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Fonte ioamolitalia.it 01/12/2014



Queste sono le riflessioni di un ex-islamico che ama - in silenzio - la civiltà occidentale.

L’islam, totalitarismo guerriero aggressivo, usa la “religione” come cavallo di Troia per tentare la conquista sovversiva dell’Europa, e più in generale dell’Occidente.

 

1-Estendere la consapevolezza della minaccia e predisporre una controffensiva

Molti elementi testimoniano dell’avanzata dell’islam nei Paesi europei, da quelli in apparenza più insignificanti – come la scelta dei nomi di bambini d’immigrati venuti da Maghreb e Mashreq – o il diffondersi di particolari abitudini alimentari e di vestiario, fino ai più spettacolari, come la moltiplicazione delle moschee o del “velo” (in realtà spesso un vero e proprio sudario) prevalentemente imposto alle donne e di rado scelto liberamente da loro.

2-Siamo di fronte ad una campagna di islamizzazione?

Se questa ipotesi è vera, chi è che conduce l’offensiva? Chi è che vi partecipa, oggi? Chi è suscettibile di aderirvi a breve e a lungo termine? E’ la coesione dei popoli europei minacciata? Esiste un rischio di frattura in seno alle nazioni occidentali? Di tradimento dall’interno della società? Di guerra civile? E’ l’avvenire della “nostra” civiltà messo in discussione o no? Queste sono domande che dirigenti pubblici, capi di partiti, intellettuali, giornalisti, etc dovrebbero porsi poiché l’Europa conta sul proprio suolo, una popolazione / comunità musulmana di oltre venti milioni d’individui, per giunta in costante crescita, sia per via interna, sia per apporto esterno: “immigrati” stanziali che -a differenza di tutti gli altri gruppi etnico/religiosi- rifiutano l’assimilazione ai popoli che li hanno accolti, e rivendicano sempre più diritti particolari o addirittura privilegi in contrasto con le leggi locali. Col pretesto di esercitare la “libertà religiosa”.

Diciamolo apertamente: è indispensabile cominciare a sbarazzarsi di molti preconcetti a proposito di islam e di musulmani. Sommarie, spesso false, a volte vere e proprie tare mentali o deformazioni di percezione ereditate da un passato lontano, alcune idee sono estremamente nocive non appena si passa alla realtà. E’ doveroso fare un po’ di pulizia in quella confusione. Largo alle realtà, anche se turbano la tranquillità intellettuale.

3-L’islam definito solo come “religione” è una trappola mortale.

L’ignoranza spinge spesso i popoli ad apporre, sopra fenomeni che sono loro estranei, le proprie idee, il proprio schema di analisi: è l’errore -grave- di etnocentrismo. E’ ciò che gli Europei hanno fatto e continuano a fare con l’islam, con una miopia pari solo alla “ignoranza della ignoranza”: si crede di conoscere bene questa entità che si contrappone da quindici secoli, che l’Europa ha vinto nel corso dei vari scontri, e che ora è presente sul territorio. E si definisce l’islam come una “religione” senza altri approfondimenti. In questo secolo, in Europa, la parola “religione” ricomprende un culto, dei riti, una tradizione, ma prima di tutto una fede, cioè qualcosa che attiene alla sfera individuale (non già privata) al diritto che ha ognuno di noi di pensare quello che vuole e di credere a ciò che vuole. E si cade nella trappola.

Affermando “l’islam è una religione” come verità riconosciuta da tutti e che non merita commenti, di conseguenza, e in nome dei valori democratici e laici, ci si proibisce di esaminare da vicino la sua vera natura, la sua ideologia, i suoi modi di espressione, i suoi mezzi e i suoi fini, astenendosi dall’interferire nelle pratiche dei suoi fedeli. Ancorché esse pratiche contrastino non tanto coi “costumi” bensì con le leggi e le finalità di una civiltà evoluta. I musulmani, i quali ci conoscono bene, approfittano a fondo della nostra ignoranza soddisfatta, ma anche del nostro rispetto dei “diritti individuali”, per rivendicare la libera espansione della loro “religione” in seno alle nazioni occidentali.

