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Fonte accademianuovaitalia.it 30/12/2017

Autore Francesco Lamendola

Von Galen difese la sua patria a viso aperto così come aveva difeso le vittime del nazismo

    I Tedeschi dovevano pagare. Von Galen difese la sua patria a viso aperto così come aveva difeso le vittime del nazismo. «Perché i Tedeschi non si sono opposti alla barbarie del nazismo?» si chiese l’Europa dopo il 1945 

«Perché i Tedeschi non si sono opposti alla barbarie del nazismo?», si chiese l’Europa dopo il 1945; e rispose da se stessa: «Non lo fecero perché, in fondo, erano d’accordo», esprimendo così sia un giudizio storico e morale, sia un verdetto politico.

I Tedeschi, perciò, dovevano pagare, collettivamente, per tutto il male che la Germania aveva fatto al resto del mondo.

E hanno pagato.

A milioni sono stati lasciati morire di fame, di freddo e di vaiolo nei campi di concentramento di Stalin, ma anche in quelli degli Alleati; a milioni sono stati cacciati, come lupi, dalle terre che abitavano da tempi immemorabili: la Prussia Orientale, la Prussia Occidentale, la Pomerania, la Posnania, la Slesia, i Sudeti, la Transilvania, il Banato; sono stati divisi in due Stati separati e nemici, di qua e di là della Cortina di Ferro; a milioni sono stati licenziati dalla pubblica amministrazione, inquisiti, processati; in entrambi è stato insegnato loro a vergognarsi di tutto quanto avevano fatto, a rigettare il loro passato, a pentirsi delle colpe dei loro padri e dei loro nonni; dopo che a decine di migliaia erano stati costretti dai vincitori, con la minaccia delle armi, a entrare nei campi di sterminio, a guardare i cadaveri insepolti, a turarsi il naso col fazzoletto per il fetore di morte, ad assistere alla sepoltura nelle fosse comuni.

Hanno pagato anche quanti non c’entravano assolutamente nulla: ad esempio quei 10 o 12.000 figli di guerra nati in Norvegia durante l’occupazione militare di quel Paese, trattati come i figli delle «puttane tedesche», umiliati e discriminati nelle scuole, disprezzati ed emarginati dalla popolazione, rifiutati dallo Stato, costretti a emigrare o a finire nelle case per malati di mente.

Il mondo, dopo il 1945, doveva lavarsi la coscienza per l’inaudito massacro della seconda guerra mondiale, anche per gli orrori commessi dagli Alleati e tuttavia mai riconosciuti come tali - la distruzione voluta e sistematica di Amburgo e di Dresda, ma anche di Tokyo, per non parlare di Hiroshima e Nagasaki - e anche per alcune altre cose che erano state la conseguenza indiretta della guerra, come la nascita dello Stato d’Israele e la tragedia del popolo palestinese; e, per farlo, aveva bisogno di scaricare ogni colpa e responsabilità sul nemico vinto, senza andare tanto per il sottile, senza prendersi il disturbo di distinguere o cercar di comprendere.

Il processo di Norimberga e quello di Tokyo, processi nei quali il vincitore si arrogava il diritto di giudicare il nemico sconfitto non solo per delle atrocità palesi, ma anche per reati, quali i “crimini contro la pace”, che nessuna legislazione conosceva come tali all’epoca in cui furono commessi, volevano ribadire il concetto che la giustizia degli Alleati era insindacabile, anzi, che era la quintessenza della giustizia umana, senza altra specificazione: anche se i giudici - quelli sovietici, in particolare - rappresentavano un sistema politico che, in fatto di crimini, ne aveva commessi di altrettanto gravi dei nazisti, sia come quantità, sia come gravità, se non peggiori.

Del resto, durante la Guerra Fredda le due superpotenze fecero a gara, contrapponendo l’ Occidente e l’Oriente, nel far dimenticare l’epoca in cui l’Europa aveva coronato la sua antica aspirazione alla unificazione politica; tale epoca coincideva con la seconda guerra mondiale e non era lecito presentarla altrimenti che come una brutale aggressione della Germania ai danni dei popoli vicini - ciò che in realtà era stata, eppure non fu solamente questo - un Medioevo da incubo, una parentesi nella storia della civiltà che andava rimossa dalle coscienze.

