito con la sua accusa di “blasfemia” a Viganò. Una accusa che si potrebbe facilmente ritorcere nei confronti di chi l’ha lanciata in quella di idolatria, di “papolatria”.  Cos’altro può essere, infatti, se non idolatria, questo ritenere il Pontefice alla pari di Dio, tanto che una critica ai suoi comportamenti e alle sue scelte sarebbe “blasfemia”? Nemmeno ai tempi dell’assolutismo monarchico della Francia che gli Ouellet lasciarono per andare a cercare fortuna nel Nuovo Mondo si era arrivati ad un tale grado di servilismo. Bergoglio come il Re Sole?

Una considerazione che si può trarre da questa triste vicenda, dal modo in cui Ouellet si è prestato a questa operazione, è che un certo conservatorismo cattolico è davvero al capolinea. Un conservatorismo che muore insieme ai suoi pizzi e merletti. Siamo alla fine (o al compimento?) del ratzingerismo, se uno dei suoi esponenti di maggior spicco si riduce a questi ruoli, dopo essere stato apertamente sfiduciato ed essere stato umiliato. A che le giova tutto questo, Eminenza?

   

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