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Fonte civiltacristiana.com 18/07/2016

Autore Corrado Gnerre

Dopo l’attentato di Nizza torno a parlare di Islam, ripetendo concetti già detti, ma che – ahimé! – mi rendo conto vanno ancora una volta ricordati a motivo di ciò che si sta leggendo e si sta ascoltando in questi giorni. Mi limito a poche riflessioni sull’attentatore e sull’attentato.

L’attentatore

 Si sta discutendo sulla strana tipologia dell’attentatore. Alcuni affermano che si tratta di un terrorista sui generis per il fatto che non si tratterebbe di un islamico vero e proprio e che non avrebbe mai praticato convintamente l’Islam. C’è chi dice che fosse dedito all’alcool, che non frequentasse mai la moschea, ecc… Può darsi, nel senso che al momento mi sembra non si possa ancora esser sicuri di nulla.

Ciò che però sfugge è che una simile disamina è relativa. Potrebbe essere importante se ci si riferisse ad altri contesti religiosi, ma per quanto riguarda l’Islam è relativa. E vediamo perché.

L’Islam non si configura come una religione incentrata sul concetto di vita interiore. Il che vuol dire che l’Islam, pur permettendo un ascesi, non ritiene questa come decisiva. Paradossalmente la pratica religiosa, pur esprimendosi all’interno di un patrimonio formale e rituale, fa appello anche ad una crescita interiore, se non altro a livello di coerenza tra convinzioni religiose e stile di vita. L’Islam ritiene sì fondamentale la pratica religiosa, ma non come pratica determinante. Ciò che conta è fare una scelta, una scelta per Allah e per il suo maggiore profeta che è Maometto. Di per sé questo basta. In un certo senso non c’è religione più semplice (e anche semplicistica) dell’Islam, almeno nella sua versione sunnita.

Ora, fa specie che l’attentatore di Nizza fosse un violento con i suoi parenti, un ubriacone, uno border-line, ecc… Ciò è del tutto irrilevante ai fini dell’atto definitivo, in questo caso dell’atto del cosiddetto “martirio”: immolarsi per la Jihad uccidendo se stesso per uccidere quanti più “crociati” possibile. Anzi, proprio perché finora si è vissuti in un certo modo, cioè in maniera difforme alla legge islamica, una scelta definitiva per Allah e la Jihad può cancellare tutto e far sì che si diventi addirittura più “santi” di coloro che invece, pur professando coerentemente la fede, non riescono a decidersi per atti del genere.

Queste considerazioni ci fanno capire quanto fuorvianti siano due approcci: quello di valutare questi atti sganciandoli dal contesto religioso e quindi dalla conoscenza dell’Islam, e quello di (approccio ancora più ingenuo) considerare l’Islam come una religione tutto sommato simile al Cristianesimo.

 L’attentato

 Questo, per quanto riguarda l’attentatore. Ma per quanto riguarda l’attentato c’è da dire dell’altro. Solitamente si dice: “nessun Dio può volere e comandare simili gesti”. Espressione che è vera e falsa nello stesso tempo. Vera, se ci riferiamo all’unico Vero Dio; falsa se ci riferiamo alla credenza in un Dio che Vero non è.

Il Cristianesimo e l’Islam sul rapporto Dio-Bontà non dicono affatto la stessa cosa. Mentre il Cristianesimo afferma che “Dio è buono”, l’Islam dice che “Dio decide di essere buono”… e la differenza non è di poco conto.

Dire che “Dio è buono” significa affermare che Dio e Bene s’identificano e che il Bene è nella natura di Dio e quindi che Dio stesso non può essere anche Male, ma che quest’ultimo è una conseguenza dell’esercizio sbagliato della libertà da parte della creatura intelligente. Dire, invece, che “Dio decide di essere buono”, vuol dire che la Bontà non è un attributo costitutivo della natura di Dio, bensì che Dio precede la Bontà stessa; pertanto se Dio avesse deciso il contrario, cioè che il Bene fosse stato Male e il Male fosse stato Bene, ciò che adesso riteniamo Bene sarebbe stato Male e ciò che adesso riteniamo Male sarebbe stato Bene.

Da qui la grande questione del rapporto tra Islam e violenza. Una questione che attiene non solo al Corano e alcuni suoi passaggi (problema già di per sé fondamentale e che non può essere trascurato), ma anche al modo di concepire Dio.

Che è poi il modo che costituisce il fondamento di qualsivoglia religione.

   

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