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Fonte accademianuovaitalia.it 16/01/2018

Autore Francesco Lamendola

E' difficile capire come è stato possibile far passare l’idea che il protestantesimo sia stato un progresso rispetto al cattolicesimo

Riesce veramente difficile capire come sia possibile che, nei Paesi di tradizione cattolica, non pochi studiosi, laici e progressisti, siano riusciti a far passare l’idea che il protestantesimo sia stato un progresso rispetto al cattolicesimo, un passo avanti sulla via della crescita spirituale, l’annunzio di una modernità liberata dalle superstizioni e fiduciosa nell’agire umano. Riesce veramente difficile, a meno di riconoscere che, in tali Paesi - a cominciare dal nostro, l’Italia - qualunque sparata, qualunque assurdità, qualunque sproposito, sono sempre bene accetti, purché si prestino a servire la causa dell’anticattolicesimo militante. Quest’ultima, infatti, è divenuta una vera e propria contro-religione, praticata devotamente e sempre più assiduamente dalla cultura moderna, dietro le apparenze del liberalismo, del razionalismo, della tolleranza e della libertà di pensiero: tanto densa è la cappa di conformismo intellettuale oggi imperante, e tanto estesa è la connivenza -  in malafede - fra i tanti rappresentanti di codesta cultura secolarizzata, che si spaccia per paladina della libertà e della dignità dell’uomo, mentre odia e detesta quelle forze spirituali che, sole, hanno sempre difeso, e continuano a difendere, pur con momenti di debolezza e di sbandamento, la vera dignità e la vera libertà dell’uomo.

Che il protestantesimo sia stato un passo avanti verso la modernità, questo sì che è vero: ma a patto di avere ben chiaro il concetto che la modernità, per come si è delineata nell’arco temporale che va dalla cosiddetta Rivoluzione scientifica del XVII secolo fino agli anni a noi contemporanei, ha visto non già la liberazione dell’uomo e l’affermazione della sua dignità, ma, bene al contrario, il suo supremo asservimento e la sua atroce mortificazione, come del resto la storia moderna e contemporanea stanno ampiamente a dimostrare. Mai, come nei secoli della modernità, la storia umana ha prodotto distruzioni morali e materiali che si possono ben definire sataniche; il tutto, però – si badi – dietro gli slogan e le frasi fatte inneggianti all’emancipazione dell’uomo da forme secolari di sfruttamento, morale e materiale. Ora, nessuno vuol negare che tali forme siano esistite, nei secoli del Medioevo e fino al Rinascimento; mai, però – e questo, proprio per merito del cristianesimo – la cultura ufficiale era giunta all’impudenza di dichiarare l’emancipazione dell’uomo, mentre, di fatto, ne realizzava l’asservimento sistematico e capillare, ricorrendo anche a tecniche di crudeltà e di sadismo sistematico e massificato, quali mai si erano viste prima, se non in casi relativamente sporadici e particolari, per quanto efferati abbiano potuto essere.

A parte questo, ci domandiamo: progressivo e ottimista, il protestantesimo? Fiducioso nelle capacità umane e nemico della superstizione, il luteranesimo? Chi spaccia simili panzane per moneta buona, o non ha mai letto una riga degli scritti di Lutero, oppure è in cattiva fede: “tertium non datur”. Lutero non crede nell’uomo, non crede nel mondo, non crede nella bontà, non credere nell’agire, non crede in niente, tranne che nella grazia di Dio: ma una grazia distribuita a capriccio, incomprensibilmente, e dunque tale da ingenerare, nell’uomo, ansia e frustrazione, e un perenne stato di incertezza e sospensione.

Lutero, inoltre, vede diavoli dappertutto, perfino nelle opere buone, perfino nelle virtù medesime, perfino nel cuore più segreto dell’anima, nella coscienza: nulla sfugge alla loro azione infernale, nulla si sottrae alla loro potenza; fino ad affermare che il mondo e il Diavolo sono una cosa sola, sono l’uno il rovescio dell’altro. E questo, se le parole hanno un significato, non è più cristianesimo, ma esattamente il suo opposto: è satanismo, allo stato puro, e sia pure un satanismo che trema di orrore, raccapriccio e spavento, e non adora il Male. Ma è anche una bestemmia nei confronti della creazione di Dio, che è, in se stessa - come dice la Bibbia - «cosa buona» ai Suoi occhi; e quindi, indirettamente, contro Dio stesso. Dire che il mondo è il regno del Diavolo, anzi che è il Diavolo, significa non solo svalutare, ma stravolgere il senso della Creazione e, dunque, il posto assegnato in essa da Dio all’uomo. Di più: significa fare di Dio, il Diavolo.

