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Fonte Il Sabato 21 settembre 1991

 

Autore Pina Baglioni

 

 

Come avvenne 500 anni fa l'evangelizzazione del mondo nuovo? Per la prima volta il Vaticano pubblica i documenti

 

 

STORIA di un'implantatio ecclesiae. La storia dell'arrivo del cat­tolicesimo nel «nuovo mondo» all'indomani della fatìdica Scoperta nell'ottobre 1492. Si potrebbe defi­nire così la recentissima pubblicazione della Libreria Editrice Vaticana, da meno di un mese nelle librerie specializzate: due volumi intitolati America Pontificia. Primi saeculi evangelizationis 1493-1592 (739 pagine, 200mila lire), una raccolta completa dei documenti redatti per un secolo dai papi per la cura delle giovanissi­me comunità cristiane sorte in America. A cominciare da Alessandro VI fino a Cle­mente VIII.

L'idea di raccogliere gli oltre cinquecento documenti è stata, sei anni fa, del­la Segreteria di Stato che ha pensato di ce­lebrare adeguatamente il Cinquecentenario fornendo agli studiosi le fonti autenti-che, per circa due terzi inedite, che testi­moniano come i pontefici si «mossero» per tenere a bada le mire dei sovrani di Spa­gna, per erigere vescovadi, per dare dispo­sizioni per il trattamento degli Indios, per favorire la pietà popolare con l'istituzione di confraternite, ma anche per risolvere questioni riguardanti semplici laici. Sullo sfondo gli insegnamenti di Bartolomeo de Las Casas e in prospettiva, per la sorpren­dente modernità, quelli del Concilio Vati­cano II. Soprattutto nelle pagine che ammoniscono laici e sacerdoti al rispetto del­la cultura e delle abitudini degli indigeni. Molte di queste lettere papali erano anda­te perdute o giacevano disperse negli ar­chivi di mezzo mondo. Ma si sapeva che l'Archivio segreto vaticano, tra originali e minute, le conservava tutte. Si trattava dunque di raccoglierle.

«Il lavoro è durato sei lunghi anni» racconta padre Josef Metzler, da sette anni prefetto dell'Archivio segreto vaticano. «Un lavoro che ho svolto accanto a quello di tutti i giorni. Ma certo è stato importan­tissimo realizzarlo. Questi documenti spiegano una volta per tutte quale fu l'u­nica preoccupazione dei papi in America: diffondere il cristianesimo. A cominciare da quel grandissimo pontefice che fu Papa Borgia. Ci è sembrato questo il modo più giusto per celebrare degnamente il Cinquecentenario, ma anche per rispondere alle polemiche accesissime che in questi mesi hanno visto la Chiesa sul banco degli imputati per via della colonizzazione». Padre Metzler viene dalla diocesi di Fran­coforte, appartiene alla congregazione de­gli Oblati di Maria Immacolata. E tredici anni li ha passati a Propaganda Fide. Da so­lo ha svolto l'immane lavoro di raccolta e di «decifrazione» dei documenti, molti dei quali ormai quasi illeggibili.

Il cuore di tutta l'opera è in un ammonimento scarno e senza possibilità di equi­voci. Un «pungolo», che partendo da Alessandro VI, attraversa come un filo rosso diciannove pontificati. È rivolto ai «po­tenti della terra» di quegli anni, a comin­ciare da Isabella e Ferdinando di Castiglia: «Et insuper mandamus vobis virtute sancte obedientie». Lo troviamo subito nel pri­mo documento della collezione, nella famossima Bolla di papa Borgia Inter cetera, scritta il 3 maggio del 1493, e interpretata da una certa corrente storiografica come il documento con il quale il Papa spartì le zo­ne di influenza in America tra Portogallo e Brasile. Il capitolo si intitola Terrarum noviter repertarum tributici fidei propagandae intuitu.

