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Fonte centrosangiorgio.com 11/02/2012

Autore Alberto Fornaciari

La maggior parte delle persone conosce poco o nulla di quella che negli anni 1943-1946 fu una vera e propria guerra civile italiana, con migliaia di morti, tra cui molti innocenti. Quelli che poi ne sono a conoscenza, sono convinti che se eccessi vi furono da parte delle formazioni partigiane, si trattò quasi sempre di regolamenti di conti, di ripicche verso chi, durante il regime fascista, aveva approfittato della camicia nera che indossava per prevalere in modo ingiustificato sul prossimo. In realtà, le cose andarono ben diversamente. Le fosse comuni, le foibe e buona parte degli omicidi portati brutalmente a termine dalle brigate di partigiani comunisti avevano lo scopo ben preciso di eliminare fisicamente i possibili avversari del comunismo di stampo sovietico che si voleva instaurare a guerra finita. Il fine ultimo e la causa di queste stragi non fu, dunque, la vendetta, ma il calcolo spietato di una minoranza che, accecata da un'ideologia di morte, giunse ad uccidere i sacerdoti solo perché tali, gli altri partigiani non-comunisti e persino i proprî compagni che non si allineavano ai dettami del Partito. Una pagina recente della nostra Storia che merita di essere conosciuta.

 

Presentazione

 

Ero poco più di un adolescente quando, a metà degli anni '70, andai a trovare alcuni lontani parenti che vivono ad Intra, una ridente località del novarese che si affaccia sul Lago Maggiore, una zona che fu teatro durante l'ultima guerra di duri scontri tra le truppe nazifasciste e le formazioni partigiane (basti pensare alla celebre repubblica dei quaranta giorni della Val d'Ossola...). Uno di questi parenti, sapendo che venivo da Ferrara, baroni edmondomi chiese - certo di ricevere una risposta affermativa - se ero comunista. Il mio «no», gentile ma fermo, gli spense il sorriso sul volto. Si sarà certamente chiesto come mai un abitante della rossa Ferrara non fosse un «compagno». La sua considerazione di fondo non era poi del tutto sbagliata, se si considera che nella mia città i sindaci comunisti si sono succeduti ininterrottamente dal 1949 ad oggi, e che il Partito Comunista (e ora il PD) è sempre stato il primo partito alle elezioni. Le ragioni di questa mia non-appartenenza non sono di natura prettamente partitica, prova ne è che non ho mai avuto nessuna tessera, né ho mai fatto alcun genere di attività in qualche formazione politica. Semmai esse sono in larga parte di carattere familiare, e più precisamente sono dovute alle parole che ho udito dalla viva voce di mio padre Edmondo. Anche lui, come me, non era mai stato iscritto ad alcun partito, né era mai entrato in politica, pur avendo le sue idee. Dopo l'8 settembre 1943 e il conseguente scioglimento del suo reparto corazzato, mio padre non aveva aderito alla Repubblica Sociale Italiana, e nemmeno si era unito ai partigiani che si erano dati alla macchia. Per scampare alla probabile deportazione in Germania e per sfamare i genitori era entrato nel Corpo dei Vigili del Fuoco prestandovi servizio fino all'età della pensione. La sua posizione «neutrale» gli aveva così permesso di essere testimone oculare negli anni 1943-1946 di fatti sanguinosi, come i barbari quanto inutili (da un punto di vista bellico) bombardamenti della città operati dall'aviazione anglo-americana o la rovinosa ritirata dei tedeschi. Ma il ricordo che ancora oggi porto scolpito nella mia memoria è la sua reazione quando si toccava l'argomento «Resistenza». Gli occhi spiritati, il volto rosso acceso, le vene del collo ingrossate, mi raccontava in modo concitato di come - nonostante la sua divisa di pompiere - si era visto in più di un'occasione puntare addosso le armi da persone che, con un'espressione piena di ripugnanza, definiva lazarun (colorita espressione in dialetto ferrarese che sta per «delinquenti», «farabutti»), che autoproclamatisi «liberatori» dettavano a destra e a manca la loro legge: quella del mitra.

