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Fonte Il Timone n.127 novembre 2013

 

Autore Camille Eid

 

Dove i cristiani hanno cominciato a essere chiamati con questo nome, dove hanno subito l'islamizzazione forzata, dove hanno ricostruito una presenza stabile durante l'impero ottomano. E dove oggi ritornano a morire a causa del terrorismo fondamentaiista

 

L’attacco contro Maalula, avvenuto lo scorso settembre, ha richiama­to l'attenzione sulla situazione dei cristiani della Siria, poco più di un milione di fedeli, il 7 per cento della popo­lazione.

 

Il villaggio dove si parla la lingua di Gesù

 

Abbarbicato sulle montagne a nord di Damasco, il villaggio è famoso per i suoi mo­nasteri e per le sue chiese, ma anche per avere mantenuto l'uso della lingua aramai-ca parlata da Cristo.

Perché è proprio ai tempi di Cristo che risale la diffusione del cristianesimo in que­sto Paese. Matteo riferisce nel suo vangelo che «la sua fama si diffuse per tutta la Si­ria» (12,24). La comunità di Damasco do­veva essere tanto consistente ai tempi de­gli Apostoli per suscitare, nel cuore di Saulo di Tarso, il desiderio di compiervi degli arresti. Ad Antiochia, allora capoluogo del­la Siria, gli Atti ci raccontano che «per la prima volta i discepoli furono chiamati cri­stiani» (11,26). In questa metropoli si svi­luppa presto una scuola teologica di cultu­ra greca che conta tra i suoi discepoli san Giovanni Crisostomo (344/354-407), Teodoro di Mopsuestia (350 ca-428) e Teodo-reto di Cirro (393 ca-497 ca), quest'ultimo autore di una famosa Vita dei monaci siri, mentre a Edessa (oggi la turca Urfa), nasce un'importante scuola teologica siro-aramaica. Tra i tanti rappresentanti della let­teratura religiosa siriaca, sant'Efrem (306-373), poeta e teologo chiamato 'Tarpa del­lo Spirito Santo" per la fama dei suoi inni in onore della Vergine, proclamato nel 1920 "dottore della Chiesa". La Chiesa siriana da anche una lunga schiera di martiri. Basta citare sant'lgnazio, vescovo di Antiochia (35 ca-107 ca), che viene condotto in catene a Roma per es­sere dato in pasto alle belve. Si custodisce pure la memoria del vescovo e martire san Silvano di Emesa (l'attuale Homs). La città di Resafa, non lontana dall'Eufrate, adot­ta il nome di Sergiopolis in onore dei mar­tiri Sergio e Bacco, soldati uccisi durante l'ultima persecuzione nel 303, mentre alcuni autori pongono a Cirro, sul confine con la Turchia, il martirio, avvenuto sempre nel 303, dei fratelli medici Cosma e Damiano, tanto da conferire alla città il titolo di Haghiopolis, la città dei santi.

 

Dai martiri ai monaci

 

Finita la lunga persecuzione, si assiste in Siria alla fioritura di forme "radicali" di vita cristiana che si traduce in un'esplosione del fenomeno monastico che interessa migliaia di asceti, monaci e cenobiti. A Qalaat Simaan, non lontano da Aleppo, si posso­no ancora ammirare i resti di una bella ba­silica costruita nel luogo dove è vissuto nel V secolo Simeone lo stilita. «Ovunque si scavi in Siria, si trovano chiese», recita un detto locale. E, infatti, la Siria settentrio­nale e la valle dell'Orante sono dissemina­te di "città morte", con circa 300 chiese o vestigia religiose del V e VI secolo. Esau­sta dalle guerre tra Sassanidi, Bizantini e Arabi, la popolazione di queste città è sta­ta costretta a riparare nelle grandi città abbandonando questi antichi centri di irradia­mento cristiano.

