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Fonte lanuovabq.it 23/01/2020

Autore Stefano Fontana

È vero che sia i cattolici che i protestanti credono in Gesù Cristo nato, morto e risorto per la nostra salvezza. Se però ci si addentra nei contenuti della dottrina della fede ci si accorge di un accordo spesso nominale più che sostanziale. Riflessioni sulla Settimana per l'unità dei cristiani in corso. 

 

È in pieno corso la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Ogni diocesi ha messo a punto il suo programma, soprattutto quelle caratterizzate da forti componenti di credenti delle altre confessioni cristiane. Durante le Sante Messe di domenica scorsa i sacerdoti non hanno mancato di informare i fedeli e di chiedere la loro preghiera. In queste occasioni è frequente l’uso di una espressione: quanto abbiamo in comune è molto di più di quanto ci divide. Sono convinto dell’importanza dell’unità dei cristiani, come pure che bisogna pregare per questo, però quella frase mi è sempre sembrata senza fondamento e penso che un ecumenismo fondato su questa premessa sia molto debole.

È vero che sia i cattolici che i protestanti credono in Gesù Cristo nato, morto e risorto per la nostra salvezza. Ambedue credono anche nella Scrittura come fonte della rivelazione di Dio e nell’azione della Grazia per la nostra salvezza, mai da noi meritata fino in fondo e frutto solo della fede. Se però si affrontano altri contenuti della dottrina della fede e anche se si approfondiscono questi stessi ora visti, ci si accorge di un accordo spesso nominale più che sostanziale.

Il protestantesimo fatica a intendere Cristo come il Logos di cui parla Giovanni nel prologo del suo Vangelo, ossia come la Verità che ha creato il mondo secondo ragione e che quindi fa una proposta di fede ragionevole. Nella visione protestante la fede non interpella la ragione, spingendola a non fermarsi mai, e non presenta se stessa come in accordo con la ragione, al punto che quella di religione è da intendersi come una virtù naturale e l’intelletto umano va considerato capace di conoscere alcuni “preamboli” della fede, che non la rendono certamente “razionale” ma “ragionevole” sì, ossia non ripugnante alla ragione, anzi da essa esigita come propria conferma e purificazione. Secondo la logica luterana rimangono infondati i due famosi passi della lettera ai Romani ove San Paolo dice che esiste una legge morale naturale spontaneamente conosciuta da tutti e ove si stabilisce che dalla conoscenza delle perfezioni visibili la ragione può salire a quelle invisibili di Dio al punto che chi non lo fa è “inescusabile”. I principi di causalità, di partecipazione e di analogia che la teologia cattolica ha elaborato a partire dello spunto paolino, rimangono interdetti alla logica protestante, come hanno sostenuto i filosofi luterani a cominciare da Kant.

Il rapporto del fedele con Gesù Cristo è quindi molto diverso, al protestante il Cristo della storia interessa poco o nulla rispetto al Cristo della fede. Da qui il bisogno, intrinseco nella teologia luterana, di de-mitizzare il cristianesimo, oltre che di de-ellenizzarlo. La de-ellenizzazione deriva dalla negazione del rapporto tra fede e ragione, intesa questa come capacità metafisica di passare dal fenomeno al fondamento. La demitizzazione deriva dalla scarsa importanza riconosciuta al Cristo della storia ad esclusivo vantaggio del Cristo della fede: via quindi i racconti evangelici a sfondo mitico, a partire dai miracoli, finendo però così per ridurre l’adesione a Cristo ad un affidamento irrazionale, ad una fiducia, che è cosa ben diversa dalla fede.

Cattolici e protestanti non condividono nemmeno una stessa nozione di cosa sia la fede. Per i primi essa indica indissolubilmente sia l’atto personale del credere sia i contenuti delle verità credute, per i secondi indica solo l’atto personale di affidamento. La fede è solo un atto soggettivo, il che spiega perché poi Schleiermacher dirà che è un sentimento, mentre per San Tommaso è un atto dell’intelletto guidato dalla volontà spinta dalla grazia. La salvezza non è una trasformazione ontologica, ma la cancellazione dei peccati mentre l’uomo rimane quello che è.

Cattolici e luterani fanno riferimento comune alla Scrittura, ma la intendono in modo molto diverso. I cattolici pongono la tradizione sullo stesso piano della Scrittura quanto a fonte della rivelazione, accostandovi poi il magistero infallibile della Chiesa docente. Il protestante rifiuta la tradizione della Chiesa, egli non crede nella tradizione perché non crede nella Chiesa, nel sacerdozio ministeriale, nella consacrazione eucaristica e nella Santa Messa non solo come Parola ma come Sacrificio, nella successione apostolica. Quando nei percorsi ecumenici si dice: facciamo riferimento a Cristo e non alla Chiesa, si dice una cosa impossibile da fare. La differenza tra cattolici e protestanti riguarda proprio Cristo, prima che la Chiesa.

Se poi si scende dal piano strettamente teologico a quello morale e politico nel tentativo di partire da ciò che ci accomuna almeno nelle scelte pratiche di vita personale e comunitaria – la famiglia, i diritti umani, la pace, le leggi – se non nelle grandi questioni dottrinali, ci accorgiamo che anche su quel piano le cose non sono come sembrano. È molto difficile che cattolici e luterani si intendano se per gli uni esiste un diritto naturale che la ragione può scoprire e per gli altri no, se per gli uni la legge nuova non ha eliminato l’antica e per gli altri sì, se per gli uni la coscienza non è la fonte ultima della morale e per gli altri sì, se per gli uni l’autorità politica deve perseguire il bene comune e per gli altri no.

Dobbiamo allora rinunciare al percorso ecumenico? Non dobbiamo più pregare per l’unità dei cristiani? Assolutamente no. Anzi, dobbiamo farlo di più. Ma se si segue la regola secondo cui quanto abbiamo in comune è molto di più di quanto ci divide sarà difficile fare molti passi in avanti. Semplicemente perché non è vera.

   

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