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Fonte rossoporpora.org 24/05/2015

Autore Giuseppe Rusconi

Di notevole interesse gli “Atti” del convegno storico vaticano su Costantino il Grande, presentati recentemente all’Augustinianum, curati da mons. Dal Covolo e da Giulia Sfameni Gasparro e pubblicati dalla Libreria editrice vaticana. La conversione dell’Imperatore. La sua ideologia ‘solare’. I rapporti tra cristiani e Impero. Visione di Saxa Rubra e battaglia di Ponte Milvio: la relazione di Roberto de Mattei

Recentemente presso l’ Augustinianum è stato presentato - a cura del Pontificio Comitato di Scienze storiche e per i tipi della Libreria editrice vaticana – un volume di rilevante interesse storico: “Costantino il Grande – alle radici dell’Europa” ovvero gli “Atti del Convegno internazionale di studio in occasione del 1700.mo anniversario della battaglia di Ponte Milvio e della conversione di Costantino”. Come si può arguire l’argomento non è tra i più semplici. Neppure tra i meno controversi. E si presta anche a una pur non facile attualizzazione, considerato ad esempio come il tema dei rapporti tra Stato e Chiesa offra sempre nuovi spunti di riflessione. Il Convegno cui si riferisce il volume è quello promosso dal Pontificio Comitato di Scienze storiche, svoltosi dal 18 al 21 aprile 2012 in Vaticano, cui – come scrive nella presentazione del volume il presidente padre Bernard Ardura – sono stati invitati ad intervenire “i più grandi esperti dell’argomento”. I quali hanno approfondito il contesto in cui “il futuro imperatore fu educato, i rapporti tra i cristiani e l’Impero romano prima del 313, i rapporti tra religione e Stato, l’idea di tolleranza e di libertà religiosa nell’Impero”. Ed anche il significato della battaglia di Ponte Milvio del 28 ottobre 312, che “assurse rapidamente al ruolo di simbolo fondativo di un mondo nuovo, nato dall’incontro di Costantino con il cristianesimo”.

Un “mondo nuovo” – scrive ancora padre Ardura – cioè “un’Europa in cui sono sbocciati i valori di dignità umana, di progressiva distinzione e cooperazione fra religione e Stato, di libertà di coscienza, di religione e di culto. (…) Realtà tutte in nuce nella cosiddetta svolta costantiniana, che anch’essa è stata preparata e perfezionata dagli immediati predecessori e successori di Costantino il Grande”.

Una costruzione paziente oggi assai controversa, come ha ricordato alla presentazione il cardinale Paul Poupard: “L’Europa di oggi fa fatica a riconoscere proprio le sue radici cristiane e fa fatica anche ad ammettere la presenza pubblica della religione”. Motivo in più, per il presidente emerito del Pontificio Consiglio della cultura, di leggere gli “Atti”, la cui conoscenza può giovare “anche a qualche responsabile politico”. Del resto a ragione papa Giovanni Paolo II ammoniva: “Senza le radici, muore l’albero”.

QUALCHE STRALCIO DAI TESTI DELLE RELAZIONI

Diamo dunque un’occhiata agli “Atti”, curati da mons. Enrico Dal Covolo (rettore della Lateranense) e da Giulia Sfameni Gasparro (nota studiosa, docente presso l’Università di Messina, membro del Pontificio Comitato). Non banale il saluto al Convegno del Cardinale vicario Agostino Vallini, che tra l’altro ha sottolineato che “Il favore concesso al cristianesimo e il riconoscimento della sua legalità, a ben vedere, era il prendere atto che in materia religiosa ogni persona umana è titolare di un diritto fondamentale inalienabile”. Nella prolusione d’apertura Dal Covolo ha evidenziato come i prodromi della ‘svolta’ costantiniana emergano già con gli imperatori Severi (193-235). Perciò, secondo il presule salesiano, “l’alleanza tra Impero romano e religione cristiana, sancita da Costantino, non possiede quel carattere rivoluzionario esplosivo che certa manualistica ancor oggi le attribuisce”. Se guardiamo ai fatti, “la svolta costantiniana ubbidiva alla politica religiosa della tradizione classica, soprattutto romana: la protezione della divinità e il culto senza impedimenti che la propiziava erano considerati indispensabili per la stabilità delle istituzioni civili”. Insomma Costantino, “garante delle sorti dell’Impero”, doveva assicurarne le protezione “da parte della divinità, ora il potente ‘Dio unico’ dei cristiani”.

Qualche citazione tratta da altri contributi interessanti. Marco Rizzi (Scienze religiose, Università cattolica di Milano/Brescia) ha indagato sull’atteggiamento dei cristiani verso il potere e l’Impero prima di Costantino: “Si può affermare che, accanto a una linea di pensiero che mantiene a lungo il carattere di generica riflessione sul potere nelle sue varie manifestazioni e sugli obblighi dei cristiani verso di esso, si è progressivamente venuta elaborando – specie in Occidente – una più puntuale riflessione sui caratteri e le funzioni proprie dell’Impero romano” fino a prefigurare un inserimento del cristianesimo nell’orizzonte politico dello stesso Impero.

