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Fonte lanuovabq.it 12/07/2017

Autore Ermes Dovico

La Vandea

Il 12 luglio del 1790, in piena Rivoluzione francese, veniva approvata la Costituzione civile del clero, uno degli atti più significativi dell’Assemblea nazionale costituente, che modificava i rapporti tra lo Stato e la Chiesa. Li modificava non nel senso della separazione, bensì dell’assoggettamento della seconda al primo, poiché nella mentalità dei rivoluzionari lo Stato doveva plasmare ogni ramo della società e la Chiesa non sfuggiva a questa pretesa: anzi, in quanto istituzione divina, l’idea di una sua dipendenza dal potere statale diventava il simbolo della vittoria del pensiero di matrice illuminista e di un mondo nuovo, che si proponeva di recidere i legami con il passato e di fare a meno di Dio.

Quel 12 luglio 1790 segnò di fatto uno spartiacque che portò a una lunga fase di persecuzioni in odio alla fede e di innumerevoli martiri, realtà che cozzano con l’idea che i principi di libertà, uguaglianza e fraternità si siano affermati grazie alla Rivoluzione, come tanti esponenti del laicismo continuano ancora oggi a sostenere.

Nei mesi precedenti, l’Assemblea nazionale aveva già avviato una serie di riforme che colpivano la Chiesa. L’abolizione del regime feudale, decisa il 4 agosto 1789, si era accompagnata infatti alla soppressione delle decime, che il clero usava per finanziare le attività scolastiche e ospedaliere. Nel novembre dello stesso anno si votò la nazionalizzazione dei beni ecclesiastici (da lì la prima decisione di dare uno stipendio ai parroci) e nel febbraio 1790 l’Assemblea decise di proibire per il futuro i voti religiosi e di vietare tutti gli ordini e le congregazioni, con l’eccezione di quelli impegnati a gestire scuole e ospedali.

Con la Costituzione civile del clero si intendeva in sostanza continuare l’opera di demolizione del cristianesimo. Si stabilì così la soppressione di varie diocesi, il cui numero venne fatto coincidere con quello dei dipartimenti statali, riducendo di molto anche il numero delle parrocchie; la retribuzione degli ecclesiastici da parte dello Stato e l’elezione di vescovi e parroci - trattati alla stregua di funzionari civili - da parte di assemblee popolari, costituite su base censitaria e che rappresentavano meno dello 0.5% della popolazione.

Molti vescovi condannarono come illegale il decreto, comprendendone le motivazioni politiche e gallicane che rischiavano di causare uno scisma, e chiesero ai rivoluzionari di attendere il pronunciamento del papa, il quale intanto aveva istituito una Congregazione per occuparsi della questione. Ma il 4 gennaio del 1791 la Costituente forzò ulteriormente la mano e decise che tutti gli ecclesiastici avrebbero dovuto giurare fedeltà alla Costituzione come funzionari civili, pena la perdita delle loro funzioni e dello stipendio. La maggioranza della Chiesa non si piegò. I due terzi dei membri del clero presenti nella Costituente, quasi tutti i vescovi e circa la metà del clero parrocchiale rifiutarono di giurare e, addirittura, alcuni chierici che avevano giurato in precedenza ritrattarono e furono perciò detti “refrattari”. Il 10 marzo 1791 si espresse ufficialmente anche Pio VI, che nel breve Quod aliquantum definì la Costituzione un atto “sacrilego”.

La pressione anticristiana dei rivoluzionari si accrebbe e il 29 novembre si decretò che tutti i sacerdoti sarebbero stati accusati di avere “cattive intenzioni verso la Patria”, se non avessero prestato giuramento alla Costituzione entro otto giorni. In breve, preti e vescovi furono additati come nemici della Rivoluzione. L’atteggiamento totalitario proseguì per tutto il 1792, quando culminò in quelle che sono note come le Stragi di Settembre: la Chiesa conta 191 martiri, per la stragrande maggioranza sacerdoti (beatificati da Pio XI nel 1926), uccisi in odio alla fede cattolica tra il 2 e il 3 settembre in quattro diversi luoghi di Parigi, ossia l’abbazia di Saint-Germain-des-Pres, il convento dei carmelitani, la prigione di La Force e il seminario di Saint-Firmin. Da allora ci furono centinaia di altri martiri riconosciuti dalla Chiesa, vittime dei rivoluzionari.

Quelle stragi segnarono infatti l’inizio di un’escalation giacobina che raggiunse il suo apice nel massacro operato nella Vandea, una regione dove il cattolicesimo era fortemente radicato. La sostituzione dei preti “refrattari” con i “giurati” fedeli alla Rivoluzione, la chiusura delle chiese (ottocento furono poi bruciate) e l’imposizione della leva obbligatoria da parte del Direttorio portarono alla ribellione dei vandeani, che combatterono per difendere i valori cristiani. Secondo lo storico francese Pierre Chaunu, protestante e liberale, in Vandea furono sterminate 250 mila persone, un genocidio di Stato che arrivò fino all’orrore delle Noyades, “gli annegamenti”. I vandeani venivano cioè legati per le mani e i piedi, a volte denudati, fatti salire su barche che venivano affondate. Nell’ultima noyade ufficiale, il 27 febbraio 1794, furono uccise quarantuno persone: due uomini, ventiquattro donne e quindici bambini, di cui cinque neonati.

In generale, le persecuzioni furono così feroci che, come ebbe modo di affermare Chaunu in un’intervista con Antonio Socci pubblicata nel 1989 sul settimanale Il Sabato, “per 15 anni fu resa impossibile la trasmissione della fede. Un’intera generazione. Pensi che Michelet fu battezzato a 20 anni e Victor Hugo non ha mai saputo se era stato battezzato o no. Le chiese chiuse. I preti uccisi o costretti a spretarsi e sposarsi o deportati e esiliati. Francamente io non capisco come oggi i cattolici possano inneggiare alla Rivoluzione. Altra cosa è il perdono e altra solidarizzare con i carnefici, rinnegando le vittime e i martiri”.

   

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