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Fonte Studi Cattolici n. 629/630 luglio/agosto 2013

 

Autore Armanda Capeder

 

Era il 2005 quando ebbi per la prima volta notizia di Rolando Rivi, colpita da una fotografia apparsa su una rivista, e subito quell'immagine mi entrò nel cuore, come una freccia uscita im­provvisa dal volto di un giovinetto vestito con l'abito talare e col cappello a tesa larga, abbiglia­mento insolito per un'età ancora imberbe.

 

Il ragazzo era rivolto all'obiettivo, ma gli occhi guardavano oltre, seri, verso un Qualcosa in cui era concentrato, astraendosi dal presente e dal luogo e forse perfino da sé. Pareva che quegli occhi ve­dessero il futuro e sapessero che cosa lo attendeva, una fine atroce che aveva deciso di accettare: la stessa di Colui nel quale fin dalla prima età si era immedesimato, ri­petendo spesso con lieta convin­zione: «Io sono di Gesù!»

L'inseparabile talare

Le notizie precise sulla terribile sorte del ragazzo le ho conosciute subito dopo, sintetizzate in un titolo a piena pagina che mi su­scitava orrore: Rolando Rivi,

PICCOLO SEMINARISTA TRUDICATO DAI ARTIGIANI COMUNISTI IL 13 APRILE 1945, PER ODIO CONTRO LA RELIGIONE.

L'articolo conteneva brevi cenni sui fatti accaduti sessant'anni prima, taciuti troppo a lungo, riguardanti il quattordicenne Rolando Rivi e la sua terribile sorte decisa da chi, inebriato dalla prossima vittoria, era cer­to di poter trasferire anche in Italia  la  dittatura  comunista, considerata fonte di libertà. Era stata la veste talare indossata a un'età ancora quasi infantile ad attizzare l'ira di gente indottrinata dalla propaganda sovietica che temeva quell'abito, simbolo di una forza spirituale in grado di sottrarre consensi alla propria dottrina violenta. Il ragazzo non aveva voluto deporre quella veste nemmeno quando il seminario nel quale studiava era stato chiuso, in attesa della fine della guerra che sta­va bruciando gli ultimi scontri tra tedeschi e partigiani, ormai certi della supremazia. Erano momenti pericolosi, e sa­rebbe stato meglio starsene ap­partati, ma Rolando, forte della sua innocenza e fiducioso nella natura umana, si chiedeva che male rappresentasse la sua dichiarazione di appartenenza a Gesù attraverso la divisa, che come una corazza lo avrebbe difeso contro ogni irragionevole ostilità. Stava studiando per prepararsi agli esami, ai margini di un bo­sco, un luogo tranquillo dal qua­le vedeva la sua casa. Studiava perché amava apprendere, con letizia, per avvicinarsi a un futu­ro sognato: diventare sacerdote e poi missionario, per portare la parola di Dio a chi non la cono­sceva, e allargare così i confini della Fede.

Tuttavia, accanto al sogno bello, l'esuberanza di adolescente gli faceva amare anche il gioco, in par­ticolare nelle appassionanti gare sportive inseguendo un pallone. Rolando aveva indossato con gioia la tonaca a undici anni, en­trando nel Seminario minore dio­cesano di Marola; la sentiva parte di sé, né pensava di toglierla quan­do giocava, limitandosi a sollevar­ne i lembi per essere libero nei movimenti. Era un trascinatore, amato dai ragazzi, anche dai più piccoli, convinti dalla sua istintiva autorevolezza, pronti a tralasciare il divertimento quando veniva il momento di pregare, perché occorreva ringraziare Dio del dono di sentirsi vivi e sani e lieti.

In odio alla fede

Che ne sapeva lui di politica? Dopo 1'8 settembre si erano verifica-ti episodi terribili, scontri di forze, lotte, vendette, delitti dall'una e dall'altra parte: sentiva i racconti di stragi e non gli restava che pre­gare, supplicando lo Spirito Santo che illuminasse le menti. Il picco­lo seminarista ignorava che la fu­ria fratricida aveva trovato un nuovo obiettivo in quei giorni dis­sennati: la lotta contro la religione da lui tanto amata, contro la croce e i preti che portavano conforto alle vittime dell'immane macello, senza distinzione di parte, in nome della pietà verso il dolore. Il comunismo d'impostazione sovietica, sviluppatosi quasi sotter­raneo fino allo scoppio della guerra, alimentato dai rubli in­viati da Mosca da dove Togliatti dirigeva le operazioni, era esplo­so con virulenza atroce soprattut­to in Emilia, terra di proletari al­la ricerca di riscatto e potere, fe­roci contro i proprietari terrieri e contro i sacerdoti che predicava­no la pace e il perdono. Il cuore puro di Rolando, tuttavia, rifiuta­va di accettare una prudenza per lui inconcepibile, nonostante le raccomandazioni dei genitori di restare appartato, di non esporsi. «Perché?», chiedeva. «Che male faccio?».

