Articoli più letti  

   

Cerca autori  

   

Cerca Argomenti  

   


Fonte lanuovabq.it 15/03/2015

Autore Paul Glynn ed Enrico Cattaneo

Più di 400 anni fa, Nagasaki era la prima e unica città cristiana del Giappone. Il 15 agosto del 1549, San Francesco Saverio sbarcò a Kagoshima, e fu allora che i giapponesi sentirono parlare del Vangelo per la prima volta. Nessun europeo era mai penetrato oltre la costa e non c'era nessun dizionario per tradurre in giapponese una lingua europea. Ciò rendeva quanto mai difficile il compito di Francesco Saverio, che cominciò a predicare parlando del Dai Nichi. Ben presto però scoprì, con sua grande confusione, che quella parola in giapponese non significava il Dio Onnipotente della Bibbia, ma era una delle manifestazioni del Buddha. Tuttavia, la fede è qualcosa che attira più delle nozioni, e i giapponesi furono così colpiti dal nobile basco che chiesero il battesimo in gran numero.

 

Molti capitoli della storia delle missioni cattoliche nell'era della colonizzazione sono contrassegnati da errori e abusi, ma la storia dei gesuiti in Giappone fa eccezione. Gli uomini che seguirono Francesco Saverio fecero molti convertiti nei ranghi dell'aristocrazia e del popolo con la sola forza della loro personalità, con le loro convinzioni e il loro lavoro al servizio dei malati, dei senzatetto e gli orfani. A titolo di esempio, ricordiamo che le autorità civili giapponesi hanno eretto statue per onorare la memoria di Almeida, un gesuita pioniere della chirurgia in Giappone.

Il dottor Almeida era un ricco investitore in Estremo Oriente quando entrò tra i gesuiti. Prima di pronunciare i suoi voti religiosi, fece in modo che la sua fortuna fosse investita nel lucroso commercio della seta tra Macao e il Giappone, e dispose che i dividendi fossero versati agli ospedali e agli orfanotrofi dei gesuiti in Giappone. Tali dividendi rappresentavano solo una piccola percentuale del commercio della seta, ma abbastanza per dare credito alla leggenda che i gesuiti fossero coinvolti fino al collo nel commercio dell’oro e della seta. Questa leggenda del resto è stata ripresa con grande successo qualche tempo fa nelle librerie e al cinema: Shogun.

Nel 1579, il gesuita Alessandro Valignano arrivò come superiore della missione dei Gesuiti; sapeva  essere efficace come Francesco Saverio. Gigante nella mente e nel corpo, aveva ricevuto la formazione laica dell’epoca, il Rinascimento; era un avvocato, e all'età di 27 anni era entrato tra i gesuiti. Si era immerso negli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola ed era diventato un vero esperto nella preghiera e nella contemplazione, prima di essere nominato maestro di novizi. Uno dei suoi novizi fu Matteo Ricci, che sarebbe diventato famoso in Cina. Il superiore generale dei Gesuiti attribuiva grande importanza alle missioni che Francesco Saverio aveva creato in Oriente e aveva posto Valignano, allora solo di 35 anni, alla loro testa.

Valignano divenne un missionario in anticipo di parecchi secoli sui suoi tempi. Subito si rese conto degli ostacoli per l’evangelizzazione derivanti dalla situazione coloniale del tempo e richiese che i gesuiti imparassero e rispettassero la lingua e la cultura delle persone per le quali lavoravano. Non volle mettere sulle spalle degli asiatici il bagaglio culturale occidentale. I gesuiti andavano in Oriente per insegnare il Vangelo, non la cultura spagnola, portoghese o italiana. Certo, con gli asiatici si potevano condividere l'astronomia, la medicina e la scienza occidentali, ma non bisognava identificare il Vangelo con la cultura europea del XVI secolo.

Egli insistette anche sul fatto che i gesuiti dovevano preparare i giapponesi ad assumersi la direzione e, con il dispiacere di alcuni, disse che gli europei non erano superiori ai giapponesi che per la conoscenza dei Vangeli, e che in tutti gli altri campi i Gesuiti dovevano mettersi alla loro scuola. Con grande intuizione, Valignano scrisse un libro sulle abitudini e costumi del Giappone e richiese che i suoi uomini vi si conformassero. Ad esempio, vista la grande considerazione che godeva la cerimonia del tè presso i capi giapponesi, ordinò che in tutte le case dei gesuiti ci fosse un locale destinato per quella cerimonia. La politica missionaria dell'inculturazione praticata da Valignano e da Ricci guadagnò alla loro causa molti intellettuali giapponesi e cinesi.

