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Fonte: IL TIMONE  N. 128 - dicembre 2013

 

Autore Rino Cammilleri

 

 

Alla Santa Lega che il papa san Pio V riu­scì a costituire il 20 maggio 1571 e che avrebbe vinto strepitosamente a Lepanto il 7 ottobre partecipavano la Spagna, Venezia e gli Stati dell'intera penisola italiana, riu­niti in armi per la prima volta nella storia.

C'erano i pontifici, la repubblica di Genova e perfino quella di Lucca, i Cavalieri di Malta, i Farnese di Parma, i Gonzaga di Mantova, gli Este di Ferrara, i Del­la Rovere di Urbino, il duca di Savoia e il grandu­ca di Toscana. Mancavano i tedeschi e gli inglesi, ormai protestanti. Delle altre potenze cattoliche, i polacchi erano troppo direttamente minacciati via terra dai turchi. Gli ungheresi erano stati schiacciati nel 1527 nella battaglia di Mohacs, in cui il loro re Luigi era caduto. L'imperatore Massimilia-no aveva visto la sua capitale, Vienna, assediata due anni dopo. I turchi in Europa dominavano su Grecia, Albania, Serbia, Bosnia, Ungheria, Transil-vania, Moldavia e Valacchia. Da Valona potevano guardare negli occhi, per così dire, l'Italia e si sa­peva che stavano radunando una gigantesca flot­ta per puntare direttamente su Roma. Il Mediterraneo era un «mare loro»: i regni barbareschi d'Afri­ca erano tributari del sultano di Costantinopoli, il quale, dopo avere debellato i mamelucchi d'Egit­to, aveva esteso la sua sovranità anche sulla Pale­stina e l'Arabia con La Mecca e Medina, diventan­do perciò «capo dei credenti». Delle grandi isole, in sua mano c'erano Rodi e Creta (aveva provato anche con Malta ma questa, unica, aveva resisti­to), e nello stesso anno di Lepanto cadde pure Ci­pro. A quel punto Wjihad diventava totale e l'isiam si preparava al colpo grosso. Quel che non era in suo potere era soggetto a continui attacchi, sac­cheggi e scorrerie. Non c'era città costiera che ne fosse indenne: Dalmazia, Sardegna, Corsica, Sici­lia, Calabria, perfino la savoiarda Nizza conobbero la furia dei musulmani.

 

A parte le vittime cristiane che ciò comportava (oltre alla perdita economica: per secoli fu quasi im­possibile stabilire alcunché di duraturo sulle coste, cosa che condannava intere regioni italiche e spa­gnole al sottosviluppo), il dramma più acuto erano gli schiavi, che gli islamici deportavano a centina­ia di migliaia. Le femmine finivano negli harem e nei serragli, i maschi al lavoro forzato o ai remi sul­le galere. Poiché tutta la ricchezza dell'intero islam apparteneva al sultano, persone comprese, nei territori sottomessi vigeva, oltre alla jizya (la tas­sa di "protezione", valevole per le "genti del libro", ebrei e cristiani: insomma, un pizzo ante litteram), il tributo annuale di bambini maschi, che venivano sottratti alle rispettive famiglie per essere allevati nell'islam e diventare giannizzeri.

La carità occidentale aveva risposto con ordini re­ligiosi appositamente creati per raccogliere dena­ro e riscattare schiavi cristiani: i Mercedari e i Trinitari (ma anche i Lazzaristi nel XVII secolo: fondati da san Vincenzo Depaul, che era stato lui stes­so schiavo). Solo che, spesso, turchi e barba­reschi non stavano ai patti e tenevano il de­naro senza rilasciare gli schiavi; anzi, magari uc­cidevano i religiosi venu­ti a effettuare il riscatto. Ora, la notizia che i tur­chi si stavano preparan­do all'affondo finale fu alla base delle febbri-trattative con cui san Pio V riuscì a stringere i cristiani in Lega. La stra­tegia dei cattolici era ap­punto quella di precede­re i turchi con una flot­ta che cercasse la loro e li ingaggiasse in una bat­taglia definitiva. Fu quel che accadde a Lepanto, nel cui golfo le navi della Lega bloccarono quel­le turche e, dopo quattro ore di combattimenti, le sconfissero (oggi il luogo, nell'ovest della Grecia, si chiama Naùpaktos).

Nella flotta cristiana militarono migliaia di volontari di ogni nazionalità, anche di quelle non diret­tamente partecipanti. C'era pure qualche france­se, ma per conto suo, perché la Francia vistosa­mente non aderì alla Lega. Anzi, remò contro, vi­sto che, alla vigilia della firma del patto, fece di tut­to per distogliere Venezia dal prendervi parte. In­fatti, la Serenissima aveva interessi divergenti da quelli della Spagna. A Venezia interessava solo ri­prendersi Cipro, mentre per gli spagnoli era vita­le riappropriarsi dei loro caposaldi africani. Da qui, infatti, partivano non solo le scorrerie ma anche i rinforzi per i moriscos in terra spagnola: una grande rivolta di questi ultimi era sta­ta domata con fatica da don Juan d'Au­stria, fratellastro del re Filippo II e poi comandante generale della Lega. Per giun­ta, spagnoli e veneziani avevano interessi divergenti anche in Lombardia, dove Mi­lano, Lodi, Comò e Pavia erano spagnole mentre Bergamo, Brescia, Vicenza e Ve­rona erano veneziane. Sicilia e Sardegna, nonché Napoli, erano dominio spagnolo, e Genova, Piemonte e Toscana gravitava­no nell'orbita spagnola. La Serenissima era dunque proiettata a Oriente e la per­dita di Cipro era stata per essa una gra­vissima iattura. La Spagna, al contrario, doveva più che altro guardarsi dalle co­ste africane. Eppure, fu proprio la Spa­gna a caricarsi del maggior peso milita­re ed economico nella Lega. Il secondo posto fu quello di Venezia, che però dalla Lega medesima traeva il maggior vantag­gio. Per questo la Francia puntava su di essa per sobillare l'alleanza.

