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Fonte riscossacristiana.com 27/08/2018

Autore l'Elvetico

“Scio cui credidi”: questo è il motto episcopale di monsignor Carlo Maria Viganò, l’Arcivescovo già Nunzio Apostolico negli Stati Uniti le cui rivelazioni stanno scuotendo alle fondamenta il pontificato bergogliano. Un motto molto significativo, tratto dalla Lettera di san Paolo a Timoteo: “Scio cui credidi, Et certus sum quia potens est depositum meum servare in illum diem”. 
 
Monsignor Viganò sa in chi ha creduto, e all’età di 77 anni si è preso la responsabilità di chiedere ragione al successore di Pietro di scelte e comportamenti assai gravi.  Un discepolo di Paolo, che tuttavia è anche nel solco del grande santo esponente della vera Riforma Cattolica che era Carlo Borromeo, di cui egli porta il nome.
 
Carlo Maria Viganò nasce a Varese nel 1941. Il cognome è brianzolo, e i due nomi riconducono appunto al Grande Borromeo e a Maria, che nella città prealpina è veneratissima nel celebre Sacro Monte che guarda e protegge da secoli il borgo operoso.  Viganò è dunque un figlio della grande tradizione di fede ambrosiana, e gli anni della sua prima formazione avvengono durante l’episcopato del Cardinale Schuster, un gigante della Chiesa del XX Secolo Viene poi ordinato sacerdote nella primavera del mitico 1968, l’anno delle rivoluzioni fuori e dentro la Chiesa. Don Carlo Maria comincia a esercitare il suo Ministero per la Diocesi di Pavia, ma ben presto prosegue i suoi studi a Roma. Entra a far parte del mondo della Diplomazia vaticana, e nel 1992 viene nominato Nunzio Apostolico in Nigeria. Il Paese africano è da anni sotto un regime militare. Durante la missione di monsignor Viganò si comincia a intravedere un ritorno ad un governo civile. Papa Giovanni Paolo II è soddisfatto del lavoro svolto dal giovane presule, e nel 1998 viene richiamato a Roma alla Segreteria di Stato come delegato come delegato per le rappresentanze pontificie. 
 
Nel luglio 2009 Benedetto XVI lo nomina segretario del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, ovvero l’organismo che esercita a nome del papa il potere esecutivo in Vaticano. Una posizione che lo porta ai gangli vitali della macchina operativa della Santa Sede. Vi resta solo due anni, ottenendo importanti risultati sul piano organizzativo.  Sotto la sua gestione infatti il bilancio del Governatorato registra un avanzo consistente di bilancio. Questo lombardo efficiente e concreto si fa qualche nemico nei Sacri Palazzi, anche a motivo della sua franchezza nell’esprimersi che lo porta ad avere qualche attrito coi curiali. Ciò che lo indigna è vedere la corruzione diffusa, che segnala prontamente al cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone. Viganò -invece di ricevere  i giusti riconoscimenti per questa sua cura nello svolgimento dei propri compiti- cade in disgrazia presso il potentissimo Segretario di Stato. Così, alla fine del 2011 ottiene una promozione che tuttavia sa un po’ di rimozione, nella migliore tradizione vaticana del promoveatur ut amoveatur: viene nominato Nunzio Apostolico negli Stati Uniti. 
 
Viganò arriva a Washington in un momento delicato: il 2012- ricordiamolo- è l’anno in cui viene rieletto Presidente Barack Obama. Viganò deve quindi rapportarsi con la più anticattolica delle amministrazioni americane. Sul fronte interno, invece, il Nunzio deve vedersela con una Chiesa devastata dagli scandali sessuali. Viganò può fare affidamento su prelati come O’Malley di Boston e Dolan di New York. Il compito di un Nunzio Apostolico non è solo di tipo diplomatico, ma anche di collaboratore all’azione pastorale. Il Nunzio è ascoltato infatti dalla Congregazione dei Vescovi in merito alla nomina dei titolari delle Diocesi, che formalmente spetta poi al papa ratificare. Un Nunzio può quindi avere un ruolo determinante. A questa figura tocca il compito di raccordare il centro, Roma, con le periferie, le varie Conferenze Episcopali.
 
 
Se dunque nei suoi anni romani monsignor Viganò aveva avuto modo di toccare con mano lo stato della Curia Romana, negli anni a Washinton deve prendere atto della situazione di una Chiesa dove a fronte di una certa vivacità della “base”, in buona parte fatta da un cattolicesimo ancora sano, esistono invece dei vertici toccati dalla corruzione. Viganò ha modo di incontrare e conoscere il famigerato Mc Carrick, lo “zio Ted”. Comincia a comprendere che non c’è solo qualche “malato”, qualche mela marcia, ma un diffuso sistema perverso che favorisce e copre comportamenti gravemente immorali. Il compito di un Nunzio è quello di informare Roma, e qui le sue segnalazioni si fermano. Nel frattempo- dal 2013- è papa Jorge Mario Bergoglio, e non passa molto tempo prima che il nuovo pontefice si occupi di questo Nunzio. Il 12 aprile 2016 infatti Viganò viene liquidato: ha appena raggiunto l’età canonica dei 75 anni, e Bergoglio lo pensiona immediatamente richiamandolo dagli States sostituendolo con un prelato francese, monsignor Pierre, negli scorsi giorni ospite del Meeting di CL, che ha il compito reciso di allineare la Chiesa americana con il nuovo corso che è iniziato da Casa Santa Marta.
 
Viganò non riceve dal Vaticano nessun altro incarico, nonostante che la sua esperienza potesse essere ancora utilmente messa a disposizione della Chiesa. Il prelato può ritirarsi a vita privata, e sostanzialmente levarsi di torno. Questi due anni di quiescenza evidentemente hanno avuto l’effetto di portare il sacerdote lombardo a ripensare tutto quello che ha visto e udito e toccato con mano nei suoi lunghi anni di servizio alla Chiesa. Una riflessione che ha portato la sua coscienza alla decisione di portare alla luce i terribili segreti custoditi da tempo nei Sacri Palazzi, vista anche l’impunità dei protagonisti di questi ignobili episodi.
 
Un ultima osservazione: Viganò è un cognome lombardo piuttosto comune, e non mancano ovviamente le omonimie. L’Arcivescovo Viganò di cui abbiamo parlato non va assolutamente confuso con monsignor Dario Viganò, che dal 2015 fino a pochi mesi fa è stato Prefetto della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, un organismo voluto da Bergoglio per governare tutta la comunicazione vaticana. Creatura dell’ex Arcivescovo di Milano Martini, questo altro Viganò era una delle figure di spicco di questo pontificato, fino a quando Il 21 marzo  scorso il papa ha accettato la sua rinuncia a prefetto della Segreteria per la comunicazione e l’ha nominato assessore del dicastero per la comunicazione affidando il mandato di proseguire nel lavoro avviato per il progetto di riforma. Alla base delle dimissioni c’è il caso legato alla lettera di Benedetto XVI “opportunamente” ritoccata per sostenere un forte endorsement a favore di Bergoglio del papa emerito. Un pastrocchio smontato dall’intervento chiarificatore dello stesso Benedetto XVI davanti al quale Viganò non poteva che dimettersi, con il rincrescimento manifesto del proprio superiore. Una figura molto diversa quindi dal Viganò che ha deciso di portare alla luce uno dei più gravi scandali della Storia della Chiesa.
   

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