E’ invece padre Angelo di Berardino (Patrologia e Patristica, Augustinianum, Roma) ad approfondire l’organizzazione delle comunità cristiane agli inizi del quarto secolo, quello costantiniano. Osserva l’autore che le forme di organizzazione ecclesiale “si sono sviluppate durante i primi tre secoli sotto influssi reciproci provenienti dalla tradizione giudaica, dalle istituzioni romane e da altre comunità cristiane, più organizzate. (…) Le accresciute comunità in consistenza numerica richiedono una maggior articolazione attorno alla figura del vescovo, che resta centrale, un maggior impegno nella catechesi prima e dopo il battesimo, nell’organizzazione della liturgia, nella costruzione di edifici di culto accoglienti e di cimiteri comunitari, destinati solo ai cristiani”. A proposito del vescovo: “C’è una stretta correlazione tra il vescovo e la sua comunità locale, come un matrimonio spirituale inscindibile; egli non può andare in altra sede e neanche compiere atti in altra comunità”.

Martin Walraff (Storia della Chiesa e della teologia, Università di Basilea) ha esaminato l’ideologia costantiniana nelle sue connotazioni solari, in particolare emerse nelle cerimonie legate alla morte dell’imperatore. Per Walraff gli elementi ‘solari’ accompagnano la carriera di Costantino, convivendo con quelli cristiani. Si ricorderà a tale proposito come Cristo fosse chiamato già da tempo “sole di giustizia” o “vero sole”.

Della conversione e del battesimo di Costantino si è occupato Arnaldo Marcone (Storia romana, Università di Roma Tre), rilevando tra l’altro che “pare ben difficile (…) immaginare un Costantino già cristiano ben prima del 312”, un imperatore che “attendesse solo l’occasione per palesare la propria fede”. In realtà “sulle convinzioni religiose di Costantino prima del 312 si può solo speculare. E’ lecito supporre che, come il padre, aderisse a una generica fede solare in qualche modo monoteistica”. E sul Battesimo osserva Marcone: “Con il Battesimo del 337 Costantino chiude un itinerario religioso e completa la propria adesione al cristianesimo che risaliva a più di un quarto di secolo prima. (…) La decisione di ricevere il Battesimo solo in punto di morte può spiegarsi con l’uso corrente all’epoca secondo cui questo era un modo per essere sicuri, venendo lavati con esso tutti i peccati, della vita eterna”.

ROBERTO DE MATTEI: A PONTE MILVIO LA PRIMA GUERRA SANTA

Negli “Atti” legati al Convegno troviamo altri contributi di rilievo, ma ne mancano tre. Quello di Gianluigi Falchi (Università Lateranense) sull’idea di libertà religiosa e il battesimo di Costantino: l’autore è deceduto prima di poter rivedere il suo testo per la pubblicazione. Quello di Maria Andaloro (Università della Tuscia) sull’iconografia di Costantino dal Tardo antico al Medioevo. E quello di Roberto de Mattei sul “significato archetipico della battaglia di Ponte Milvio”, accolto da applausi nutriti e apprezzata da noti studiosi dell’argomento come il tedesco Heinz Sproll e il bibliotecario e archivista emerito di Santa Roma Chiesa, cardinale Raffaele Farina. Preso atto del testo (controcorrente rispetto agli odierni tempi ecclesiali), sono certo intuibili i motivi dell’assenza negli “Atti” della relazione del professor de Mattei, che pure era stato ben coinvolto nella preparazione del Convegno. Ve ne offriamo qualche stralcio, così che ognuno possa farsi – come  sembra giusto – un’idea propria di quel che ha detto sull’argomento il presidente della ‘Fondazione Lepanto’ nonché docente presso l’Università europea di Roma.

Incipit: “Tra il 1912 e il 1913, per iniziativa di papa Pio X, si celebrò solennemente il 1600mo anniversario di Costantino il Grande. Le commemorazioni riguardarono due grandi avvenimenti: la vittoria di Costantino su Massenzio presso il Ponte Milvio (28 ottobre 312) e la proclamazione dell’editto di pace di Milano (maggio 313). “Allora finalmente la Chiesa militante ottenne il primo di quei trionfi che in ogni sua età tennero dietro costantemente alle persecuzioni di ogni genere, e da quel giorno sempre maggiori benefici apprestò alla società del genere umano”, affermò san Pio X, nella Lettera apostolica con cui l’8 marzo 1913 indisse un giubileo in memoria di quegli eventi, arricchendolo di speciali indulgenze”.

