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Fonte culturacattolica.it 10/08/2016

Autore Gabriele Mangiarotti

Continua il confronto con Alessandra. Lo riporto qui dalle pagine di Facebook

Sul fatto che per colpa del Corano sia impossibile un dialogo leale con coloro che lo ritengono il fondamento della loro vita mi permetto di esprimere il mio dubbio, per il semplice fatto che la mia esperienza è un'altra.
Un altro dubbio lo esprimo sulla tua preoccupazione rispetto al fatto che per i musulmani lì dove si recita Corano è terra d'Islam. che per loro sia così non significa che lo sia. E dentro ad una Chiesa io non ho paura. Se è vero che Lui vince vince e basta. O è vero o non è vero. Ho la vaga sensazione che Father Ibrahim non tratterebbe così queste questioni, lui che è lì a rischiare la pellaccia ogni santo giorno salvando e ricostruendo case per tutto il popolo di Aleppo, musulmani o no. Ma potrebbe essere interessante chiederglielo direttamente... cosa dici?
Alessandra


Cara Ale,
per quanto riguarda il Corano e l’islam in generale, ritengo giusta l’osservazione di Ratzinger, secondo cui è possibile il dialogo tra culture e non tra religioni. Ho incontrato mussulmani con cui è stato possibile realizzare buoni rapporti, mentre ritengo che l’islam in quanto tale non consenta un serio dialogo.

Che Cristo vinca, è fuori dubbio. E che questo passi attraverso il martirio è realtà oramai quotidiana.

Conosco padre Ibrahim e la sua testimonianza. La sua carità e il suo realismo della fede. Al Meeting di Rimini, per esempio, ha portato la sua testimonianza.

