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fonte accademianuovaitalia.it 09/08/2018

Autore Francesco Lamendola

Ma costoro credono alla divinità di Cristo, sì o no? Ci stanno solo prendendo in giro: per i signori della neochiesa Gesù Cristo è l’inviato di Dio? Ma quando mai? Gesù Cristo è il Figlio di Dio, ed è Egli stesso Dio incarnato

Oggi avevamo accompagnato una persona a fare una terapia in ospedale e abbiano approfittato dell’attesa per entrare nella cappella deserta. Presso la porta c’erano ancora i foglietti della santa Messa, rimasti lì dalla domenica, anzi, dal sabato precedente. Si riferivano alla Messa del 5 agosto 2018; ne abbiamo preso in mano uno per leggere il brano del Vangelo, anche se, dobbiamo confessarlo, con una certa inquietudine, perché da qualche tempo questi foglietti  riservano delle sgradevolissime sorprese, come quella di veder stampato il ceffo di Lutero (impossibile qualificarlo diversamente, anche se ovviamente nelle riproduzioni cercano di abbellirlo; ma la bruttezza morale di una persona traspare senza fallo dai suoi tratti fisici), per giunta accompagnato da qualche pistolotto elogiativo, nel quale lo si dipinge come uno dei migliori cristiani che si siano mai visti sotto la volta del cielo, altro che quei bigotti e reazionari dei cattolici, vuoi mettere, nemmeno il santo curato d’Ars, o san Giovanni Bosco, o san Pio da Pietrelcina possono reggere il confronto con il frate spretato che ha impalmato una suora, dopo aver vomitato le più atroci sconcezze contro la Chiesa fondata da Gesù Cristo e aver proferito le più grandi eresie per la confusione e la dannazione delle anime. Insomma, un po’ di trepidazione c’era; nessuna prevenzione, però: dopotutto, errare humanum est, e non si deve essere troppo diffidenti, bisognerebbe pensar sempre bene di tutti, almeno fino a prova contraria. La liturgia della parola per la Messa del 5 agosto, dunque, la diciottesima domenica del tempo ordinario, prevedeva una lettura dal Libro dell’Esodo, 16-2 e 12-15; una dalla Lettera agi Efesini di san Paolo, 4, 17, 20-24; e una dal Vangelo secondo Giovanni, 6, 24-35. La prima parla del miracolo della manna che salva gli ebrei dalla morte di fame nel deserto del Sinai; la seconda parla del dovere cristiano di far morire in sé l’uomo vecchio affinché possa nascere l’uomo nuovo; la terza, la riportiamo qui sotto (Trad. C.E.I., 1974):

Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafarnao alla ricerca di Gesù.Trovatolo di là dal mare, gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?».

Gesù rispose: «In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?». Gesù rispose: «Questa è l'opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato».

Allora gli dissero: «Quale segno dunque tu fai perché vediamo e possiamo crederti? Quale opera compi? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose: Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete».

 

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Una sommessa domanda, ai signori della neochiesa: ma voi, alla divinità di Gesù Cristo, ci credete ancora?

 

Ebbene: l’occhio ci è caduto sul brano introduttivo del curatore del foglietto, nel quale si riassume il senso della liturgia della Parola per questa domenica, e, quasi meccanicamente, ci siamo messi a scorrerne le righe. Arrivati alla fine, ci è sembrato necessario leggerlo una seconda, infine una terza volta, ma sempre con lo stesso risultato: i conti non tornavano, il discorso non filava. Quel che doveva esserci, non c’era; e quello che c’era, sarebbe stato meglio che non ci fosse. Affinché il lettore possa farsi una sua opinione, riportiamo integralmente quella introduzione:

Il Vangelo di oggi riferisce il discorso che parla dell’importanza della fede in Gesù Cristo. Gesù Cristo è l’inviato di Dio, egli porta l’ultima rivelazione ed apre la via che conduce a Dio. Chi segue Gesù con fede, chi entra con Gesù nella comunità mediante il battesimo, chi prende Gesù come modello e lo ascolta, troverà attraversi di Lui la verità che calma la fame di vita. Perché questa verità è Dio stesso.

