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Fonte sabinopaciolla.com 25/02/2019

Autore Christian Spaemann

L’Incontro mondiale sugli abusi nella Chiesa si è chiuso ufficialmente ieri. Come noto, la linea adottata dagli organizzatori è stata quella di focalizzarsi sugli abusi sui minori. La questione della omosessualità è stata completamente scartata. Ciò ha deluso una parte degli osservatori, quanto meno quelli esterni all’assise.

Vogliamo, invece ritornare sulla questione dell’omosessualità nella Chiesa con un interessante articolo del dott. Christian Spaemann, uno specialista in psichiatria e medicina psicoterapeutica.

Di seguito l’articolo nella traduzione di Annarosa Rossetto.

Il Papa con i vescovi nell'Aula del Sinodo (Vatican Media)

Il Papa con i vescovi nell’Aula del Sinodo (Vatican Media)



Il cardinale Blase Cupich, uno degli organizzatori del Summit, sembra pensare di poter sorvolare il problema delle reti omosessuali tra il clero con uno specioso stratagemma argomentativo. Sebbene l’80% dei casi di abuso siano “maschio su maschio”, egli sostiene che l’omosessualità stessa non è una delle cause. Alla luce dei fatti, questa affermazione del cardinale sembra abbastanza oltraggiosa.

Non intendo gettare un sospetto generale sui motivi per i quali gli omosessuali chiedano il sacerdozio. Non si può negare che ci siano sacerdoti con inclinazioni omosessuali sinceri e santi. Tuttavia, è necessario dare uno sguardo onesto ai fatti. Non solo i casi di pedofilia e di pederastia sono molte volte più comuni tra gli omosessuali che tra gli eterosessuali, ma è anche significativo che le relazioni omosessuali siano statisticamente molto fragili. Secondo gli studi condotti dagli stessi omosessuali, tali relazioni durano in media solo un anno e mezzo. Inoltre, sono spesso accompagnati da numerosi rapporti sessuali di passaggio al di fuori della relazione. Questa fragilità o mutevolezza non deriva solo dalla mancanza di complementarietà tra le persone dello stesso sesso, ma anche come dimostra l’esperienza, dalla tendenza che questa forma di sessualità deve funzionare come meccanismo di compensazione che regola l’autostima e l’identità. I dati esistenti da soli rendono comprensibile il motivo per cui le reti omosessuali si formano in un modo non presente nel contesto dell’eterosessualità.

Secondo studi recenti solo circa l’1,5% degli uomini nel mondo occidentale si considerano omosessuali stabili, considerati insieme a coloro che si considerano bisessuali, circa il 4,5% degli uomini ha una tendenza al comportamento omosessuale. Ma oltre l’80% dei casi di abuso nella Chiesa sono omosessuali. Come si possono guardare quei numeri e concludere onestamente che la Chiesa non ha problemi con la condotta omosessuale, o che tale comportamento non ha alcuna relazione causale con lo scandalo degli abusi?

Il problema degli abusi sui minori, che è stato l’argomento esclusivo del Summit sull’abuso, è quindi solo la punta dell’iceberg. La dinamica degli abusi procede dalle reti omosessuali, che negli ultimi decenni sono state in grado di diffondersi senza ostacoli all’interno del clero. Se questo sviluppo sia connesso alla liberalizzazione della sessualità nella società e nella Chiesa nel periodo post-conciliare, dovrebbe essere oggetto di ulteriori ricerche. Certamente, la Chiesa ha dovuto affrontare problemi simili in epoche precedenti. E le reti omosessuali esistono anche tra il clero tradizionalista. Ma ciò che sembra unico è che nel presente e nell’attuale pontificato gli alti prelati più influenti nella Chiesa sembrano essere disorientati o male orientati nel loro approccio al problema.

Secondo gli insegnamenti della Chiesa ci sono solo due forme di comportamento sessuale che sono compatibili con i comandamenti di Dio e la dignità della persona umana. Da un lato, i rapporti sessuali nel contesto del matrimonio tra un uomo e una donna, e l’altra la completa continenza sessuale. Secondo questo punto di vista, le vite sessuali di molti cristiani sono state (e continuano ad essere) ferite da peccati come la masturbazione, la pornografia, i rapporti sessuali extraconiugali, i rapporti omosessuali e così via. Ma la Chiesa lo ha sempre saputo e ha secoli di esperienza nel trattare questi peccati in modo paziente e umano.