Un buon numero di daimyo giapponesi, vale a dire di baroni feudali, divennero cristiani o almeno manifestarono un grande rispetto per la nuova religione. Uno di loro era Ukon Takayama, a volte chiamato il Tommaso Moro giapponese. Come il Cancelliere d'Inghilterra, Takayama era una delle più grandi figure politiche e culturali del suo tempo. Fu arrestato e privato del suo castello e delle sue terre perché rifiutava ogni compromesso in nome della sua fede. Il dittatore Hideyoshi provò con tutte le sue forze per trarre dalla sua parte questo tattico militare eccezionale, calligrafo e maestro di cerimonia del tè, come Enrico VIII aveva cercato di convincere il suo Cancelliere Tommaso Moro. Alla fine, Takayama fu mandato in esilio perché aveva rifiutato di rinunciare alla sua fede cristiana.

Molti samurai e decine di migliaia di semplici contadini e abitanti delle città chiedevano il battesimo. Il dittatore Hideyoshi cominciò a sentire una certa trepidazione davanti al numero sempre crescente di cristiani, soprattutto quando gli uomini del calibro di Takayama cominciarono a parlare di Cristo come del loro Shukun, loro Signore, verso il quale mostravano un attaccamento e una fedeltà assoluta, come si doveva a un vero Signore. Ma questo non minacciava forse il codice dei samurai?

Il dittatore, impressionato dai Gesuiti e dalle loro grandi conoscenze occidentali, fu in un primo tempo favorevole al cristianesimo. Improvvisamente però, in uno di quegli sbalzi di umore che gli erano abituali, lo proibì. Tutti i cristiani giapponesi dovevano rinunciare alla loro religione e tutti i missionari stranieri dovevano lasciare il paese. Per dare una dimostrazione che non scherzava, fece arrestare ventisei cristiani di Kyoto, la capitale, e li fece camminare, a marce forzate, nel cuore di un rigido inverno, fino a Nagasaki, un viaggio di trenta giorni. Essi furono crocifissi al loro arrivo.

La scelta della città di Nagasaki era intenzionale. Nel 1571, Nagasaki divenne il principale porto per le navi europee che conducevano un nuovo commercio fiorente tra la Cina (via Macao) e il Giappone. Il porto faceva parte del feudo del barone Omura, un daimyo cristiano. In passato, il daimyo aveva dato delle terre per i monaci buddisti per farne monasteri e scuole. Omura decise che le tasse portuali di Nagasaki sarebbero andate a finanziare il funzionamento delle scuole gestite dai gesuiti, le loro chiese e le case per i poveri. In questo modo, Nagasaki era diventata una città cristiana, con le sue scuole, la residenza del vescovo e un seminario, dove furono ordinati quindici sacerdoti, prima che la persecuzione distruggesse il Cristianesimo visibile.

Le ventisei vittime entrarono in città il 5 febbraio 1597 esauste per il viaggio a piedi. Il dittatore Hideyoshi, che non credeva quasi in nulla, pensava che un bagno di sangue avrebbe convinto rapidamente i cristiani di Nagasaki ad abbandonare la loro fede. A tal fine, aveva ordinato che le condanne fossero eseguite molto lentamente e in pubblico. Fu annunciato il momento del loro arrivo e una grande folla di cristiani andò loro incontro per incoraggiarli.

I ventisei furono portati alla collina Nishizaka, non lontano dalla stazione attuale della ferrovia di Nagasaki. Ventisei croci, appena allestite, erano allineate dalla cima della collina fino al porto, perché tutti potessero vedere lo spettacolo. Le vittime furono attaccate alle croci con anelli di ferro e corde. Sotto ogni croce stavano due samurai, armati di lance di bambù taglienti; aspettavano l’ordine per infilzare le loro lance nel torace dei prigionieri. L'ordine fu ritardato in modo da far crescere il terrore nei condannati e negli spettatori.