«Se vi abbiamo mandato nel nuovo mondo» scrive il Papa «è per un atto di obbedienza a noi. E lo scopo è solo uno: evangelizzare quella gente». Dalla lettura del settimo documento, lo Hierarchia ec­clesiastica in insula Hispaniola erigitur, veniamo a sapere invece che nel 1504 la Santa Sede ha già provveduto ad erigere vescovadi e ha nominato vescovi spagnoli in città come Yaguate, Maguà e Bainoà. E che nel 1546, sotto il pontificato di Paolo III, ci sono già tre province ecclesiastiche con tre archidiocesi. Una vera e propria gerarchia quindi che non dipende più da Siviglia ma direttamente dalle città indige­ne. Un altro documento capitale è il nu­mero 84, la bolla Veritas ipsa. Ovvero Indios in servitutem redigere prohibetur del 2 giugno del 1537, scritta da Paolo III. Una violentissima requisitoria contro i coloni spagnoli che hanno ridotto in schiavitù gli Indios. Definiti «strumenti del diavolo» perché con le loro sopraffazioni ostacola­no la diffusione della fede in Cristo. Le pe­ne che il Papa commina ai trasgressori so­no severissime. Qualche pagina più avan­ti, il documento numero 89, scopriamo che il Pontefice decide di ritirare la bolla perché la Corona di Spagna si lamenta per le conseguenze economiche che quelle pene hanno provocato fra i fazenderos. Ma non ritira la condanna. Siamo nel 1538.

È poi Pio IV, nel 1566, a fissare le istruzioni dell'evangelizzazione. Lo fa in una lettera scritta in lingua italiana al nunzio in Spagna, Giovan Battista Castagna, in vi­sta della partenza dei governatori spagno­li in Perù, nella Nuova Spagna e in Flori­da. È il documento numero 195, Da parte di Nostro Signore. Anche il Papa batte sempre lo stesso tasto: «Che si attenda al­la conversione degli infedeli, essendo sta­to questo il fine per lo quale fu ai Re Cat­tolici d'Ispagna concessa la conquista di quei Paesi». La preoccupazione è quindi per i pagani, ma anche per la fede giovane dei catecumeni, «la quale non pur si deve lasciare ne' cuori di quelli huomini com' in novelle piante devenir arida per difetto di cultura, o intepidire». E più avanti il Pontefice spiega i criteri di scelta per i sacerdoti da inviare laggiù. Deve esser gente «che con la bona vita oltre la dottrina dia­no chiaro testimonio della nostra Christiana religione... non permettendo che per mancata soventione e stipendio mancas­sero persone ecclesiastiche per tale effet­to, onde si incorresse nell'inconveniente che i laici faccino questo officio non es­sendo idonei ad istruirli se non a mala pe­na nell'oratione domenicale come facilmente ha potuto accadere». Fino al pas­saggio sulla schiavitù; il Papa auspica che i ministri spagnoli amministrino la giusti­zia: «Però non si lasci che taluno tanto dei signori particolari, quanto d'altri ministri o altri christiani si serva in luogo de schia­vi degli indiani né in casa, né fuori, ma ur­banamente di quei soli che spontanea­mente accettano di servire».

Non mancano pagine in cui emerge la tenerezza di Santa Madre Chiesa per i suoi figli appena nati alla fede. Come quando il Papa vieta le corride tra gli spagnoli, dopo aver saputo che gli Indios davanti a quel­lo spettacolo cruento si spaventano. O la concessione della dispensa dal digiuno perché precetto troppo gravoso. O quando viene concesso di suonare le campane e visitare le chiese anche durante un'inter­dizione ecclesiastica, che talvolta veniva decretata dai vescovi a causa dei delitti commessi dagli immigrati europei. E questo per evitare che quelle punizioni im­pressionassero gli indigeni tanto da indurii ad abbandonare la fede.

Un affresco avvincente dunque quello che emerge da questi due preziosi volumi: un brulicare di vescovi, sacerdoti, confraternite, viceré, funzionari statali, soldati e immigrati che seguono le direttive di Ro­ma per testimoniare degnamente l'avveni­mento cristiano. Ma anche di storie curio­se, come quella raccontata dal documento 361 Sedes apostolica pia mater, che addi­rittura vede intervenire Gregorio XIII in una questione di bigamia. Un certo Gio­vanni Battista Morales infatti, ventunenne spagnolo sposato con Marianna de Labrera, decide di scappare nel nuovo mondo.
Non ne può più di litigare con i suoceri. Una volta arrivato in una piccola città del Perù si trova implicato in un altro impiccio: lo obbligano a sposare una giovane spagnola. Ma subito dopo il matrimonio, la sposa viene a sapere dell'altra e per il di­ spiacere, lascia il marito e si chiude in con­vento. Per Giovanni comincia una vera e propria odissea: viene arrestato, riesce a fuggire e si rifugia per anni sulle montagne del Perù. Poi esausto da quella vita da fug­giasco decide di tornare in patria e chie­dere perdono. Ma non basta chiedere scu­sa. Deve andare a Roma dal Papa a chiede­re la dispensa. E Gregorio, da padre comprensivo, gliela concede. A patto però che torni dalla prima moglie.   

   

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