Non ha mai avuto bisogno di relativizzare i Comandamenti Divini dichiarandoli un ideale irrealizzabile o di sciogliere l’ordine sacramentale come questo viene propagato oggi dalle alte autorità. Ma l’esortazione apostolica Amoris Laetitia ha cambiato tutte queste cose. Il risultato non è “più misericordia”, ma più confusione. L’Ordine Sacro Cattolico è una protezione contro presunzione, sacrilegio e mancanza di orientamento intenzionale. Presenta una protezione sia per i fedeli preoccupati che per il pastore che in effetti ha un ambito determinato nel suo lavoro pastorale, senza dover temere di scavalcare il confine del rispetto della santità di Dio e dei suoi Comandamenti quando si sente pressato ad amministrare i Sacramenti ai fedeli che non si sentono pronti a cambiare la propria vita.

Che cosa ha a che fare l’indebolimento dell’Ordine Sacro Cattolico con le reti omosessuali e lo scandalo degli abusi nella Chiesa cattolica? Si deve trovare una risposta semplice: i passi decisivi in Amoris Laetitia, in cui l’Ordine Sacro Cattolico è stato minato, non parlano solo dei divorziati risposati civilmente, ma in generale di “situazioni irregolari” (tra gli altri in AL 305 ). Perché i rapporti omosessuali non dovrebbero esservi inclusi? Perché non anche quelli tra i sacerdoti? Perché non anche quelli dei chierici che hanno l’età del consenso? C’è il sospetto che l’esortazione apostolica Amoris Laetitia sia stata creata nel contesto di un’agenda che mira all’istituzione nella Chiesa della cosiddetta “diversità sessuale”.

Amoris Laetitia, insieme alla sottostante teologia morale eretica pluridecennale come è stata insegnata nelle università teologiche dell’Occidente, sono il fondamento per la mancanza di orientamento – o di orientamento viziato – quando si tratta della situazione sopra descritta. A questo quadro si adatta il passaggio continuo di rappresentanti di una teologia morale liberale attraverso le istituzioni della Chiesa. Pertanto, non è stupefacente che, in un momento in cui viene promossa la “diversità sessuale”, la famiglia naturale venga massicciamente contestata; i problemi della Chiesa con gli abusi omosessuali clericali vengono sempre più alla superficie, e vengono promossi i vescovi nei più alti ranghi della Chiesa che sono apertamente a favore di una normalizzazione dell’omosessualità praticata nella Chiesa.

Questo è appena successo, ad esempio, con la nomina del cardinale Kevin Farrell come Camerlengo della Chiesa cattolica. Il cardinale Farrell è vissuto per sei anni in una casa insieme al cardinale McCarrick e afferma di non aver saputo nulla della sua ben nota cattiva condotta sessuale. Fu lui, Farrell, che – in aperta opposizione alle intenzioni del suo iniziatore, Giovanni Paolo II – ha aperto fattivamente l’ultimo Incontro mondiale delle famiglie in Irlanda alla comunità LGBT.

Su questo sfondo, appare logico che, nel summit delle conferenze episcopali di tutto il mondo, la discussione sullo scandalo degli abusi si sia limitata ai crimini contro i bambini e che si sia dovuto evitare una discussione sul suo background reale.

In questo modo ci si è messi in un posto sicuro. Dove si ha un terreno comune anche con le leggi civili e quindi non si ha bisogno di esporsi al ridicolo nel mondo discutendo la moralità sessuale di Gesù e della Sua Chiesa che è considerata obsoleta, anche da vescovi e cardinali di primo piano. In tal modo, ci si può anche proteggere da un possibile dibattito nella Chiesa su Amoris Laetitia e le sue conseguenze. Piuttosto si strizza l’occhio ai pregiudizi contro la Chiesa quando si accusa un preteso e poco definito clericalismo come causa di questo enorme scandalo. Quindi, si può mantenere la rotta e adattarsi allo Zeitgeist (lo spirito culturale che informa una determinata epoca, ndr). La laicizzazione (di McCarrick, ndr) sembra qui essere il sacrificio di una pedina. Ma esattamente questo ostruzionismo di un onesto dibattito sul tema della sessualità di fronte a Dio, ai suoi comandamenti, alla santità del sacerdozio è il vero clericalismo nel nostro tempo. È un clericalismo che cerca di proteggersi portando avanti il ​​clericalismo. È un clericalismo che – senza averne il mandato – pone la propria ideologia al di sopra dell’insegnamento della Chiesa, che ama solo parlare, ma evita di agire. Ciò di cui la Chiesa ha bisogno non è un summit sugli abusi a Roma che venga promosso con l’aiuto dei media, ma l’invio di commissari che, in base al diritto canonico, svolgano esami competenti e giusti nelle singole diocesi negli Stati Uniti e in altri Paesi per poi, al servizio di un rinnovamento, trarne conseguenze personali.

 

Il Dr. Christian Spaemann è uno specialista in psichiatria e medicina psicoterapeutica.

 

Fonte: LifeSiteNews

 

   

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