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Fonte lanuovabq.it 28/01/2015

Autore Valentina Colombo


«Al principio del dialogo c’è, dunque, l’incontro».  Impossibile non essere d’accordo con le parole pronunciate da papa Francesco in occasione della sua visita al Pontificio di Studi Arabi e Islamici a Roma nei giorni scorsi, ma altrettanto difficile è realizzare l’incontro.

Il riferimento è al dialogo islamo-cristiano, cui tanto si è dedicato il Pontificio Istituto anche attraverso alla preziosa rivista Islamo-Christiana, un dialogo che il Pontefice ammette «esige pazienza e umiltà che accompagnano uno studio approfondito, poiché l’approssimazione e l’improvvisazione possono essere controproducenti o, addirittura, causa di disagio e imbarazzo». Come ha sottolineato Papa Francesco «c’è bisogno di un impegno duraturo e continuo al fine di non farci cogliere impreparati nelle diverse situazioni e nei differenti contesti. Per questa ragione si esige una preparazione specifica, che non si limiti all’analisi sociologica, ma abbia le caratteristiche di un cammino tra persone appartenenti alle religioni che, pur in modi diversi, si rifanno alla paternità spirituale di Abramo». 

Tuttavia la difficoltà del dialogo aumenta nel momento in cui ci si trova innanzi a una religione, l’islam, che non ha né un Papa, né vescovi, né sacerdoti. Se da un lato la mancanza di autorità e di una gerarchia potrebbe facilitare l’incontro tra gli individui, nel momento in cui si decide di intraprendere un dialogo ufficiale tra Vaticano e islam o tra islam e istituzioni è naturale, per motivi di praticità, cadere nella trappola dell’islam organizzato che nella maggior parte dei casi è ideologicamente collegato ai Fratelli musulmani oppure di alcune organizzazioni che poco rappresentano la pluralità del mondo islamico. É altrettanto vero che, in un periodo storico in cui il terrorismo di matrice islamica dilaga ed è sulla prima pagina di tutti i giornali, l’Occidente – sia a livello istituzionale politico e religioso -ha bisogno di avere la conferma dell’esistenza di musulmani di cui si possa fidare. Al tempo stesso, per evitare «l’approssimazione e l’improvvisazione» bisogna essere consapevoli che la parola “dialogo” può risultare pericolosa nel momento in cui il punto di partenza è sbagliato e quando i due dialoganti parlano una “lingua” diversa. Ne consegue la necessità di stabilire un vocabolario comune e condiviso al fine di avere la certezza di concorrere allo stesso fine.

Qualche esempio per chiarire il concetto. Il 6 maggio 2008 si tenne a Doha, in Qatar, un incontro di dialogo interreligioso. Taleb Ahmad al-Ibrahimi, ex ministro algerino, sottolineò ad esempio che «nessun dialogo serio con gli ebrei sarà possibile sino a quando non assumeranno una posizione chiara contro il sionismo in quanto movimento radicale e colonialista che è un tutt’uno con il nazismo», identificando quindi la fede ebraica con il suo aspetto politico e paragonandola all’ideologia che ha causato la morte di migliaia di ebrei. Taysir al-Tamimi, mufti di Gerusalemme, ribadì a sua volta che «il presente dialogo con gli ebrei non è di alcuna utilità perché gli israeliani negano ogni sorta di diritto umano ai palestinesi». Tuttavia, anche si volessero sorvolare le affermazioni appena citate che mescolavano religione e politica, nell’ambito della stessa conferenza Mona al-Jafairi dal Bahrein introdusse il suo intervento che verteva sull’eutanasia sottolineando che «uccidere qualcuno nell’islam è proibito tranne nel caso della legge del taglione, di autodifesa e difesa della propria nazione». Nonostante stesse discutendo di una questione di bioetica, la Jafairi sentì la necessità di ricordare che esistono nella religione islamica eccezioni lecite alla sacralità della vita. 

Stessa problematica che si ritrova in alcuni dei firmatari della lettera “Una parola comune”, inviata nell’ottobre 2007 da 138 “saggi” musulmani a papa Benedetto XVI (clicca qui), con l’intento di sottolineare che sia islam che cristianesimo sono religioni dell’amore. Tuttavia, tra i firmatari compaiono numerosi rappresentanti del movimento dei Fratelli musulmani, molte autorità saudite, nel cui Paese i cristiani possono vivere la propria fede solo in clandestinità. Merita una riflessione anche il riferimento nella lettera all’incontro di Maometto con i cristiani di Najran come esempio di dialogo.  Ebbene, se è vero che la tradizione islamica narra che nel 631 i cristiani pregarono addirittura nella casa-moschea del Profeta, è anche vero che in seguito venne loro chiesto di convertirsi all’islam. Inoltre, nel dibattito teologico che aninò il dialogo emersero le notevoli differenze per quanto concerne il tema della Trinità. E l’incontro si concluse con un monito ai cristiani a non maledire l’islam pena la maledizione. 

I suddetti tentativi di dialogo interreligioso lasciano aperta e irrisolta la questione: qual è il giusto approccio nel dialogo con l’islam? La risposta del Vaticano alla lettera dei 138 saggi offriva qualche spunto. Papa Benedetto XVI dopo avere lodato «lo spirito positivo che ha ispirato il testo e l’appello a un impegno comune per promuovere la pace nel mondo», ribadì che «seppur non ignorando o minimizzando le nostre differenze come cristiani e musulmani, possiamo e dobbiamo guardare a ciò che ci unisce». La parola chiave è “differenza”. Un vero e sincero dialogo interreligioso non deve in alcun modo dimenticare le diversità, innanzitutto perché le tre religioni monoteistiche credono sì in unico Dio, come ha affermato il Pontefice, ma questo Dio ha per ciascuna di loro caratteristiche diverse. Un vero dialogo deve rispettare la diversità, pur mettendo tutte le parti allo stesso livello di modo che nessuno si arroghi il diritto di “proteggere” gli altri e nessuno sia superiore all’altro. Un vero dialogo deve riconoscere innanzitutto la libertà dei credenti e rispettare la sacralità della vita di ogni essere umano senza se e senza ma. Senza illusioni. Un vero dialogo non può limitarsi ad avere come referenti, come è accaduto nel recente incontro di Papa Francesco con quattro imam francesi, prevalentemente religiosi legati alla Fratellanza musulmana. 

Per amore di chiarezza e per rispetto del vero dialogo, ma soprattutto per rispetto alla maggioranza dei musulmani, la Santa Sede, i vescovi e i sacerdoti e l’associazionismo cattolico devono diffidare di chi strumentalizza il dialogo per apparire più moderato, per acquisire credibilità, di chi affianca le battaglie per la vita e per la famiglia, ma ha una visione relativista della vita e che ha una concezione della famiglia che, a prescindere dal fatto che un figlio deve avere un padre e una madre, non si basa sui principi fondanti della religione cristiana primo fra tutti l’indissolubilità del matrimonio. Auspico che papa Francesco abbia il coraggio di rompere gli schemi anche nella complessa sfida del dialogo islamo-cristiano per avviare un vero incontro con quei musulmani che nulla vorrebbero guadagnare, ma che tanto avrebbero da dare in un vero incontro tra persone che vogliono costruire un mondo migliore.

   

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