Il pensiero di Lutero intorno al Diavolo e al suo rapporto con il mondo terreno è stato delineato molto chiaramente ed efficacemente dallo studioso e saggista americano Norman O. Brown nel suo libro «La vita contro la morte. Il significato psicoanalitico della storia» (titolo originale: «Life against Death», Wesleyan University, 1959; traduzione dall’inglese di Silvia Besana Giacomoni, Milano, Adelphi, 1964, pp. 240-3):

 

«Se vogliamo capire Lutero possiamo, se così ci piace,  non prendere sul serio né il suo Dio né il suo Diavolo e sostituire ad entrambi delle spiegazioni psicologiche. Ma quel che non possiamo fare è prenderne uno sul serio e sbarazzarci dell’altro. Per Lutero, come per John Wesley, “niente Diavolo, niente Dio”. Considerando così il Diavolo di Lutero con la stessa serietà con cui consideriamo il suo Dio, ci avviciniamo alla reazione della teologia del XX secolo contro il razionalismo illuminista e l’ottimismo liberale. Nella teologia protestante del XX secolo c’è la tendenza a rendere al Diavolo il dovuto; l’esempio più noto è il concetto del demoniaco di Tillich. Oggi la tendenza neo-ortodossa ha consentito agli studiosi protestanti di valutare in modo più corretto l’importanza del Diavolo nel pensiero di Lutero. […] “Lungi dal diminuire il potere del Diavolo nel mondo, la Riforma l’ha molto rafforzato”; così si esprime il più autorevole storico del Diavolo (M. J. Rudwin). La premessa psicologica del protestantesimo è la convinzione del peccato. Il protestantesimo, in quanto nuovo rapporto con Dio, è una risposta a una nuova esperienza del male. La novità consiste innanzitutto nella portata e nell’intensità dell’esperienza del male, e secondariamente nel senso di assoluta impotenza di fronte ad esso. Questa nuova esperienza del male risale all’ultimo periodo del Medioevo; il protestantesimo e il rapporto di tipo protestante con il Diavolo sono i risultati di un lungo periodo di gestazione. Huizinga scrive a proposito del XV secolo: “Il popolo non può capire la propria sorte e gli avvenimenti del’epoca altro che come una successione ininterrotta di malgoverno e di sfruttamento., di guerra e di saccheggi, di carestia, miseria e pestilenza. Le forme croniche che la guerra soleva assumere, i torbidi continui nelle città e nelle campagne provocati da ogni sorta di malfattori, la perpetua minaccia di una giustizia dura e non degna di fiducia, e, in più, la paura opprimente dell’inferno, dei diavoli, delle streghe alimentavano un senso di generale insicurezza, che era fatto per dare uno sfondo nero alla vita. Satana ricopre con le sue ali oscure una terra desolata”. Questa esperienza dell’onnipresenza del male e dell’impossibilità di controllarlo genera in Lutero l’innovazione teologica per cui questo mondo, in tutte le sue manifestazioni esteriori, non è governato da Dio, ma dal Diavolo. “È un articolo di fede” dice Lutero “che il Diavolo è il Princeps mundi, Deus huius seculi”. È un articolo di fede che si basa sull’esperienza: “Il Diavolo è il signore del mondo. Lasciate che chi non lo sa ne faccia la prova. Io ne ho avuto qualche esperienza: ma nessuno mi crederà fino a che non ne avrà fatto personalmente prova”. “Il mondo e tutto ciò che gli appartiene devono avere il Diavolo come padrone”. “Noi siamo servi in un ostello in cui Satana è il padrone, la terra sua moglie e i nostri sentimenti suoi figli”. “Tutto il mondo è schiavo delle sue macchinazioni”. “Il mondo è il Diavolo e il Diavolo è il mondo”. “Ogni cosa è piena di diavoli, nelle corti dei principi, nelle case, nei campi, nelle strade, nell’acqua, nel legno, nel fuoco”. Lutero trova il potere demoniaco autonomo del male non solo nel macrocosmo della società ma anche nel microcosmo dell’individuo. È la sua esperienza del dominio di Satana sull’individuo che genera un’altra innovazione teologica: la negazione del libro arbitrio. Melantone (nel 1559) e altri critici intendono rettamente il pensiero di Lutero quando chiamano manichea la sua dottrina della predestinazione. In Lutero l’idea della predestinazione si basa in parte su un senso del potere della tentazione (“Nessun uomo potrebbe affrontare il Diavolo con il suo libero arbitrio”) ma a un livello più profondo si fonda sull’idea che la tentazione e il peccato siano l’opera di una forza autonoma ed esterna all’individuo. Ne risulta l’eliminazione dell’idea tradizionale  dei vizi, delle colpe di cui l’individuo è responsabile, che sono sostituite da quella del Diavolo. “Il riformatore tedesco e i suoi discepoli riempirono la Germania di diavoli, diabolicizzando tutti i vizi”(Rudwin). […] Non contento di diabolicizzare i vizi, Lutero diabolicizza anche le virtù. L’uomo è giustificato non dalle opere, ma dalla sola fede; e la fede non è una virtù in nostro potere ma un dono di Dio. Tutto il campo delle virtù tradizionali, ora riclassificate peggiorativamente come semplici “opere”, è lasciato al Diavolo. “Infatti, vedendo che, al di fuori di Cristo, i nostri padroni sono la morte e il peccato, e il Diavolo è nostro Dio e sovrano, non può esserci forza né potere, intelligenza né comprensione coi quali potremmo renderci adatti,  e nemmeno lottare, per la virtù e la vita, ma al contrario dobbiamo rimanere ciechi e prigionieri, schiavi del peccato e del Diavolo.” Per questo “nell’uomo che non crede in Cristo non solo tutti i peccato sono mortali, ma persino le buone opere sono peccati”. Per questo la pietà di tipo cattolico è opera del Diavolo: “Il Diavolo permette che chi è suo faccia molte buone opere, preghi, digiuni, costruisca chiese, stabilisca messe e giorni sacri, e si comporti come se fosse del tutto santo e pio”. “Gli uomini che compiono sante azioni [“die Werkheilingen”] sono servi prigionieri di Satana, per quanto esteriormente possano superare gli altri in buone azioni e in severità di vita”. Così il Diavolo in quanto “signore del mondo”, al punto che “gli uomini devono pensare, dire e fare quel che vuole il Diavolo”, è lo spirito che agisce dietro la tradizionale virtù religiosa delle opere di pietà. E analogamente il Diavolo è considerato lo spirito animatore dietro la ragione naturale, l’ancora di speranza della virtù naturale della tradizione aristotelica e tomistica. La ragione è “la sposa e la puttana” del Diavolo. La ragione non è solo un nemico reale della fede nelle Scritture, ma è anche legata al principio aristotelico per cui le buone opere rendono buoni gli uomini. La ragione  è all’origine di tutte le realizzazioni di questo mondo; ma le buone opere e le realizzazioni di questo mondo sono il dominio del Diavolo; gli insegnamenti della ragione non possono dunque essere che gli insegnamenti del Diavolo, e la voce della ragione la voce del Diavolo. Persino la coscienza, che diverrà poi la cittadella della moralità protestante, non sfugge alla svalutazione delle virtù umane operata da Lutero; egli ne scopre il carattere ingannatore e ne fa responsabile il Diavolo. “La coscienza è una bestia e un demone cattivo. Per questo i poeti hanno inventato le Erinni e le Furie, cioè diavoli infernali che vendicavano tutti i torti”. “La coscienza è al crudele servizio del Diavolo; l’uomo deve imparare a trovare consolazione persino contro la propria coscienza”, che è il più crudele strumento di morte (Lutero, in H. Grisar), 6 voll., London, 1913-17).»