 

Eresie e scismi

 

Le divisioni sorte nel V secolo all'interno del cristianesimo trovano terreno fertile in Siria. Le sedi vescovili, ma anche quella patriarcale di Antiochia, sono disputate tra i monofisiti.(i sostenitori di un'unica natu­ra in Cristo) e i loro avversari calcedonesi, gettando i fedeli nella confusione. Nel VI secolo, il monofisita Giacomo Baradeo (490 ca-578) si mette a percorrere la Siria consacrando vescovi e pastori. Una Chie­sa "giacobita" si instaura in tal modo nel Paese in opposizione alla gerarchia uffi­ciale, definita "melchita" (dal siriaco "malko", imperatore), fedele al basileus bi­zantino favorendo il primo sdoppiamento all'interno della gerarchia cristiana. A nulla serve il monotelismo (una sola volon­tà nel Cristo), dottrina di compromesso proposta nel 628 dall'imperatore Eraclio (575-641). Sei anni dopo, gli eserciti mu­sulmani iniziano la loro fulminea conqui­sta del Medio Oriente. Stanche delle con­tinue guerre, le popolazioni delle marche siriane, in maggioranza giacobite, apro­no le porte agli arabi procurandosi, tra "le genti del Libro", un trattamento di favore. Come negli altri territori conquistati, spet­tava alle varie comunità cristiane adattarsi alle nuove condizioni politiche.

 

L'islamizzazione

 

II colpo di fortuna arriva pochi anni dopo con Moawia (602-680), il futuro fondatore della dinastia omayyade. Nel 661, 26 anni dopo la sua conquista, Damasco diventa, infatti, la capitale del vasto impero arabo-islamico. Per alcuni decenni, la Siria gode di un grande sviluppo economico e cul­turale oltre che di una relativa tolleranza religiosa. Alla corte omayyade, troviamo moltissimi cristiani come segretari, medici, poeti, educatori, contabili e addirittu­ra ministri. Tra questi ultimi spicca Mansour bin Sargiun, più conosciuto come san Giovanni Damasceno (676 ca-749), il noto oratore, filosofo e difensore del culto delle immagini, proclamato nel 1890 "dottore della Chiesa". Uno storico arabo ci ha elencato molti membri dell'aristocrazia le cui madri sono morte fedeli alla religio­ne cristiana, alcune delle quali esibivano senza vergogna, al palazzo del califfo, la croce sul petto. Non c'è da meravigliarsi: in quell'epoca, la stragrande maggio­ranza della popolazione è ancora cristia­na (3,8 milioni sui 4 milioni che contava la Siria nel 722) e ì nuovi conquistatori sono ancora poco introdotti alle questioni amministrative. Le élites cristiane trasmetto­no ai nuovi dominatori, attraverso la lin­gua siriaca, l'eredità dell'ellenismo.

 

La fine della libertà religiosa

 

È nei decenni successivi, specie sotto gli Abbassidi e i Selgiuchidi, che si assiste a una serrata limitazione della libertà religiosa. Molti cristiani sono costretti ad apostatare per sottrarsi alle norme discriminatorie o alla jizya (il tributo imposto ai non musulmani), diventata pesante. I califfi al-Mahdi (743/745-785) e al-Mutawak-kil (822-861), in particolare, si distinguono per la loro intolleranza e per la distruzio­ne di molte chiese. Durante una sua visita ad Aleppo nel 779, al-Mahdi è accolto dai cavalieri della tribù Tannukh con tutti gli onori. Ma non appena il califfo viene a sa­pere che questi arabi "doc" erano rimasti cristiani, la sua ira si scatena e li costringe ad abbracciare l'isiam: «Si convertirono 5 mila uomini», riferisce il cronista. L'islamizzazione guadagna intanto gli stra­ti rurali. Attorno all'anno 900, la metà della popolazione siriana è musulmana e molte chiese vengono trasformate in moschee. Dopo la basilica di san Giovanni Battista, diventata da tempo la Grande moschea di Damasco, la cattedrale di Aleppo è trasformata in moschea nel 1124. I due secoli di epopea crociata (1098-1293) non facilitano la vita ai cristiani. I "melchiti" di Antiochia e della Siria avevano seguito la Chiesa ortodossa nello scisma del 1054, mentre i giacobiti oscillavano, a seconda delle vicende belliche, tra le zone controllate dai Franchi e quelle sotto i musulmani.