Andava rimossa anche a prezzo di qualche falsificazione e di qualche smemoratezza: per esempio, dimenticando che a chiedere la “protezione” germanica, nel marzo 1939, era stato il presidente cecoslovacco Hacha; che una analoga protezione fu chiesta, spontaneamente, dalla Slovacchia di monsignor Tiso; che Ungheria e Romania si sottoposero volontariamente all’arbitrato italo-tedesco per la Transilvania; che l’Austria aveva già chiesto di unirsi alla Germania fin dall’indomani della prima guerra mondiale; che i Sudeti, Memel e Danzica erano regioni e città tedesche da secoli e secoli, e che la loro rivendicazione non era una strana e irragionevole pretesa di Hitler; che l’Unione Sovietica aveva invaso i Paesi Baltici, la Bessarabia, la Bucovina settentrionale e, quando già era iniziata la seconda guerra mondiale, la metà orientale della Polonia, la quale ultima stava ancora combattendo contro i Tedeschi, eppure Francia e Inghilterra non le avevano dichiarato guerra in nome della libertà dei popoli; che la Croazia aveva aderito entusiasticamente all’Asse, in odio alla Serbia e al suo predominio in seno al Regno jugoslavo; che, in Polonia, prima del 1939 esisteva un antisemitismo poco meno virulento che in Germania, tanto che il governo polacco aveva avviato contatti con quello francese per deportare i “suoi” ebrei nell’isola africana del Madagascar, e questo prima che un tale progetto passasse per la mente dei nazisti…

E si potrebbe continuare. Ma il concetto è quello: una volta deciso, al tavolo di Jalta, che l’Europa doveva essere divisa in due, venendo così incontro non solo agli appetiti sovietici e americani, ma anche all’eterna gelosia britannica verso la possibile unione del continente e l’eterna invidia francese verso la forza della sua vicina d’oltre Reno, la Germania, che la sovrastava e la sovrasta economicamente, oltre che demograficamente (ed è una storia che si ripete, mutatis mutandis, fino ai nostri giorni), non restava che insegnare agli Europei che, nel 1945, essi erano stati “liberati” in none della libertà, da una parte, e del comunismo, dall’altra; che avrebbero dovuto serbare eterna gratitudine ai loro liberatori e dimenticare quel che l’Europa avrebbe potuto essere, sotto l’impulso di una Germania forte e unita.

Una mitologia alla rovescia venne creata in funzione di questa pianificazione ideologica. Enormi e bruttissimi monumenti vennero eretti ad Est in memoria dei liberatori sovietici, come quello di Budapest, in riva al Danubio; e incessanti, martellanti cerimonie commemorative ebbero luogo, ad Ovest, per ricordare il glorioso sbarco in Normandia, prologo alla “liberazione”. Il fatto che i liberatori inglesi si fossero pesantemente inseriti nella guerra civile greca o che i liberatori sovietici, nel 1956, avessero represso gli ungheresi con modalità da macellaio, tanto da far impallidire la repressione asburgica del 1849, erano dettagli di poca importanza.

In Germania, peraltro, vi era stato chi non aveva accettato il ricatto politico e morale degli Alleati e la criminalizzazione dell’intero popolo tedesco; chi poté guardare i “liberatori” a testa alta e rivolgersi a loro con dignità e fierezza, forte del fatto di non aver taciuto affatto i crimini del nazismo, di non essersi mai adeguato ai suoi metodi perversi.

Parliamo del “leone di Münster”, il vescovo Clemens August von Galen (1878-1946), un tedesco vecchia maniera, tutto d’un pezzo, che, dal pulpito della sua cattedrale, aveva tuonato contro le pratiche inumane del Terzo Reich ed era perfino riuscito a fa r sospendere il programma di eliminazione sistematica dei minorati psichici e fisici che i nazisti avevano condotto, sopprimendo decine di migliaia di esseri umani (in totale, forse 200.000) allo scopo di “migliorare” la razza.