Ci vuole una buona dose di abilità per riuscire ad essere supremamente ambigui in un così breve spazio di parole, eppure chi ha scritto questa introduzione c’è riuscito in pieno. Da un lato si parla  dell’importanza della fede in Gesù Cristo, ma subito dopo si dice che Gesù Cristo è l’inviato di Dio, cosa che non può non lasciare più che perplesso il fedele che si accinge ad ascoltare, in chiesa, nella Santa Messa, la Parola di Dio, e che dl foglietto che tiene in mano si aspetta di ricevere un aiuto, un chiarimento, un sostegno. Gesù Cristo è l’inviato di Dio? Ma quando mai? Gesù Cristo è il Figlio di Dio, ed è Egli stesso Dio incarnato: questo dice la dottrina cattolica, e questa è l’affermazione fondamentale, sulla quale si incardina tutto il resto. Non un “inviato”, ma la seconda Persona della Santissima Trinità. Egli porta l’ultima rivelazione? Niente affatto: egli non porta la rivelazione, ma è l’ultima rivelazione. L’ultima rivelazione è Lui, è la Sua persona, e lo è la Sua vita, morte e resurrezione. Gesù apre  la via che conduce a Dio? Nossignori: perché Gesù è Dio; quindi, semmai, si deve dire: Egli è la via che conduce al Padre, concetto del resto da Lui stesso affermato esplicitamente: Chi ha visto me, ha visto il Padre (Gv 14, 6);  Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me (id 14,6); e, viceversa: Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno (Gv 6, 44). Dunque, si arriva a Dio Padre per mezzo di Gesù Cristo; ma per arrivare a Gesù Cristo, è necessaria una speciale grazia di Dio Padre. Dire, pertanto, che Gesù apre la via che conduce a Dio, dà l’impressione che Gesù non sia Dio, che sia un semplice uomo, uno che apre la via, come Giovanni il Battista ha aperto la via a Lui stesso.

Chi segue Gesù con fede; benissimo. Ma che fede, la fede in che cosa? Se si tratta di seguire Gesù con fede, la fede a cosa è rivolta? Perché non dire: la fede in Lui? E poi: chi entra con Gesù nella comunità mediante il battesimo… Di nuovo: la funzione di Gesù non è quella di farci entrare nella comunità, ma di metterci in unione con Lui, che è Dio. E poi, perché chiamare la Chiesa “la comunità”? Non che sia sbagliato; ma è riduttivo, laico, suona quasi come un tentativo di ridimensionare, minimizzare, la dimensione del soprannaturale. La Chiesa non è solo quella visibile, è anche, e soprattutto, quella invisibile; è la comunione dei Santi. La comunità, invece (con la lettera piccola) è la comunità e basta: è una cosa umana, formata da uomini mortali, che oggi ci sono e domani non ci saranno più. Perché dare l’impressione che Gesù sia venuto solo per farci entrare in una comunità umana, mortale, moritura? Non ci ha forse spalancato le porte dell’eternità? Tu solo hai parole di vita eterna, gli dice san Pietro; ed è vero: le parole di Gesù sono Parole di vita eterna, perché Egli stesso è la Vita. Altro che “comunità”. E perché scrivere “battesimo” con la minuscola? Perché col Battesimo si entra nella comunità? No: col Battesimo, che è un sacramento, si riacquista lo stato di figli di Dio, si torna in comunione con Lui; di conseguenza si entra a far parte della Chiesa. Questo è il giusto rapporto, svolta antropologica e Karl Rahner permettendo: prima viene il fatto di diventare figli di Dio, poi viene il fatto di entrare a far pare della Chiesa, e non solo di quella visibile ma anche di quella invisibile.

 

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Gesù Cristo è l’inviato di Dio? Ma quando mai? Gesù Cristo è il Figlio di Dio, ed è Egli stesso Dio incarnato: questo dice la dottrina cattolica, e questa è l’affermazione fondamentale, sulla quale si incardina tutto il resto.

 

Questa impressione, cioè che si voglia minimizzare l’aspetto soprannaturale della fede e del rapporto dell’uomo a Dio, viene rafforzata dalla considerazione conclusiva: chi prende Gesù come modello e lo ascolta, troverà attraversi di Lui la verità che calma la fame di vita. Qui ci sono almeno tre cose che non quadrano. Primo, Gesù non è un tramite per la verità, ma è la verità: lo abbiano già visto. Secondo, la verità rappresentata da Gesù non è una verità qualsiasi, ma quella suprema e assoluta, dunque è la Verità, e si scrive con la maiuscola, non solo come segno di rispetto, ma così come si scrive l’Essere con la maiuscola, quando si intende l’essere assoluto: è una cura del linguaggio che riflette la chiarezza e la correttezza del pensiero. Qui non stiamo parlando poeticamente, stiamo parlando di dottrina, e ciò esige un modo di esprimersi teologicamente preciso e inappuntabile. Terzo, la verità di cui il cristiano è alla ricerca non è un cibo che serve a calmare la fame di vita, bensì la fame (e la sete) di vita eterna. Se si parla di vita, con la minuscola, s’intende la vita terrena: almeno se le parole hanno un senso. E ci mancherebbe anche questa: che il cristianesimo fosse una ricetta per calmare la fame di vita terrena. Chi ha fame di vita terrena, ha una fame terrena e vuole le cose della carne; mentre ciò che offre il cristianesimo è un cibo che spegne la sete e calma la fame delle cose eterne. C’è un desiderio di eternità, nell’uomo, così come c’è un desiderio di assoluto: di bellezza assoluta, di verità assoluta, di giustizia assoluta, di bontà assoluta, di pace assoluta. Parlare di una “fame di vita” è peggio che fuorviante: è l’esatto contrario di ciò che dice la liturgia della Parola. Il brano di San Paolo, tratto dalla Lettera agli Efesini, recita infatti:

Fratelli, vi dico dunque e vi scongiuro nel Signore: non comportatevi più come i pagani nella vanità della loro mente, Ma voi non così avete imparato a conoscere Cristo,se proprio gli avete dato ascolto e in lui siete stati istruiti, secondo la verità che è in Gesù, per la quale dovete deporre l'uomo vecchio con la condotta di prima, l'uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici e dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera.