 

Mi parlava di come le nostre zone erano state lasciate dagli alleati alla mercé di questi individui, molti dei quali, come diceva lui, erano partigian dal lùni («partigiani del lunedì»), ossia i soliti opportunisti (molti dei quali fino all'anno precedente indossavano la camicia nera...) entrati nella Resistenza il 25 aprile, quando l'ultimo tedesco era annegato nel Po o si era arreso alle truppe di colore che precedettero l'arrivo degli alleati. Mi raccontò dei prelevamenti notturni di ex fascisti dei quali non si seppe più nulla, ma anche di gente per bene che non aveva mai torto un capello ad anima viva, dei processi-farsa, dei «tribunali del popolo», delle scorrerie (soprattutto nelle campagne) e delle brutalità operate da questi prepotenti che con il fazzoletto rosso al collo, la stella rossa nel cappello e al canto di O bella ciao o Bandiera rossa uccidevano, rubavano, stupravano e impazzavano in mezzo ad una popolazione in preda al terrore e all'omertà. Poi, con la voce piena di disgusto, mi narrava come a guerra finita questi assassini, il più scolarizzato dei quali non era andato oltre la terza elementare, grazie al loro passato di «partigiani» e alla loro tessera rosso-sangue, erano stati assunti dall'amministrazione comunale, magari andando ad occupare posti di rilievo e percependo quello che si dice un signor stipendio. E, colmo dei colmi, ogni 25 aprile questi signori hanno ancora il coraggio di andare a sfilare in piazza con tanto di medaglie «al valore» appuntate sul petto, vantando un passato che per molti di loro è solo vergognoso. Questa porzione della nostra Storia è una delle tante zone d'ombra su cui non è ancora stata fatta piena luce e soprattutto non è stata resa giustizia. Anche oggi, nonostante l'Unione Sovietica sia solo un brutto ricordo, e che il comunismo locale sia ormai un fenomeno sempre più allo sbando e in via di estinzione, pochi sono quelli che hanno il coraggio di dire la verità su questi fatti dolorosi smascherando uno dei movimenti più infami che ha insanguinato le nostre terre. Possa la lettura di questo stringato articolo aprire gli occhi a tanti giovani a cui, dopo sessant'anni, non è ancora stata detta la verità storica.

 

 

Sono ormai trascorsi cinquant'anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Nell'aprile del 1945, finivano ufficialmente le ostilità in Italia, che ne usciva sconfitta, a causa della congiura di palazzo ordita il 25 luglio del 1943 dai componenti il Gran Consiglio del fascismo e il consequenziale tradimento perpetrato da Pietro Badoglio (1871-1956) nel tragico 8 settembre dello stesso anno. Quest'atto provocò la «rottura» dell'Italia in due parti; una, col governo del Sud, si schierò coi nemici di ieri, gli anglo-americani; l'altra, con la Repubblica Sociale Italiana capeggiata da Benito Mussolini (1883-1945), continuò a combattere a fianco della Germania nazista.

 

I fatti narrati in questo libretto sono strettamente collegati con questi avvenimenti; gli italiani, accecati da odî personali e da sete di vendetta, si schierarono con l'una o con l'altra parte in conflitto. La memoria storica attesta che i venti mesi che vanno dal settembre del 1943 all'aprile 1945 furono tra i più oscuri e sanguinosi dell'intera Storia d'Italia. Gli atti di valore, e anche i delitti più efferati, furono da ambo le parti numerosissimi, e lasciarono un triste strascico che si manifestò anche dopo la fine della guerra fino al 1948, costellato da episodi criminosi che insanguinarono le nostre contrade. Il triste ricordo degli eccidî bestiali perpetrati dalle bande comuniste, nel famigerato «Triangolo della morte» in Emilia-Romagna, richiama alla mente gli orrori della guerra fratricida.

 

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