 

Crediamo che basti e avanzi.

Davanti a questi dati di fatto, ci vuole davvero un bel coraggio per presentare il luteranesimo come una specie di rinascita spirituale della cristianità, e come un movimento di promozione e di liberazione dell’uomo; è vero, semmai, l’esatto contrario: perché nessun teologo cattolico, neppure nei periodi storici dominati dal più cupo pessimismo, neppure Lotario Diacono (il futuro papa Innocenzo III), nel suo terribile «De contemptu mundi», erano mai arrivati a pensare, predicare e scrivere quel che pensa, predica e scrive Lutero: che tutta l’umanità, che tutta la realtà, che tutto l’universo, altro non sono che realtà diaboliche; e che la ragione è lo strumento principale e preferito del Demonio: «la sua sposa e la sua puttana».

Se a fare una simile affermazione fosse stato un teologo cattolico, un vescovo, un papa, i libri di storia che oggi sono in circolazione, tutti, o quasi tutti, molto politicamente corretti, ne avrebbero tramandato la memoria a perpetua infamia e ad eterno ludibrio dell’autore, e vi avrebbero trovato la conferma, assolutamente definitiva e inoppugnabile, che la Chiesa cattolica è, è stata, e sempre sarà, la principale nemica della ragione, dell’intelligenza, di tutto ciò che ha consentito agli esseri umani di elevarsi al di sopra delle bestie inconsapevoli, promuovendo invece, deliberatamente e scientemente, le peggiori forme di superstizione, oscurantismo e cieca ed ottusa credulità, per poter meglio manovrare e sfruttare le masse ignoranti e abbrutite. Le cose, però, stanno altrimenti. La teologia cattolica non è pessimista: non potrebbe esserlo, visto che si basa sul fatto, carico di speranza, della Resurrezione. Nemmeno l’antropologia cattolica lo è, se non in senso relativo: l’uomo non può essere una creatura di fango, se il Cristo è venuto a riscattarlo a così caro prezzo…

 

Già pubblicato il 07 Maggio 2015

   

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