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Fonte lanuovabq.it 04/08/2016

Autore Marco Respinti

Lo si nota, lo si scrive e lo si ripete, ma mai abbastanza. Il problema principale di quel che resta della cristianità aggredita dal relativismo è l’incapacità di guardare diritto in faccia il proprio nemico per quello che è, di chiamarlo per nome. Se lo sapessimo fare, nemmeno un’unghia delle tribolazioni che ci attendono ci verrebbe scontata, ma almeno patiremmo per un motivo, un motivo serio, un motivo che conosceremmo e che, per paradossale contrasto, ci spingerebbe ad amare di più la ragione che ci fa, culturalmente e spiritualmente, abitanti di quel che appunto resta della cristianità.

 

E invece, la nostra cultura debole e debolista, che non sa più cosa sia la schiena diritta e che soprattutto non ha più memoria dei padri, dei santi e dei martiri che ci hanno preceduto indicandoci la via, si trincera, si schermisce, si nasconde dietro un dito. Diciamo “islamismo” perché non abbiamo il coraggio di dire “islam”, nel frattempo pensando che se distinguiamo tra l’uno e l’altro i tagliagole ci faranno lo sconto; ma loro no, tra islam e islamismo non fanno differenza, anzi il secondo nemmeno sanno cosa sia perché tutto ciò che conoscono e professano è solamente il primo. 

Subito dopo, diciamo “jihadismo” facendo finta di non sapere che si tratta di un’altra bufala artefatta dalla nostra coda di paglia e che nell’islam esiste solo lo jih?d, concetto tanto sottile e profondo da saper armoniosamente sposare l’ascetica alla – se e quando è il caso – lotta armata. Va dunque salutata con gratitudine l’iniziativa del Centro Studi Federico Peirone di Torino che, in collaborazione con le Paoline di Milano, lancia la collana editoriale Islam. Saperne di più

Il centro Peirone è nato nel 1995 su iniziativa della Diocesi di Torino allo scopo di studiare con serietà l’islam e sviluppare concrete, mai utopistiche, vie di confronto tra esso e il cristianesimo. Non è però solo un’operazione volontaristica e intellettuale, ma soprattutto e anzitutto il tentativo di fornire a parrocchie, gruppi, associazioni e singoli consulenze, expertise, strumenti di formazione e di riflessione seria sull’universo musulmano e sul suo incontro-scontro con il nostro mondo cristiano e assieme postcristiano. La collana che il Centro cura con le Paoline è un esempio tangibile e utilissimo proprio di questo. Si tratta,  infatti, di una serie di volumetti monografici di circa 130 pagine affidati alla perizia di esperti collaudati del settore che hanno lo scopo d’informare sugli aspetti decisivi della cultura musulmana senza cedere alle sin troppo facili sirene del pressapochismo urlato, ma nemmeno a quelle rarefazioni dell’analisi che per volere spiegare tutto finiscono per non spiegare proprio nulla.

I primi due titoli della collana non potrebbero essere più puntuali e decisivi. Il primo, Corano. Identità e storia, lo firma don Augusto Negri, docente di Storia dell’islam nell’Università Pontificia Salesiana di Roma, nonché cofondatore e direttore del Centro Peirone. Il secondo, Jihad. Significato e attualità, lo si deve alla penna di Silvia Scaranari, doppia laurea in Lettere moderne a Torino e in Filosofia a Parma, l’altra cofondatrice del Centro Peirone.

Il volume di Negri, Corano, spiega con grande perizia quale sia per i musulmani la natura propria del testo sacro musulmano, come e perché esso sia stato scritto, e cosa rappresenti oggi per milioni e milioni di persone talora diversissime nel mondo. Ne deriva un paragone naturale con il Vangelo, e dunque ne emerge la profonda differenza da esso. Il Vangelo senza la figura viva di Gesù sarebbe, infatti, lettera morta, e a questo proprio lo riducono quei molti cristiani che hanno perso il legame affatto opzionale (come molti credono invece sia) con la Chiesa madre, maestra e sposa di Cristo. 

Il Corano, invece, è dottrina letteralistica di per sé e dunque la matrice di un codice legale imprescindibile che l’islam applica per ciò stesso rigidamente in modo uguale sia alle coscienze sia alle società, la shari’a, tristemente famosa per i suoi risvolti sanguinosi che oggi anche il più sprovveduto tra gli uomini conosce e sa riconoscere. Il volume della Scaranari, Jihad, fa invece giustizia delle rappresentazioni dozzinali che dello “sforzo” del musulmano per seguire la via di Allah, appunto il jihad, vanno per la maggiore, ma al contempo non propone alcuna illusione facilonamente (falsamente) consolatoria. 

Il punto nodale, infatti, non è criminalizzare tutto l’islam ma nemmeno deresponsabilizzarlo completamente, immaginando che tutto quanto in esso è morte e violenza sia solo una “devianza” (magari opera, come ora va di moda dire, di “depressi” e “schizoidi”). Va cioè chiarito bene che se la lotta armata non esaurisce da sola il concetto di jihad, la “guerra santa” non ne è nemmeno una estremizzazione spuria, eretica e liminale (per quanto magari numericamente rilevante). Se, infatti, il martirio-suicidio – puntualizza l’autrice – è ignoto all’islam fino al secolo XX, ciò non significa che chi lo pratica oggi con risultati devastati e destabilizzanti pure per lo stesso mondo musulmano sia solo un “compagno che sbaglia”, o addirittura un eterodosso. Insomma, se non cominceremo a renderci conto sul serio di ciò che la realtà musulmana è, continueremo a vivere in un film surreale, e in quel film magari anche a morirci.

   

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