Un canto si levò improvvisamente dalla fila delle croci: «Lodate il Signore, voi tutti che siete suoi figli». Ci fu silenzio e la folla si fermò ad ascoltare. Finito il salmo, uno dei ventisei cominciò a cantare il Sanctus, quella parte della messa in latino che tutte le comunità cristiane giapponesi cantavano spesso, e che si recita poco prima della consacrazione del pane e del vino. Quando le ultime note furono cantate, da un'altra croce un francescano cominciò a recitare la più semplice delle litanie: «Gesù, Maria... Gesù, Maria...». Nella folla, i cristiani ripeterono questa preghiera; erano quattromila. Hazaburo Terazawa era l'ufficiale responsabile dell’esecuzione e toccava a lui farne personalmente il resoconto al dittatore. La sua apprensione cresceva quanto più vedeva che l’esecuzione stava diventando una dimostrazione di forza cristiana, piuttosto che lo spettacolo agghiacciante che il dittatore Hideyoshi aveva ordinato.

Uno dei ventisei chiese l’autorizzazione a prendere la parola. Era Paolo Miki, gesuita, di 33 anni, figlio di un generale dell'esercito del Barone Takayama, catechista e predicatore di grande valore. Morire bene era qualcosa di molto importante per un samurai, che spesso andava incontro alla morte con un jisei no uta, un canto d'addio. La forte voce di Miki si fece sentire: «Io sono giapponese e fratello della Compagnia di Gesù. Non ho commesso alcun reato. L'unica ragione per cui sono condannato è che ho insegnato il Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo. Sono felice di morire per esso e accetto la morte come un grande dono del mio signore».

Miki chiese alla folla se vedeva tracce di paura sul volto dei ventisei condannati. La rassicurò che essi non sentivano alcun timore, perché il cielo era una realtà. Aveva solo una richiesta di fare prima di morire: che tutta la folla abbracciasse la fede. Disse che perdonava Hideyoshi e quelli responsabili dell’esecuzione. Poi, con risoluzione e una bella voce, fece il suo canto di addio. Erano le parole del Salmo 31 che Cristo aveva detto sulla croce: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito».

Terazawa diede il segnale e i samurai avanzarono con le loro lance di bambù affilate. Con grida di guerra, affondarono le loro lance. Il silenzio di tomba della folla improvvisamente si trasformò in un grido di rabbia e Terazawa rapidamente si ritirò per fare il suo resoconto. Lo spettacolo umiliante era andato storto. Il prestigio dei cristiani aumentò considerevolmente così come il numero dei battesimi.

......................................................................................................

Seconda parte pubblicata sulla nuovabq.it il 22/03/2015

I cristiani nascosti del Giappone: quello per cui hanno dato la vita è sempre valido

di Paul Glynn ed Enrico Cattaneo

Il dittatore Hideyoshi morì e una lotta di potere si ingaggiò tra i baroni feudali. Tokugawa Ieyasu uscì vittorioso e divenne un dittatore ancor più assoluto del suo predecessore; prese l’antico titolo di shogun. Il primo degli shogun Tokugawa fu molto diffidente nei confronti del cristianesimo e del cattolicesimo in particolare. Vedeva che i missionari accompagnavano i conquistatori nelle loro imprese coloniali su tutta la terra, ed era stato molto turbato dal vedere che dei nobili come il Barone Takayama e dei semplici contadini disobbedissero all’onnipotente Hideyoshi per seguire questa religione straniera, che pure era vietata.

Nel 1614, lo shogun, dopo aver annientato gli ultimi bastioni di resistenza ai suoi editti, rafforzò il divieto del cristianesimo. Grandi premi furono offerti in cambio di informazioni che potessero portare alla cattura di sacerdoti e catechisti. Quando i cristiani in gran numero, si incamminarono verso la loro morte, piuttosto che rinunciare alla loro fede, lo shogun per piegarli introdusse torture raffinate. Nagasaki e la campagna circostante pullulavano di agenti e di soldati governativi. I sacerdoti che riuscivano a infiltrarsi in Giappone per sostituire quelli che erano stati giustiziati, venivano subito arrestati, perché i loro occhi e il loro accento straniero li tradivano.

Molti cristiani di Nagasaki migrarono verso le isole o luoghi remoti come il fiume Urakami e si ingegnarono a trovare un modo per conservare e trasmettere la fede cristiana senza sacerdoti. Formarono comunità clandestine. Nominarono un «responsabile dell'acqua» per battezzare, un «responsabile del calendario» per osservare le date di Avvento, Natale, Quaresima, Pasqua, ecc., e un chokata o «capo». Quando un chokata moriva, il figlio maggiore assumeva questa responsabilità. Gli shogun Tokugawa rimasero al potere per due secoli e mezzo, organizzando una polizia di Stato; la loro totale opposizione al cristianesimo fu inesorabile. Nel 1856 Kichizo Moriyama, il settimo «capo» della famiglia Moriyama cadde in una trappola tesa dalla polizia. Morì sotto tortura, ma non tradì.