E Gesù (con il permesso di padre Sosa Abascal, secondo il quale noi non sappiamo cosa Egli disse realmente, stante la carenza di registratori nella Palestina di duemila anni fa): In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo (…). Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete. Questo è un meraviglioso parlar chiaro; non è il parlare sghembo, obliquo, allusivo, della neochiesa che oggi tenta lentamente di trascinare i fedeli lontano dalla vera dottrina cattolica. Gesù parla con lingua dritta, mentre i neopreti e i neoteologi parlano con lingua biforcuta. Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete. Visto com’è semplice? Gesù è il cibo di vita eterna, e infatti ha istituito la santa Eucarestia proprio per questo; e l’Eucarestia è il centro e il cuore della Messa, così come è il centro e il cuore della Chiesa. Se, per ipotesi, si abolisse l’Eucarestia (o se la si riducesse a una semplice commemorazione dell’Ultima Cena), semplicemente non ci sarebbe più la Chiesa. La Chiesa serve a questo: a celebrare la santa Messa; tutto il resto – per quanto importante – è secondario. E chi non ha capito ciò, e tuttavia si è fatto prete, forse ha sbagliato mestiere, perché non ha ascoltato bene la propria vocazione. Dio non inganna, non prende in giro, non gioca sulle aspettative degli uomini; se qualcuno ha frainteso il senso della chiamata, è per una ragione sola: perché non ha fatto morire l’uomo vecchio che era in lui, così che i vecchi organi hanno visto, udito e compreso male; solo l’uomo nuovo, infatti, che  è un dono della grazia, ode, vede e comprende nella maniera giusta. Solo l’uomo nuovo sa amare Dio così come Egli va amato: non di un amore terreno, limitato, come lo sono tutti gli amori umani, ma di un amore infinto, soprannaturale e gratuito. L’uomo, da se stesso, non è capace di un amore del genere, anche se può arrivare a desiderarlo: lo rende impossibile il suo limite intrinseco, la concupiscenza, triste retaggio del Peccato originale.

 

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Gran parte del popolo dei fedeli sta vivendo nella confusione dottrinale questo incredibile pontificato.

 

Scriveva il teologo benedettino Thomas Ohm  nel suo libro L’amore a Dio nelle religioni non cristiane (titolo originale: Die Liebe zu Gott in den nichtchristlichen  Religionen, 1950; edizione italiana a cura di P. Rossano, Alba, Edizioni Paoline, 1956, p. 73):

Né l’uomo come tale è in grado di amare in modo soprannaturale Dio come autore e fine dell’ordine soprannaturale. E ciò vale tanto dell’ordine soprannaturale perfetto che di quello imperfetto, Il Concilio Arausicano [di Orange] II spiegava nel 529: “Dobbiamo credere e professare che la libera volontà fu così danneggiata e guastata dalla colpa del primo uomo che nessuno in seguito senza la grazia conveniente della misericordia divina può amare come dovrebbe” (sicut oportuit). Similmente il Tridentino: “Se alcuno afferma che l’uomo possa, senza preveniente donazione dello Spirito Santo e senza il suo aiuto, credere, sperare., amare e pentirsi così come è necessario perché gli venga comunicata la grazia della giustificazione, sia anatema”.Già per natura, anche prescindendo dal peccato di origine, noi non siamo in grado di amare Dio in modo soprannaturale . Per un tale amore necessita la grazia Un tale amore cioè può soltanto essere donato. Così insegna San Giovanni: “L’amore è da Dio” (1 Giov. 4, 7). Egualmente san Paolo: “L’amore di Dio è infuso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo che ci fu donato” (Rom. 5,5).

 

Ma Gesù, come sempre, è stato più chiaro, efficace e sintetico di quanto possa esserlo qualsiasi lingua umana o penna impugnata dalla mano di un uomo, allorché, parlando alla donna samaritana, le dice (Gv 4, 13-14):

«Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna».

 

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Un sodalizio "massonico"? La condivisione d'interessi tra la neochiesa di Bergoglio e gli speculatori finanziari alla George Soros lascia alquanto perplessi.

 

Piuttosto una sommessa domanda, ai signori della neochiesa e a quanti redigono i foglietti per la santa Messa domenicale: ma voi, alla divinità di Gesù Cristo, ci credete ancora? perché, se – per caso – non ci credete più, che ci fate ancora nella Chiesa? Non sarebbe più giusto e più onesto se ve ne andaste per la vostra strada, e vi faceste un’altra chiesa, mettendo le carte in tavola e dicendo, chiaro e tondo, le cose come stanno, invece di prendere in giro milioni di fedeli, che voi state spingendo verso la confusione, il turbamento e una mortale angoscia?

 

   

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