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Fonte  pierolaporta.it 29/08/2015

Autore Gianni Marizza*

Garibaldi fu ferito… da Ferrari. Fatti e fatterelli sconosciuti, poco noti o rivisitati.

 

Per parlare un po’ male di uno che viene reputato padre della patria si potrebbe indagare sul Garibaldi mercante di schiavi in Sudamerica, ma lasciamo perdere, ne risulterebbe offuscata la sua immagine di “eroe dei due mondi”.
Si potrebbe mettere in dubbio il suo status di Generale, per lui che non fu mai un militare regolare, nemmeno col grado di caporale o di soldato semplice (per la verità fu marinaio di terza classe della marineria genovese), ma lasciamo perdere: l’opinione pubblica ha bisogno di certezze, e quella del Garibaldi “Generale” è una certezza, anche se basata sul nulla.

Si potrebbe sottolineare che questo scomodo personaggio fu più galeotto che collaboratore. Eh, già, perché il Giuseppe nazionale fu condannato in contumacia dal Regno di Sardegna fin dal 1834 alla “pena di morte ignominiosa” come cospiratore, fece il pirata per il Bey di Tunisi, fece il corsaro e il guerrigliero in Sudamerica, fece cose poco commendevoli come far uccidere i prigionieri e i feriti, visse in esilio e poi fu arrestato almeno quattro volte dallo stato che lui stesso voleva costruire.
La prima nel 1849 dopo l’avventura della repubblica romana quando Garibaldi, sbarcato in Liguria il 5 settembre 1849, viene arrestato per ordine del Generale Alfonso Ferrero della Marmora, regio commissario straordinario di Genova, in ossequio alla direttiva governativa di arrestare i reduci della fallita repubblica romana. Dopo dieci giorni viene rilasciato e pagato per allontanarsi dall’italico stivale e ripara a Tangeri, in Marocco.
La seconda fu nel 1862 sull’Aspromonte da dove, ferito, venne trasferito nel carcere del Varignano.
La terza nel 1867 a Sinalunga da dove fu portato nel carcere di Alessandria, poi a Genova e quindi a Caprera da dove fuggì rocambolescamente. La quarta ancora nel 1867 a Figline Valdarno, dopo che il Re lo ebbe accusato di alto tradimento dato che il marinaio di Nizza intendeva conquistare Roma da solo, con conseguente ulteriore reclusione al Varignano.

Sull’Aspromonte si toccò il culmine dell’attrito fra il Piemonte ufficiale e le camice rosse. I Piemontesi del Generale Cialdini (che odiava Garibaldi e dal quale era stato sfidato a duello), ricevuto l’ordine di fermare il Nizzardo a tutti i costi, gli spararono addosso. Chi riuscì a colpirlo con una carabina fu il luogotenente Luigi Ferrari, che fu ricompensato con la medaglia d’oro al valor militare. Una pioggia di encomi, ricompense e promozioni cadde sui bersaglieri che avevano fermato i garibaldini diretti a Roma. Il Colonnello Emilio Pallavicini di Priola fu promosso Generale e altri settantasei fra ufficiali, sottufficiali e soldati ottennero croci di guerra e medaglie di bronzo e d’argento al valore. Ma solo il Ferrari, che colpì il bersaglio più ambito, ottenne quella d’oro, con una motivazione che Arrigo Petacco, nel suo libro “O Roma o morte” reputa di una brevità sconcertante: “Adempì all’amaro compito di comunque fermare il Generale Garibaldi in marcia verso Roma. Aspromonte, 29 agosto 1862”.
Un altro “amaro compito” fu quello di passare per le armi tutti coloro (ed erano due ufficiali, diciannove sottufficiali e duecento soldati) che avevano abbandonato il regio esercito per unirsi ai garibaldini. Quelli che non furono ammazzati sul posto vennero tutti condannati a morte dalla corte marziale, che più tardi commutò la pena nell’ergastolo.
Per ironia della sorte, anche Ferrari venne ferito sull’Aspromonte e dovette subire l’amputazione del piede destro, cosa che lo obbligò all’abbandono del servizio attivo. Ritornato a Castelnuovo Magra, dove era nato il 3 ottobre 1826, diventò sindaco del paese per nomina regia. Negli anni in cui fu sindaco, Ferrari – data la vasta popolarità di Garibaldi – preferì mantenere sempre il segreto sulla motivazione della sua massima ricompensa al valor militare, ma un giorno un tizio svelò questo arcano. Si trattava di un coetaneo di Ferrari, un certo Tognoni, anch’egli ex bersagliere rimasto invalido sull’Aspromonte ma senza alcuna ricompensa. Probabilmente per invidia, il Tognoni rivelò ai compaesani che fu proprio Ferrari a colpire Garibaldi, e da quel momento la vita del sindaco diventò sempre più difficile. Divenne oggetto di atti ostili e alla fine fu costretto a dimettersi dalla carica e a trasferirsi a La Spezia.

*Gianni Marizza, generale degli Alpini, è girnalista pubblicista e scrittore

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