Nel 1858, il Giappone, costretto ad aprirsi al mondo esterno dalle cannoniere del Commodoro Perry, firmò un trattato commerciale con gli Stati Uniti. Gli europei arrivarono presto e si stabilirono in luoghi come Yokohama e Nagasaki. Quando cominciarono a costruire chiese, lo shogun decretò che solo gli europei vi potevano entrare. Il cristianesimo rimaneva tabù per i giapponesi. Nel mese di febbraio del 1864, padre Petitjean della Società delle Missioni Estere di Parigi, completò la costruzione di una chiesa in Oura, un sobborgo a sud di Nagasaki, appena al di sotto della casa dei produttori di guanti, resa famosa da Madame Butterfly.

Questa chiesa si trovava a sei chilometri dalla comunità cristiana segreta di Urakami; i responsabili cristiani provvisori, dato che il loro chokata era morto in carcere sei anni prima, erano riluttanti a prendere una decisione. Inoltre, obiettavano, non era sicuro che la nuova chiesa cristiana fosse la stessa dei loro antenati. Costoro avevano trasmesso delle direttive molto semplici; una di loro, per esempio, diceva che se la Chiesa fosse tornata in Giappone, essi l’avrebbero riconosciuta in base a tre segni: che i sacerdoti non fossero sposati, che ci fosse una statua di Maria e che questa Chiesa fosse obbediente al papa-sama di Roma.

Un giorno di mercato, qualche cristiano Urakami andò alla nuova chiesa di Oura e uno di loro fece in modo di intrufolarsi all'interno, dove vide la statua di Maria con il bambino Gesù tra le braccia. Poi si informarono dagli abitanti del quartiere per sapere chi fosse quel grosso francese vestito di nero, e ciò permise loro di apprendere che viveva da solo. Videro anche i cartelli affissi dal governo al di fuori della chiesa, e sui quali era scritto che l'edificio era riservato agli stranieri, e che tutti i giapponesi scoperti all'interno dell’edificio sarebbero incorsi nelle punizioni più severe previste dalla legislazione anti-cristiana.

Gli anziani erano più inclini ad aspettare per essere sicuri della chiesa di Oura. Le loro donne, invece, li accusavano di codardia e di tergiversare inutilmente; dichiararono che per loro quelle prove erano sufficienti e che sarebbero andate ad incontrare il francese. Il giorno successivo, 17 marzo 1865, vestite di impermeabili di paglia a causa del cielo minaccioso, partirono su diverse barche da pesca, costeggiarono il litorale orientale della baia di Nagasaki per cinque miglia di distanza e scesero a terra oltre Dejima. Salirono la collina, cercando di apparire come gente di mare venuta in città per comprare provviste. Quando videro che non c'erano né polizia né agenti ufficiali in vista, salirono quattro alla volta le scale ed entrarono nella chiesa.

All'interno, il padre Petitjean stava leggendo il breviario. Era un po’ depresso. Seminarista a Parigi, era affascinato dai libri che aveva letto sui cristiani giapponesi nei sessant’anni che erano seguiti ai primi battesimi di Francesco Saverio. Aveva letto nel dettaglio la storia della crocifissione dei ventisei giapponesi di Nagasaki, la vita del barone Ukon Takayama, il nobile Tama Hosokawa e migliaia di giapponesi di tutte le classi che avevano scelto la morte piuttosto che rinunciare alla loro fede cristiana. Quando il Giappone si aprì all’Occidente, egli era venuto a Nagasaki con grande speranza e si aspettava di trovare dei cristiani sopravvissuti. Con suo grande dolore, non aveva trovato che ostilità verso il cristianesimo. Quel giorno, il tempo coincideva bene con il suo umore, mentre era in ginocchio nella sua chiesa, nuova ma vuota.

Fu sorpreso dall’irruzione di un gruppo di donne dai vestiti un po’ logori. Attraversarono il tappetino di paglia per avvicinarsi a lui. «Maria no gozo wa doko?», chiese una donna di nome Yuri, che significa giglio: «Dov'è la statua di Maria?». Il prete era troppo sorpreso per rispondere. Un'altra donna, di nome Teru, che significa lampadario, lo rassicurò: «Il nostro cuore e il vostro cuore sono gli stessi». Ripeté la domanda: «Maria no gozo wa doko?» - «Oh! Sì! Doozo, doozo. Venite da questa parte». Li condusse a un altare laterale vicino al muro ad est. «Ah! È lei, è proprio lei!». Nella voce di Teru c'era il sollievo da una attesa secolare. «Lei ha il bambino Zezus in braccio!». La pronuncia di alcune parole, come scoprì poi il sacerdote, era cambiata nel corso dei secoli, ma quando le interrogò sulla loro fede, si rese conto che avevano detto la verità: il loro cuore e il suo erano gli stessi.