 

Tentativi di riconciliazione

 

Un'occasione di riunificazione intercristiana si presenta al Concilio di Firenze, nel 1439, quando viene proclamata l'unione tra latini, orto­dossi e giacobiti. Ma la caduta di Costantinopoli in mano agli Otto­mani (1453) e la successiva occu­pazione della Siria (1516) metto­no fine a questo sogno. È solo a partire dal 1724 che si assiste a un nuovo sviluppo con la nascita di una Chiesa "uniata" (cioè in unione con Roma) melchita se­parata dal ramo "ortodosso". Un movimento simile interes­sa la comunità giacobita che vede nel 1783 la nascita della Chiesa siro-cattolica. Sottoposte a vessazioni di ogni sorta, le gerarchle delle nuove comunità cercano rifugio sulla mon­tagna libanese, sotto la protezione del patriarcato maronita.

 

Il "problema" Occidente

 

In questo stesso periodo, viene a delinearsi un contesto po­litico che vede la Siria al centro degli intrighi internazionali connessi alla famosa "Questione d'Oriente". Arrogandosi la missione di "proteggere i cristiani orientali", le potenze eu­ropee si servono invece dei cristiani per ingerirsi negli affari dell'Impero Ottomano - definito "l'uomo malato dell'Europa" - con l'obiettivo, appena celato, di metterlo sotto tutela o di dividerlo. La Francia si fa protettrice dei maroniti, l'Inghilterra dei protestanti (e della minoranza drusa), la Russia degli ortodossi e degli armeni, l'Austria dei melchiti. Nel 1856 il sultano ottomano si piega alle insistenze degli Stati europei ed emana un "Editto sovrano" che san­cisce, per la prima volta nella storia, l'uguaglianza giuridica tra musulma­ni e cristiani in terra d'islam. Questo provvedimento suona come un dik­tat anziché come il prodotto di una maturazione degli spiriti. Già incline, a torto, a vedere nei cristiani un corpo estraneo, la popolazione musulma­na si convince che essi siano quasi dei traditori, comunque un avampo­sto dell'Occidente.

La tensione si traduce, nel 1860, in scontri tra cristiani e musulmani sulla montagna libanese, che presto si estendono fino a Damasco. Nel pomeriggio del 9 luglio, bande di fanatici musulmani invadono il quartiere cri­stiano di Bab Tuma dando fuoco alle case e massacrando gli abitanti. Poi, nella notte, entrano nel convento dei Francescani in cui molti cristiani han­no trovato rifugio e uccidono tutti, compresi i frati minori: sette spagnoli e un tirolese. Centinaia di cristiani, tra cui i religiosi Paolisti e le Sorelle della Carità, riparano nel palazzo di Abdul-Qadir, un magnanime emiro algeri­no esiliato dai Francesi. Tra i martiri damasceni, circa tremila, vi sono i tre fratelli maroniti Francis, Abdul-Muti e Rufayil Massabki, beatificati insieme ai frati minori da Pio XI il 10 ottobre 1926, nel VII centenario della morte di Francesco d'Assisi, per aver rifiutato di abiurare la fede.

 

La fine dell'impero ottomano e il ritorno delle persecuzioni

 

La fine dell'epoca ottomana era comunque vicina. Dopo la prima Guerra Mondiale, la Francia ottiene un mandato sulla Siria. La Costituzione del 1930 stabilisce la neutralità del potere politico nei confronti delle confes­sioni religiose. Una forma di "laicità", questa, che la Costituzione adotta­ta dopo l'indipendenza mantiene, rigettando la richiesta avanzata da al­cuni musulmani di proclamare l'islam come religione di Stato, limitando­si a prescrivere come necessaria l'appartenenza del presidente della Re­pubblica all'islam. I cristiani - che offrono un ricco mosaico di confessio­ni - giocano in quegli anni un ruolo sociale ed economico fondamentale. Si tratta, in ordine di consistenza numerica, di greco-ortodossi (450 mila), melchiti (200 mila), armeni gregoriani (150 mila, in maggioranza fuggiti al Genocidio del 1915), seguiti da siri ortodossi e cattolici, armeni cattolici, maroniti, assiri, caldei, protestanti e latini. Tra i cristiani impegnati in politi­ca, vi è Fares al-Khoury (1877-1962), eletto due volte (nel 1945 e nel 1954) come primo ministro.

Nessuno in Siria avrebbe allora immaginato che le tribolazioni dovevano un giorno ritornare.

   

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