Le sue omelie circolavano clandestinamente per tutta la Germania; Hitler non aveva osato prendere provvedimenti direttamente contro di lui, a causa della immensa popolarità di cui godeva, tale da far temere, se fosse stato arrestato, una vera e propria insurrezione; in compenso, vennero arrestate centinaia di persone che diffondevano i suoi discorsi o che, a vario titolo, approvavano la sua linea e contribuivano a sostenere le sue critiche al nazismo.

Von Galen, dunque, aveva tutte le carte in regola per guardare in faccia i “liberatori”, nel 1945, e per parlare con loro su un piede di parità morale, senza complessi e senza rimorsi: e lo fece, infatti, non limitandosi ad approvare servilmente la politica degli occupanti, ma denunciando con altrettanto vigore gli abusi da loro commessi e chiedendo ai vincitori di non  fare di tutta l’erba un fascio, di non addossare all’intero popolo tedesco le colpe del caduto regime.

Egli era un robusto conservatore - come, perché negarlo, lo è sempre stata la maggioranza del suo popolo; ma conservatore non vuol dire reazionario, né, tanto meno, nazista; egli paventava che la durezza gli Alleati spingesse il popolo tedesco, schiacciato e umiliato, verso il comunismo; ma, soprattutto, in lui parlava una concezione cristiana della vita, che non si era mai piegata ad adulare la politica hitleriana e che aveva sempre difeso la dignità della persona, il diritto inalienabile della coscienza, in nome del messaggio evangelico di pace e fratellanza umana.

Nella predica pronunciata in Telgte il 1° luglio 1945, a meno di due mesi dalla fine della guerra nel continente europeo e con la Germania ridotta a un solo cumulo di rovine fumanti, così Von Galen riaffermava il diritto del popolo tedesco a essere riaccolto nella comunità internazionale secondo verità e secondo giustizia (da: Von Galen, «Un vescovo indesiderabile. Le Grandi Prediche di sfida al nazismo», a cura di Rosario F. Esposito, Edizioni del Messaggero, Padova, 1985, pp. 179-80):

«È ingiusto presentare attualmente la situazione come se l’intera Germania, e ciascuno di noi, fosse colpevole per le crudeltà che alcuni membri hanno commesse. È una colpevolizzazione falsa e ingiusta,  l’affermare che tutto il popolo tedesco è corresponsabile dei delitti commessi nelle nazioni straniere e anche qui fra noi, soprattutto nei campi di concentramento.

Proprio nei campi di concentramento sono stati deportati e uccisi molti cittadini tedeschi; questo attesta con quali mezzi si impedisse ogni protesta nei confronti della violenza dei detentori del potere; anzi, anche ogni espressione del pensiero veniva soffocata, castigata, e resa del tutto impossibile.

È un’offesa della giustizia e della carità il dichiarare tutti i tedeschi corresponsabili, e perciò degni di castigo, per questi delitti. Vogliamo accettare e sopportare , con l’aiuto di Dio, le inevitabili conseguenze della guerra,  il dolore per i nostri morti, per le città distrutte, per l’abbattimento delle nostre abitazioni e delle nostre chiese. Ma non accettiamo l’ingiusta colpevolizzazione e le conseguenti punizioni per accadimenti il cui arbitrio, la cui ingiustizia e la cui crudeltà hanno pesato duramente su di noi nel corso di lunghi anni…

È possibile raggiungere e punire in base alla legge  i verri colpevoli, gli effettivi responsabili, ma la verità e la carità devono proteggere gli altri, la massa realmente innocente del nostro paese che unitamente a me, nel tempo anteriore alla guerra e durante il conflitto ha respinto sdegnosamente ogni odio e ogni sentimento di vendetta. Così si aprirà la via alla “quiete dell’ordine”, secondo la volontà di Dio, per giungere alla vera pace, tra i popoli amanti della pace.»