Esse raccontarono al padre Petitjean che la stalla spaziosa dei Moriyama serviva come luogo di incontro per i cristiani nascosti di Urakami. Allora egli mandò un messaggio al «responsabile dell'acqua», al «responsabile del calendario» e agli anziani. Questi ultimi lo avvertirono del pericolo che correva se i funzionari civili avessero conosciuta la sua identità, e così si travestì da contadino per raggiungerli dopo il tramonto. Celebrò la messa nella loro stalla, il cui pavimento era stato cosparso di paglia di riso per coprire il letame. I giapponesi amano molto i simboli. I cristiani erano stupiti nel partecipare alla loro prima messa in una stalla. Quante volte in quei venticinque decenni nei quali era durata la persecuzione avevano ripetuto la storia di quella piccola famiglia alla quale era stato rifiutato un rifugio e che era stata inseguita dai soldati di Erode! Era invalso l’uso di dare un po’ più di fieno alle bestie il 25 dicembre!

Infine i funzionari di Nagasaki ebbero sentore di quello che stava succedendo tra i cristiani sotterranei e il sacerdote francese; chiesero indicazioni al governo centrale. Il shogun Tokugawa guidava ancora la nazione, ma in modo equivoco. I militanti feudali reclutavano samurai per la «causa gloriosa», vale a dire, per liberare l'imperatore dell'antica prigione nella gabbia dorata di Kyoto che era stata ordinata dai Tokugawa; essi anche rafforzavano il Giappone contro la crescente minaccia degli occidentali. In quell’ultimo anno della sua vita, la dittatura Tokugawa, che non era riuscita ad annientare il cristianesimo nel XVII secolo, ordinò ai funzionari di Nagasaki di spegnere quelle braci fumanti di cristianesimo. Così alle tre di notte del 15 luglio 1867, sotto la pioggia battente, nel fango, i soldati arrestarono 68 leader cristiani. Altri furono catturati in seguito. Infine tutti i cristiani di Urakami, cioè 3414 persone, dai bambini agli anziani, furono inviati in diciassette campi di detenzione appositamente aperti per l'occasione. Il governo aveva deciso di disperderli per spezzare la loro unità. Se i cristiani persistevano nella loro religione, dovevano essere usate la tortura e la pena capitale.

Meno di un anno dopo, la dittatura Tokugawa fu rovesciata e installato di nuovo l'Impero nella persona dell'imperatore Meiji. Di fronte alla minaccia dei colonizzatori occidentali sparsi in tutto l'Oriente, il nuovo governo Meiji ritenne che l'unità nazionale fosse la priorità. Il cristianesimo era occidentale e seminava disordine. Il shinto era puramente giapponese, e, poiché insegnava il culto dell'imperatore e il destino sacro della nazione, poteva servire come cemento di unità. I cristiani erano potenzialmente dei traditori in un Giappone che si stava preparando a combattere contro i colonizzatori dell'Occidente cristiano. Gli sforzi impiegati nei campi di detenzione per piegare i cristiani erano fatti con metodi brutali e molti ne morirono.

Gli europei che vivevano a Nagasaki avvisarono la stampa occidentale. Cominciarono ad essere pubblicati degli articoli e i governi stranieri protestarono formalmente al punto che il governo Meiji abbandonò la sua politica. Solo dopo cinque anni i cristiani di Urakami che erano stati arrestati e trasportati nei campi di tutto il paese, poterono tornare a casa, nonostante la loro condizione. 664, quasi il venti per cento, erano morti in cattività; gli altri erano in uno stato pietoso. Poiché il governo li aveva dichiarati traditori, le loro proprietà erano state saccheggiate. Attrezzature agricole, mobili, barche, attrezzature per la pesca e tutto ciò che aveva un po’ di valore era scomparso. Quelle che una volta erano state risaie ben mantenute, ora erano solo terre desolate.

   

I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi. Utilizzando tali servizi, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Per saperne di più sui cookie che utilizziamo e come eliminarli , guarda la nostra privacy policy.