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Fonte lanuovabq.it 20/04/2015

Autore Marco Respinti

Quella del genocidio degli armeni (clicca qui) e dei greci e degli assiri (clicca qui) è una vicenda tremenda, tanto più perché di fatto apre, nel sangue, il secolo XX delle “magnifiche sorti e progressive”, sovrapponendosi sinistramente all’”inutile strage” (clicca qui) (così Papa Benedetto XV nel 1917) della Prima guerra mondiale (1914-1918). Il centenario del suo inizio (la notte tra il 23 e 24 aprile) è, dunque, oltre che il momento per la memoria doverosa e l’occasione perché i Paesi e le istituzioni che ancora non lo hanno fatto riconoscano ufficialmente la tragedia, una opportunità per approfondirne la realtà storica.

 

Non si sbaglia quindi se si parte dal classico, intramontabile, I quaranta giorni del Mossa Dagh, romanzo storico dello scrittore Franz Werfel (1890-1945), uno egli ultimi testimoni (e cantori) del mondo austro-ungarico oramai al crepuscolo assieme ad Arthur Schnitzler (1862-1931), Joseph Roth (1894-1939) e Stefan Zweig (1881-1942), nonché poeta e autore di un poema-biografia di santa Bernadette Soubirous (1844-1879). Questa sua vera e propria epopea della resistenza armena al massacro sistematico operato dai Giovani Turchi fu pubblicata nel 1933, anno in cui in Germania s’instaurava il Terzo Reich nazionalsocialista. In Italia lo pubblica l’editore milanese Corbaccio.

Da una sensibilità totalmente diversa, se non addirittura opposta (ma questo non fa che sottolineare l’oggettività della giustezza della causa armena), è il pamphlet del famoso leader socialista Jean Jaurès (1959-1914), grande innamorato della Rivoluzione Francese (1789-1799): Bisogna salvare gli armeni. Discorsi alla Camera dei deputati francese in difesa degli armeni. Sono tre, pronunciati tra il 3 novembre 1896 e il 15 marzo 1897, dunque ben prima del Metz Yeghérn, il genocidio nazional-laicista ordito e perpetrato dal partito dei Giovani Turchi, ma si tratta di eccidi non meno gravi e profondi, voluti e messi in atto dall’impero ottomano; e ciò dimostra alla perfezione che, se è vero che il genocidio del 1915-1923 con l’islam non c’entra, l’islam ha però massacrato gli armeni cristiani in misura non inferiore. 

Del resto oggi il premier turco (che certo non brilla per laicismo anche se alquanto per nazionalismo), Recep Tayyip Erdogan, scatenato contro Papa Francesco, sta facendo di tutto per aggiungere al fuoco pure la benzina islamica. Curata da Paolo Fontana, la raccolta di discorsi di Jaurès è pubblicata a Milano da Guerini, nella collana Frammenti di un discorso mediorientale, diretta dalla nota scrittrice italiana di origine armena Antonia Arslan, collana in cui escono anche la nuova edizione aggiornata del classico Metz Yeghérn. Breve storia del genocidio degli armeni di Claude Mutafian e 1915: genocidio armeno di Hasan Cemal.

Di grande impatto, oltre che di enorme utilità, è poi Cancellare un popolo. Immagini e documenti del genocidio armeno di Benedetta Guerzoni, edito dalla milanese Mimesis. Uno dei punti di forza della memorialistica armena (condiviso con la memorialistica ebraica) è la grande disponibilità d’immagini di quei fatti luttuosi, cosa che ne rende efficacissima la comunicazione, toccante la testimonianza e innegabile la realtà. In questo libro le immagini, sempre tremende, e la loro logica narrativa, vengono presentate con perizia e intelligenza.

Con La marcia senza ritorno. Il genocidio armeno, pubblicato dalla sempre elegante e scrupolosa Salerno Editrice di Roma con una lettera d’“introduzione” di Papa Francesco, la vaticanista de Il Messaggero Franca Giansoldati ripercorre il calvario di quel popolo disgraziato, confezionando un’opera di sintesi che non rinuncia mai, dove serve, all’analisi approfondita e alla riflessione coinvolgente.

Ma è la Francia (Paese emblema della diaspora armena) a calare l’“asso di bastoni” pubblicando, per i tipi delle edizioni Privat di Tolosa, le 640 pagine di Du génocide des Arméniens à la Shoah. Typologie des massacres du XXe siècle, opera collettiva di specialisti realizzata sotto la direzione di Gérard Dédéyan e di Carol Iancu. Di enorme valore scientifico, l’opera è la prima indagine analitica e comparata del “populicidio” armeno e dell’olocausto ebraico (dice bene il libro, «di due dei maggiori genocidi del Novecento» giacché vi sono almeno anche l’Holodomor ucraino e la Cambogia dei Khmer rossi) svolta su documenti di prima mano e attraverso testimonianze imprescindibili. Arrivato all’ultima pagina di questo vero e proprio monumento di condanna dell’abominio umano, il lettore matura una convinzione fondamentale. Il genocidio ebraico è stato unico. E così pure il genocidio armeno. Come lo sono, unici, tutti i genocidi. Se si tratta di genocidi, si tratta infatti di eccidi speciali, perpetrati per ragioni speciali e incriminati per ragioni speciali. 

Questo è ciò che li accumuna tra loro e che li differenzia dagli altri massacri, pur evidentemente esecrabili. Ciò che fa unici tutti i genocidi, però, è che unica e irripetibile è l’umanità di ogni singola vittima e che unici sono i contesti storici in cui i fatti si sono svolti.Il genocidio armeno è stato il primo genocidio dell’illuminato secolo XX (oramai è Magistero pontificio e parola di santo) ai danni della prima nazione cristiana della storia. Unico. Il genocidio ebraico (ne è colmo tutto il Magistero e i santi qui “si sprecano”) è avvenuto quando le false luci del Novecento già erano spente da un po’, ai danni del popolo eletto da Dio. Unico.

 

   

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