Invece, il 10 aprile 1945, mentre stava tranquillo con i suoi li­bri a studiare nel suo luogo pre­ferito, dove la quiete suggeriva immagini di pace e di serenità, nei pressi di San Valentino (Reggio Emilia), due partigiani lo prelevarono, e da allora furo­no inutili le ricerche messe in atto dal padre, che vagò seguen­do labili tracce raccolte tra gen­te spaventata che non osava ri­ferire il poco che sapeva, timo­rosa di vendette. Solo in seguito si scoprì che ve­nerdì 13 aprile Rolando Rivi, do­po essere stato trascinato a Piane di Monchio (Modena) in una spe­cie di salita al proprio Calvario, era stato ucciso e abbandonato sotto un leggero stato di terra. Erano le ore 15 dello stesso gior­no e della stessa ora in cui era spirato Gesù.

Nei tre giorni della prigionia, nessuna umiliazione fu risparmiata al piccolo seminarista, nes­sun dolore: rinchiuso in una porcilaia per supremo dispregio, fu picchiato, torturato, deriso, sve­stito a forza della veste talare tan­to amata, profanata secondo la insensata idea che continua a in­contrare proseliti, che l'offesa e la distruzione di un simbolo ser­va ad annientare un ideale. Le sue grida si udivano all'ester­no, ma nessuno osò intervenire. Era poco più che bambino, terrorizzato, sofferente per le atro­cità che gli erano inflitte, sco­perte sul suo povero corpo martoriato ritrovato poco dopo. Quando raggiunse il luogo della fine, qualcuno raccontò che, or­mai incapace di reggersi in piedi, chiese di poter pregare per il pa­dre e per la madre, ma presto due colpi di pistola troncarono la sua ormai debolissima voce.

Il 5 ottobre 2013 sarà beato

Nei primi tempi, la notizia dell'infamia cui fu sottoposto un candi­do innocente fu tenuta pressoché nascosta: la Chiesa, nella sua se­colare saggezza, riteneva che non fosse il momento di chiedere giu­stizia contro un potere ancora troppo forte, arbitro delle sorti po­litiche del nostro Paese, essendo la prudenza necessaria per il timo­re di riattizzare nuovi scontri. La giustizia degli uomini, tuttavia, non aveva potuto ignorare i fatti, nonostante si sia mossa solo quattro anni dopo, lasciando i colpe­voli liberi di godere il loro misera­bile trionfo, finché nel giugno '49 i massacratori Narciso Rioli e Giuseppe Corghi furono final­mente imprigionati e processati. La condanna fu pronunciata nel '51, con sentenza confermata nei successivi gradi di giudizio e di­venuta definitiva nel '53, senza che ai fatti fosse data tuttavia la giusta diffusione. Gli assassini fu­rono condannati a 22 anni di pri­gione, ma ne scontarono solo 6. Il martirio di Rolando non poteva essere taciuto a lungo, special­mente nel luogo in cui egli era vissuto e aveva ottenuto tanta amicizia e tanto affetto. Tra i più attivi a occuparsi di Rolando è stato Emilio Bonicelli, che ha pubblicato la biografia Rolando Rivi. Seminarista martire, con prefazione di mons. Luigi Negri (Ed. Shalom).

Il 7 gennaio 2006, in seguito ad appassionate sollecitazioni del Comitato Amici di Rolando Rivi, co­stituito nel 2005, si è aperto il pro­cesso diocesano per la beatifica­zione e dichiarazione del martirio del Servo di Dio Rolando Rivi, terminato il 24 giugno dello stesso anno con il riconoscimento dei fat­ti condotti in odium fidei finché, dopo altri passaggi, il 27 marzo u.s. papa Francesco ha autorizzato la Congregazione per le Cause dei Santi a promulgare il decreto sul martirio. Il vescovo di Modena, mons. Antonio Lanfranchi ha an­nunciato che la cerimonia di beati­ficazione avverrà nella cattedrale il 5 ottobre prossimo. Intorno al nome di Rolando Rivi si sono raccolti fin dall'inizio folti gruppi di fedeli, e la pietà per il suo supplizio ha raggiunto lontani confini, perché la Fede ha questo di straordinario, che sempre sa trarre il bene perfino dai mali peggiori. Si stanno verificando fatti eccezionali attribui­ti all'intercessione del futuro santo; del resto, il piccolo Ro­lando ha già ottenuto un miraco­lo, realizzando il suo sogno di missionario, dopo avere pagato con il proprio sangue innocente un tributo immenso che ha col­pito le coscienze, riscotendo dall'inerzia tanti indifferenti, distratti, deboli di spirito.

vedi il libro di Emilio Bonicelli su Rolando Rivi

vedi il sito ufficiale del beato Rolando Rivi

   

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