Demitizzazione: nel secolo intercorso dal giubileo, “l’evento non è stato oggetto di grande attenzione da parte degli storici, se non in relazione al problema della conversione dell’imperatore su cui si è molto dibattuto, indagandone le ragioni interiori più che gli influssi estrinseci, come la vittoria di Saxa Rubra e, soprattutto, la visione che la precedette. Per quanto riguarda la miracolosa visione, o sogno, di Costantino (NdR: un trofeo luminoso a forma di croce che sovrastava il sole, con accanto la scritta In hoc signo vinces), la linea storiografica dominante è quella della demitizzazione. (…) Da parte mia non intendo ripercorrere il dibattito storiografico, ma soffermarmi piuttosto in quello che mi sembra un punto cruciale: il significato archetipico che la battaglia di Saxa Rubra, inscindibilmente legata alla visione di Costantino, ha assunto nel corso dei secoli e tuttora mantiene”.

Miracoli e trasfigurazione storica: “Accade che un evento, entrando nella memoria storica, perda i suoi caratteri reali, per assumere un significato che, pur non contraddicendo la storia, in qualche modo la trasfigura. Non è necessario un miracolo perché un evento storico assuma un significato archetipico. Le battaglie di Poitiers e di Lepanto costituiscono, ad esempio, un momento archetipico della storia della civiltà occidentale, senza essere accompagnate da miracoli spettacolari. Nel caso di Saxa Rubra invece il trionfo militare e politico è inscindibile dalla visione miracolosa di Costantino”.

Labaro cristiano e guerra santa: “Il labaro cristiano inalberato da Costantino non solo non contraddiceva la tradizione dei cristiani di servire fedelmente nell’esercito romano, ma introduceva un elemento nuovo e inaspettato. I cristiani erano stati buoni soldati, ma nessuna guerra era mai stata condotta sotto il segno della Croce. Ora Cristo stesso chiedeva a Costantino e alle sue legioni di combattere in Suo nome, stabilendo con ciò il principio per cui è lecito combattere in nome di Dio, quando la causa è giusta e la guerra è dichiarata santa. La battaglia del 28 ottobre non dimostrava solo la liceità per i cristiani di militare nell’esercito, ma proclamava, istinctu divinitatis, la prima guerra santa dell’era cristiana. (…) Poco importa la consapevolezza che di questa guerra religiosa ebbero i protagonisti, Costantino e Massenzio in primis. Ciò che vale è che la croce di Cristo non fu posta in contrasto con i vessilli militari, ma divenne essa stessa simbolo di lotta e di vittoria. Il motto In hoc signo vinces lega il Signum crucis, il simbolo della croce, a una vittoria che non è solo quella interiore sulle passioni disordinate e sul peccato, ma è una vittoria pubblica, armata, militare. Da allora il Cristo comincerà ad essere rappresentato come vittorioso e la Croce, non più insegna del servile supplicium, sormonterà il labaro imperiale e brillerà sugli elmi e sugli scudi delle legioni. Di tutti gli organismi pubblici dell’Impero, l’esercito fu il primo ad avere un’impronta spiccatamente cristiana”.

Guerra e pace: “Non si cerca la pace per fare la guerra, spiegherà sant’Agostino, ma si fa la guerra per conseguire la pace (vedi soprattutto in Epistula al conte Bonifacio). La guerra santa costantiniana va intesa in stretta connessione con quella pax christiana descritta da Eusebio nel capitolo VII della Demonstratio evangelica. Una pace che si identifica con il Regno di Cristo che inizia ad attuarsi sulla terra, mentre l’Impero, come osserva il cardinale Farina, ‘si avvia a trasformare la sua universalità di diritto in universalità di fatto’. Pax romana e pax cristiana si identificano nella pax costantiniana, che annuncia il nuovo Impero romano-cristiano. Gli storici fanno generalmente risalire la formazione dell’idea di crociata all’età carolingia, ma l’archetipo risale a Saxa Rubra e non sbaglia chi rintraccia l’idea di una prima cavalleria cristiana nella decisione di Costantino di costituire un gruppo di guardie scelte, per custodire e difendere il labarum”.

Saxa Rubra e la Chiesa: “Il miracolo di Saxa Rubra non appartiene alla Rivelazione pubblica della Chiesa e come tale non costituisce oggetto di fede. Tuttavia, nel corso di 1700 anni, dalla storiografia cristiana dei primi secoli fino a quella dell’Ottocento e del primo Novecento è stato considerato come una realtà ed è entrato a far parte della tradizione della Chiesa. Di questa tradizione voglio essere l’eco, nella convinzione che le manifestazioni soprannaturali accompagnano la storia e sono il segno visibile della presenza di Dio nel cammino dell’umanità. ‘Voi storici – ammonisce dom Prosper Guéranger (1805-1875), restauratore della vita monastica in Francia – dovete tenerne conto, e, se le ritenete vere, è vostro dovere registrarle e determinarne il ruolo e la portata’. E’ quanto ho cercato di fare in questa mia relazione”.

   

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