Così pure, il 12 aprile, cioè appena tre giorni dopo l’entrata in vigore della capitolazione totale delle Forze Armate tedesche, Von Galen si era recato a parlare con il colonnello Leadenham, capo del governo di occupazione alleato della Westfalia, per denunciare le violenze della soldatesca americana contro la popolazione; e il giorno dopo aveva messo nero su bianco una relazione del colloquio (op. cit., pp.  177-78):

«Ho parlato con il colonnello Leadenham, capo del governo militare,  nella sezione regionale del governo, qui in Münster.  Mi rendo conto che il mio nome è conosciuto: è stato citato più volte i fogli volanti e nella radio inglese.  Poiché mi sino impegnato per la verità, la libertà e il diritto anche nei confronti del governo tedesco,  faccio lo stesso nei confronti de governo di occupazione.

Essi sono venuti in un paese cristiano: perciò stiano certi della nostra obbedienza. Ma i governanti, unitamente al potere, hanno anche nelle loro mani il dovere e il compito di garantire l’ordine pubblico. È loro dovere difendere la vita e la proprietà proteggendola di fronte alla violenza , alla distruzione, al saccheggio.

I lavoratori forestieri: essi vivono in miseria; è un problema serio provvedere al loro alloggio e al loro mantenimento. Provvisoriamente qualcosa si può fare: ma di notte essi non devono abbandonare i loro alloggi.

Secondo: i soldati americani (negri) saccheggiano per petulanza. Non si comprende come possa regnare tanta indisciplina e tanto disordine,  soprattutto di notte. Il 10 aprile in Sendenhorst quattro ragazze sono state violentate. Dissacrazione delle chiese. Anche ai soldati bisogna proibire e impedire di scorrazzare liberamente durante la note; devono funzionare le ronde che impediscano le razzie. Non abbiamo prestato fede a quello che ci hanno detto i dirigenti tedeschi: violenza e saccheggio viene tollerato sia nella parte orientale che in quella occidentale; a volte è persino incoraggiato.

Abbiamo dato fiducia alla radio inglese, quando diceva che essi sarebbero venuti per ristabilire la libertà e il dirotto in Germania. Se non la si smette subito con le violenze alle donne, coi saccheggi e i latrocini, saremo obbligati a credere che sono parole vuote, come quelle cui ci aveva abituati la nostra propaganda. La popolazione, se è provocata all’odio, alla rivincita (come i lupi), viene indotta alla disperazione, e cade in braccio al bolscevismo.»

 

La voce di von Galen, dunque, era la voce di quella cultura cristiana che, nei secoli del Medioevo, aveva fatto scudo all’Europa contro le orde asiatiche degli Ungari, dei Mongoli, dei Tartari, dei Turchi; e che, nei secoli della modernità, aveva tenuto alti i valori dello spirito, contro tutte le idolatrie della forza, della tecnica, del progresso illimitato e disumano, al servizio non della persona concreta, ma di astratti e fumosi ideali o della pura e semplice dittatura del denaro.

Una voce dignitosa, che si levava dalle macerie della Germania e dell’Europa, in nome di ciò che unisce i popoli e attenua le differenze, senza però negarle e, anzi, rispettando le tradizioni e la specificità di ciascuno.

È merito della cultura cristiana, e specificamente di quella cattolica, aver saputo esprimere, in quei momenti drammatici, delle personalità poderose, che durante il nazismo non si erano piegate e che, all’indomani della guerra, poterono avviare e incoraggiare la ricostruzione, quella morale non meno di quella materiale.

Fra esse vogliamo ricordare quella del filosofo Romano Guardini, del politico Konrad Adenauer, dello scrittore Ernst Wiechert: figure notevoli, grandi, dignitose ed austere, che testimoniarono, nell’ora più buia della Germania, la straordinaria vitalità del popolo tedesco, il suo profondo legame con i grandi valori del passato, la sua capacità di rimettersi in piedi dopo le peggiori bufere e di fare da guida all’intero continente sulla via della rinascita.

 

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 13/02/2012

Del 30 Dicembre 2017

   

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