Come pure padre Douglas Al-Bazi, che attualmente è parroco di Mar Eillia di Erbil, in Iraq. P. Douglas ha detto sempre al Meeting di Rimini: « Il nome della nostra chiesa è “la chiesa dei martiri”, la chiesa del sangue. Prima del 2003, c’erano più di 2 milioni di cristiani in Iraq. Adesso ce ne sono poco più di 200 mila. Immaginate cosa possa essere successo a tutti noi. Vi vorrei raccontare alcune cose. Quando l’Islam vive in mezzo a voi, la situazione può anche essere accettabile. Però è impossibile, quando uno vive tra i musulmani. Non sono qui per spingervi all’odio nei confronti dell’Islam e non sono qui per rappresentare la mia gente: io sono il popolo dell’Iraq, io sono il popolo dei cristiani. Quello che è successo ai cristiani in Iraq, lo scorso anno con l’Isis, lo conoscete tutti. Per favore, se c’è ancora qualcuno che pensa che l’Isis non rappresenta l’Islam, beh, ha torto! L’Isis rappresenta l’Islam al cento per cento. Se qualcuno dice: ma no, abbiamo amici musulmani che sono simpatici. Sì, sono simpatici qui, ma là sono assassini. L’anno scorso hanno preso possesso di una intera zona del Paese e hanno costretto più di 120 mila persone a fuggire. Immaginate, dalla sera alla mattina, abbiamo ricevuto migliaia e migliaia di profughi. Sono arrivati con niente. E adesso la mia gente guarda a queste persone e dice: ma che cosa è successo? Negli ultimi cento anni la mia gente è stata attaccata otto volte. E apprezzo quando Papa Francesco, riferendosi a quello che è successo al mio popolo, parla di genocidio, addirittura. Quello che succede adesso alla mia gente è un altro genocidio. Vi imploro, non chiamate quello che succede nel mio Paese un conflitto: è un genocidio. E il genocidio è in Siria. Io sono nato tra i musulmani, ho più amici musulmani che cristiani. Però le persone cambiano. E quando attaccano i cristiani in Iraq, lo fanno perché siamo l’ultimo gruppo di persone istruite. Se ce ne andiamo noi, nessuno più potrà distinguere tra la luce e l’oscurità nel mio Paese. Noi siamo il sale del nostro Paese. Senza quel sale, il mio Paese è senza significato. Comincio a parlare anche della mia storia, che voglio condividere con voi. Ma per favore, non guardatemi come se fossi un eroe. Perché chi sono io per potermi lamentare di quello che mi è successo? Chi sono io per chiedere a Dio: perché stai facendo tutto questo? Come sacerdote in Iraq e nel Medio Oriente, si vive proprio una missione a senso unico. Non sappiamo mai, quando uno esce dalla chiesa, se tornerà dentro vivo. Una volta ero a Baghdad, hanno fatto esplodere la mia chiesa davanti a me. Sono sopravvissuto due volte agli esplosivi. Mi hanno sparato con una k47, che è una sorta di kalashnikov, sono stato colpito nella gamba. E sono stato sequestrato per nove giorni. È stato dopo il servizio della domenica: sono uscito, hanno bloccato la strada e mi hanno portato non so dove. E quando siamo arrivati, uno dei rapitori mi ha colpito con il ginocchio sul naso e mi ha rotto il setto nasale. Mi hanno incatenato e mi hanno tenuto così per nove giorni, mi hanno anche bendato gli occhi. I primi quattro giorni li ho passati senz’acqua. Ho visto tutta la mia famiglia passarmi davanti nella memoria, mia mamma, mia sorella. Mi dicevano: padre, vuoi dell’acqua? Quando l’anno scorso ho cominciato a raccontare la mia storia, è stata la prima volta che la mia famiglia è venuta a conoscenza di quello che mi era successo. Non sapevano ancora i dettagli. Quando sono tornato a casa, vicino al letto ho trovato delle cassette piene d’acqua: non vado mai a letto senza avere la sicurezza di avere una bottiglia d’acqua vicino. Quindi, offritemi dell’acqua stasera, ve lo chiedo per favore. Dopo sei giorni, iniziarono le trattative per la mia possibile liberazione. Ma il prete aveva detto: non abbiamo più bisogno di don Douglas. Perché tutti ormai credevano che mi avrebbero ammazzato. E quando parlavo al cellullare con il prete che faceva da mediatore, c’era il vivavoce e gli ho detto in aramaico: “aiela”, che vuole dire “ci siamo, non tornerò mai più”. E lui disse ai rapitori: “Tenetevi padre Douglas, lo aggiungeremo al nostro numero di martiri”. Quel giorno si adirarono molto e usarono il martello. Mi spostarono dal posto dov’ero, quando mi parlavano alzavano il volume della televisione in modo che, se avessi tentato di urlare, i vicini non avrebbero potuto sentire la mia voce. E dato che volevano mostrare ai vicini quanto fossero credenti, ascoltavano programmi religiosi, tutto il giorno a sentire la lettura del Corano in tv. Uno di loro mi colpì in bocca sui denti. Mi ritrovai un dente nella bocca tutta sanguinante. Mi disse: “Non preoccuparti, hai tanti denti e abbiamo tutta la sera davanti”. Dopo mi hanno picchiato con il martello sulla spalla, mi hanno rotto un disco della colonna vertebrale e hanno anche cercato di prendermi i soldi. Certamente non dimenticherò mai quei nove giorni. E’ la stessa cosa che sta succedendo alla nostra gente, ai cristiani in Medio Oriente. Quando mi hanno incatenato, mi hanno messo un lucchetto grosso: c’erano dieci anelli che avanzavano e io li usavo per dire il rosario. Non ho mai detto il rosario in maniera così profonda come in quel momento. Ho usato i dieci anelli per l’Ave Maria e poi il lucchetto per il Padre Nostro. Durante il giorno ero circondato dai sequestratori: mi chiedevano la mia opinione come padre spirituale. Uno di loro mi ha chiesto: “Cosa dovrei fare con mia moglie?”. Io ero lì, incatenato e incappucciato. Gli ho risposto: “Beh, cerca di essere carino con lei, dille che è il tuo tesoro, il tuo amore”. Erano le stesse persone che poi, la sera, mi picchiavano. Questi sono i cristiani nel Medio Oriente, facciamo le stesse cose che ha fatto Gesù, li guariamo e diamo loro degli insegnamenti. Ma cosa otteniamo? Questo è quello che ci è successo. Non sono qui, fratelli e sorelle, per implorare il vostro aiuto. Guardatemi in faccia, vi sembro spaventato? La stessa cosa si può dire della mia gente. Sono qui per dirvi: quello che è successo alla mia gente è un genocidio. La mia chiesa era ancora nel periodo del Venerdì Santo e ci ha aiutato ad arrivare alla Domenica della resurrezione. Gesù ci ha detto: “Porta la tua croce”. E’ quello che stiamo facendo. Ma l’importante non è portare la croce, è seguirla. Seguire vuol dire accettare, seguire vuol dire sfidare, vuol dire impegnarsi fino alla fine. Credo che in Medio oriente ci distruggeranno ma che l’ultima parola sarà la nostra: Gesù ci ha salvati, non rinunceremo mai. Cari fratelli e sorelle, io sono orgoglioso di essere iracheno, amo il mio Paese ma purtroppo il mio Paese non è orgoglioso del fatto che io sia parte di esso. Quindi sono qui a dirvi una serie di cose. Siate la nostra voce, parlate, svegliatevi! Il cancro ormai è alla vostra porta! Vi distruggeranno! I cristiani in Medio Oriente, in Iraq, sono l’unico gruppo che ha visto il volto del male: l’Islam. Pertanto, pregate per la mia gente, aiutatela, salvatela. Qual è il punto? Lasciare libere le pecore in mezzo ai lupi. E non guardatemi come uno che ormai ha rinunciato: sono un sacerdote e credo. Io penso che un giorno mi ammazzeranno, però mi preoccupo dei nostri figli, penso alla comunità come a una madre. Anche Abramo ha lasciato la sua terra, anche Gesù: il paradiso, il cielo, non era il posto in cui Lui viveva? L’ultima frase che vi lascio è: apparteniamo a Dio, non alla terra, Gesù è la nostra terra, la terra promessa. Lasciate che la mia gente raggiunga la sua terra promessa, per favore. Potete fare questo? Ebbene, agite, grazie.»

Non credo che tra la testimonianza di carità di Padre Ibrahim e quella di verità e di martirio di P. Douglas si possano fare dei «distinguo».
   

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