Della virata filo-turca della Francia par­la diffusamente un libro di Jean Dumont, Lépante, l'Histoire étouffée (1997). Mai tradotto in italiano, il titolo suona come «Lepanto, la Storia soffocata». Sì, proprio la Francia di san Luigi IX, la cui par­tecipazione alle crociate era stata così in­tensa che i musulmani chiamavano franij (franchi) tutti i cristiani delle spedizioni in Terrasanta. A inaugurare la svolta fu Fran­cesco I, indispettito perché la corona del Sacro Romano Impero era andata a Car­lo V e non a lui. Per giunta, aveva eredita­to un astio antipapale dal suo avo Filippo il Bello, che con la Cattività Avignonese considerava il papato "cosa sua" ed era stato perciò l'arbitro dell'intera Cristiani­tà. La "chiesa gallicana" (i vescovi erano nominati dal re e ne dipendevano) ne fa­ceva il padrone assoluto del suo regno, che era il più potente d'Europa. E lo rima­se finché non sorse la stella di Carlo V. Da qui la serie di guerre che Francesco I sca­tenò contro quello che riteneva il rivale e che terminarono con la sconfitta di Pavia (1525), nella quale lui stesso fu catturato. Proprio mentre era prigioniero mandò se­gretamente emissari a Solimano perché venisse a liberarlo. Non essendo la cosa concretamente fattibile (Francesco I era trattenuto, con tutti gli onori, a Madrid), si adoperò per mettere in difficoltà in qua­lunque modo il suo nemico: trescò con i calvinisti olandesi, in ribellione contro la Spagna, e la loro protettrice Elisabetta d'Inghilterra (che san Pio V aveva scomu­nicato), favorì gli ugonotti francesi, aizzò i turchi perché attaccassero l'Impero da Oriente e addirittura gli Stati del papa. Sì, perché il Concilio di Trento, fortemen­te voluto da Carlo V, avrebbe messo a ri­schio il gallicanesimo francese: al papa andava dato un "avvertimento". Infatti, per decenni i decreti conciliari non ebbero applicazione in Francia. Né il re di Francia si limitò a questo. Furono i soldi francesi a far passare il governatore della Transilvania, Zapolya, ai turchi e a permettere a questi ultimi di sconfiggere gli unghe­resi a Mohacs. Quando Carlo V proget­tò di attaccare Tunisi, i suoi piani erano perfettamente noti al beylerbey ("Coman­dante dei comandanti") Barbarossa, de­bitamente informato dal re francese (ma la vittoria spagnola ci fu lo stesso, per­ché i ventimila schiavi cristiani presenti a Tunisi si sollevarono e diedero man forte ai correligionari). Nel 1541 l'imperato­re volse le sue armi contro Algeri, e anco­ra i musulmani li aspettavano, tanto che la spedizione fallì. Nel 1536 addirittura un trattato era stato firmato tra il sultano e la Francia. Nello stesso anno Barbaros­sa saccheggiava la Calabria, la Puglia e le isole adriatiche veneziane.

La flotta di Barbarossa fu accolta con tutti gli onori a Marsiglia e il pirata islamico ri­cevette una preziosa spada in dono. Poi, una squadra francese lo accompagnò a bombardare Nizza (appartenente alla Savoia) e a devastarla. Era il 1543 e la flotta musulmana potè approvvigionarsi nel porto francese di Tolone. Sempre procedendo tra i saccheggi (gli abitanti di Lipari furono tutti massacra­ti), Barbarossa tornò a Costantinopoli con migliaia di schiavi cristiani e insieme alle navi francesi. Ma a questo punto l'indignazione fu generale e toccò gli stes­si prìncipi protestanti tedeschi e pure l'in­glese Enrico Vili. Ma non servì. Nel 1552 turchi e francesi progettarono di prendere Napoli (spagnola). Intanto, devastarono l'isola d'Elba (toscana) e la Corsica (ge­novese). Nel 1558 toccò a Sorrento e a Massa in Toscana, poi alle Baleari. Il ri­fugio delle flotte turche era il solito: To­lone. Ci volle la sconfitta di Saint-Quen-tìn nel 1557 per convincere la Francia alla pace di Cateau-Cambrésis del 1559 con gli spagnoli.

Ma dieci anni dopo, a soli tre da Lepan­to, la Francia firmava col nuovo sultano Selim II un altro trattato. La politica dei re di Francia continuò sullo stesso binario (nel 1683, mentre Marco d'Aviano libera­va Vienna, Luigi XIV era alleato coi turchi) fino alla fine (solo con Napoleone la Francia cambiò rotta). Santa Marie-Marguerite Alacoque scongiurò Luigi XIV di con­sacrare il regno al Sacro Cuore. Il Re Sole non lo fece. Cento esatti anni dopo scop­piava la Rivoluzione. E ancora oggi la ex "figlia primogenita della Chiesa" è il covo del laicismo più sfegatato.

   

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