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Fonte pepeonline.it 11/02/2016

Autore Anna Bono

La negazione della libertà religiosa provoca danni giganteschi: persecuzioni tremende (soprattutto verso i cristiani), guerre e quindi crisi economiche e sociali. Eppure per l'ONU conta molto meno dei danni provocati dal Ddt...

 

La libertà di religione è uno dei diritti affermati nella Dichiarazione universale dei diritti umani approvata nel 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. L’articolo 18 della Dichiarazione proclama: “Ogni individuo ha diritto alla piena libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, in pubblico o in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti”.

Nel 1966 l’ONU ha riaffermato il diritto alla libertà di religione nel Patto internazionale sui diritti civili e politici entrato in vigore nel 1976, ratificato da 168 stati e firmato da altri sette. L’articolo 18 del Patto asserisce che ogni individuo deve essere libero “di avere o di adottare una religione o un credo di sua scelta” e impegna gli stati firmatari a garantire tale libertà.

A 68 anni dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e a 40 dall’entrata in vigore del successivo Patto internazionale sui diritti civili e politici, più del 75% della popolazione mondiale vive in paesi in cui governi, movimenti armati, gruppi di pressione o un diffuso atteggiamento ostile impongono limitazioni alla libertà di manifestare la fede e praticarla e in cui convertirsi a una religione è proibito, sanzionato o comunque riprovato al punto da provocare ritorsioni e ostracismo sociale. Lo rivela una recente indagine svolta dal Pew Research Center, noto centro studi statunitense.

Negare la libertà di religione viola un diritto umano fondamentale. Non solo: la negazione di questo diritto è all’origine di guerre, conflitti, atti di terrorismo, quindi di insicurezza, instabilità, tensioni sociali, emergenze umanitarie, danni ad attività economiche, esodi forzati di individui, famiglie e comunità: tutti fattori, questi, che rallentano lo sviluppo umano causando un immenso spreco di risorse umane, finanziarie e naturali. Non di rado, anzi, ne vengono vanificate conquiste economiche e sociali raggiunte con anni e anni di sforzi e impegno. Lo si è visto in Algeria, in Somalia, nel nord est della Nigeria e del Kenya, in Iraq…

Per questo – perché la negazione della libertà di religione costituisce una inammissibile violazione di un diritto universale e per i danni economici e sociali che produce – sembrerebbe indispensabile che i progetti di cooperazione allo sviluppo, specie se di ampia portata e concepiti in termini di sostenibilità, ponessero tra i propri obiettivi la libertà di religione, l’educazione alla tolleranza, al rispetto di ogni culto e chiedessero ai governi e alle popolazioni che vi partecipano e ne beneficiano di astenersi da ogni forma di persecuzione religiosa e di contrastare qualsiasi manifestazione di intolleranza.  

Ma non è così. Innumerevoli progetti di cooperazione bilaterale e multilaterale vengono approvati e avviati senza includere richieste in tal senso. Non che si eviti per principio di porre condizioni agli aiuti allo sviluppo: è successo che a dei governi, in cambio di finanziamenti e altri contributi, sia stato chiesto di astenersi, ad esempio, dall’impiego del Ddt e di prodotti ogm, in nome della salvaguardia della biodiversità e dell’ambiente, di accettare programmi di “salute riproduttiva”, per contenere la crescita demografica, e di adottare politiche energetiche intese a ridurre presunti effetti antropici negativi sul clima. Di recente si danno casi di aiuti subordinati all’approvazione di leggi a tutela dei diritti degli omosessuali fino ad ammettere i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Invece la libertà di religione non viene reclamata.

Né si stanziano grandi risorse per promuoverla. Nei 15 anni trascorsi, la comunità internazionale ha speso centinaia di miliardi di dollari per realizzare gli Obiettivi di sviluppo del Millennio, un progetto di proporzioni mai tentate prima, varato dalle Nazioni Unite nel 2000 e conclusosi nel 2015. Tra gli otto obiettivi in cui era articolato, la libertà di religione non figurava. Non compare neanche tra i 17 obiettivi del nuovo progetto, appena inaugurato dalle Nazioni Unite, gli Obiettivi di sviluppo sostenibile, che si propone di sradicare povertà, fame, divari economici al costo di 15 trilioni di euro all’anno per i prossimi 15 anni.

La libertà di religione è materia di pertinenza del Consiglio dell’ONU per i diritti umani. Ma 14 dei suoi attuali membri figurano tra i 50 stati in cui i cristiani sono più duramente perseguitati per la loro fede e nell’ottobre del 2015 il Consiglio ha affidato all’Arabia Saudita la presidenza del comitato di esperti incaricati di vigilare sul rispetto dei diritti umani nel mondo.

   

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