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Fonte lanuovabq.it 27/12/2013

 

Autore Anna Bono

 

Due bombe sono esplose in Iraq, nella capitale Baghdad, il giorno di Natale, entrambe nei pressi di una chiesa cattolica, nel quartiere meridionale di Dora, proprio mentre i fedeli ne uscivano dopo aver partecipato alle funzioni religiose.

La prima, piazzata in un mercato, ha ucciso 11 persone. La seconda, esplosa in un parcheggio, ne ha uccise 24. I feriti sono quasi 60. La maggior parte delle vittime sono cristiane. Secondo gli agenti di polizia recatisi sul posto, gli attacchi miravano senza dubbio alla chiesa. Ma il vescovo ausiliare della capitale, monsignor Shlemon Warduni, non è d’accordo: “è successo nel giorno di Natale, ma non perchè è Natale” ha detto in un’intervista rilasciata alla Radio Vaticana “gli attentati in Iraq sono diversi e tanti. Queste notizie danno alle gente un’impressione non buona”.

 

Può darsi che in questo caso la ricorrenza del Natale non c’entri, come sostiene monsignor Warduni, ma in Iraq i cristiani sono effettivamente sotto attacco da anni. Per questo hanno scelto l’esilio a centinaia di migliaia e continuano a partire: nel 2003 erano oltre due milioni e adesso ne restano meno di cinquecento mila.

Quest’anno il consiglio provinciale della capitale, per mostrare solidarietà nei loro confronti e rallentarne l’esodo, aveva fatto erigere un albero di Natale alto cinque metri sulla sponda orientale del fiume Tigri, nel quartiere di Karrada, abitato da cristiani e da musulmani sia sciiti che sunniti. Aveva anche disposto che luci e alberelli venissero allestiti in diversi quartieri. Inoltre il governo iracheno, accogliendo la richiesta del patriarca Louis Raphael I Sako, ha dichiarato il 25 dicembre, per la prima volta, festa nazionale e giorno di vacanza per tutta la popolazione.

Tutto ciò non è valso a indurre i terroristi a una tregua e forse, anzi, li ha indisposti e indotti a scegliere, ancora una volta, proprio il giorno di Natale per infierire sulla popolazione inerme.

In questi giorni tuttavia le notizie più drammatiche arrivano dalla Repubblica Centrafricana dove il conflitto tra cristiani e musulmani rischia di degenerare in genocidio. Circa 140.000 sfollati hanno trascorso il Natale ospitati in chiese, parrocchie e conventi. Di morti se ne sono contati più di mille in soli due giorni, compresi donne e bambini, tutti cristiani, uccisi nella capitale Bangui appena prima di Natale. Il 23 dicembre inoltre i militari inviati dall’Unione Africana per far fronte alla crisi hanno sparato ad altezza d’uomo uccidendo una persona e ferendone decine nel tentativo di reprimere una manifestazione organizzata dai cristiani della capitale per chiedere le dimissioni del presidente golpista Michel Djotodia.

Per la prima volta da anni, invece, in Nigeria i cristiani hanno celebrato il Natale senza subire attentati terroristici da parte dei fondamentalisti islamici Boko Haram, il gruppo armato nato nel 2002 per imporre la legge coranica in tutto il paese, responsabile di attentati e scontri armati in un crescendo di violenza che negli ultimi sei mesi ha causato 1.200 morti.

Ma se pure durante questo Natale i cristiani sono stati risparmiati, una strage ha tuttavia funestato la vigilia. L’esercito nigeriano, infatti, il 24 dicembre ha attaccato i responsabili del feroce raid sferrato il 20 dicembre contro la caserma di Bama, nello stato nordorientale islamico di Borno, roccaforte di Boko Haram. 70 persone sono morte durante gli scontri tra esercito e terroristi, mentre questi ultimi tentavano di fuggire oltre confine, per raggiungere le loro basi in Camerun. Secondo le stime ufficiali, tra i caduti si contano 55 membri di Boko Haram, 15 militari e “solo” cinque civili. Benchè non di cittadini inermi si tratti dunque in questo caso, ma di terroristi, sono pur sempre e prima di tutto vite umane perdute, dolorosamente, creature di Dio che la morte consegna alla sua misericordia. Anche per loro, per la loro salvezza, Gesù è venuto sulla Terra, si è fatto uomo e si è sacrificato: proprio questo si celebra a Natale.

E lasciano famiglie in lutto, orfani, vedove, parenti e amici che non si rassegnano alla perdita. Anche quest’anno, dunque, c’è in Nigeria chi piange i propri morti, cova rancore, forse, risentimento e progetti di vendetta.

   

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