L’islam “religione” è l’arma principale dei promotori dell’islamizzazione dell’Europa. E’ il cavallo di Troia di un totalitarismo in una guerra di conquista. Un totalitarismo, a fondamento religioso, opposto alla moderna laicità raggiunta a prezzo di tante lotte e fatiche e vittime, durante tanto tempo. Ma l’islam è una cosa molto diversa da ciò che si vuol chiamare “religione”. In prima analisi, va detto che si tratta di un insieme indivisibile, che comprende identità (un’identità che prevale su qualunque altra, alla quale è proibito rinunciare, pena la morte), religione, diritto, morale, civiltà, cultura (intesa come mentalità), usando il vocabolario delle lingue indo-europee che definisce in maniera molto imperfetta i componenti dell’islamismo.

Nell’islam, tutto ha un contenuto religioso; tutto – assolutamente tutto – è posto sotto il segno di Allah, fa riferimento al suo libro (il Corano, immutabile ed eterno come Allah), al suo Profeta.

L’islam disprezza le distinzioni tra il politico e il religioso, il sacro e il profano, il diritto pubblico e il diritto privato, tra il diritto, la morale, i costumi.

E’ un totalitarismo a fondamento religioso senza dubbio, ma non certamente una “religione” nel senso che si dà a questa parola oggi in Occidente.

A proposito di diritti e doveri dell’individuo, il totalitarismo islamico è di un estremismo e di un rigore senza equivalenti nella Storia. L’individuo è preso in una trama di divieti e di doveri per tutte le circostanze della sua vita. D’altra parte, in ogni momento, si trova collocato in un sistema incrociato di sorveglianza, delazione e sanzioni affidato, verticalmente, a quadri superiori: imam, ulema (sapienti-dotti), qadi (giudici-arbitri), etc. e, orizzontalmente, a parenti, vicini, musulmani ordinari. Solamente il tenere conto di queste realtà, consente di porre con estrema pertinenza la questione della compatibilità dell’islam con i principi costitutivi delle società moderne. Si pensi ad esempio alle “Ronde di Polizia islamica” che recentemente si sono svolte in Gran Bretagna e in Germania per intimidire la popolazione, nella pressoché totale inerzia delle Autorità costituite. Un segnale di grave minaccia per la libertà.

- Sul piano concettuale, un islam laico è impensabile perché contrario ai dogmi più sacri. Totalmente inimmaginabile. Come un cerchio quadrato o un triangolo a quattro vertici.

- Un musulmano può anche dirsi “laico”: ma non lo è, non lo può essere. Un musulmano che si pretende “laico” è un ignorante, un ingenuo, o un cinico dissimulatore, o un falso musulmano.

- Una varietà d’islam che accetti le leggi e i costumi di un paese non musulmano, “restituendo a Cesare, ciò che è di Cesare”, in breve un islam che rispetti la laicità di una nazione è altrettanto impossibile. Su punti così essenziali come la collocazione del politico e del religioso o la libertà di coscienza, la scelta è binaria: o la “apostasia” o l’islam.

- La Storia e l’attualità ci forniscono la risposta musulmana a questa domanda sulla compatibilità: non appena ne ha il potere, un’autorità fondata sull’islam ha sempre ridotto i non-musulmani allo stato di soggetti subordinati e ha loro proibito ogni propaganda della loro religione o ideologia. Donde l’importanza della lotta per esigere il rispetto della laicità di fronte alle tracimazioni dell’islam nello spazio civile. Del resto, la laicità è un metro insostituibile per giudicare la minaccia islamica su valori e modi di vita moderni.

Riassumiamo: lasciando che l’islam si accomodi confortevolmente sul “nostro” territorio, con la vana, illusoria speranza di controllarlo, di “occidentalizzarlo”, i governanti non fanno posto a una religione (sfera individuale / privata) tra tante, ma a un totalitarismo incompatibile con tutto ciò che fonda la civiltà evoluta.

E questo totalitarismo è costantemente mobilitato per la conquista.

4-L’islam è espansionista.

L’islam nasce e può solo essere espansionista e guerriero.

- L’islam, per nascita, geneticamente, in funzione dei suoi dogmi più sacri, impossibili da riformare, indiscutibili e mai messi in discussione, ingiunge ai suoi adepti il dovere di espansione.

- Tra i mezzi legittimi di tale espansione, figura la guerra (nel Corano, due sinonimi: jihad, qital, che indicano anche uno “sforzo”) nella forma violenta, sanguinosa, del confronto armato, ma anche sotto una forma sovversiva; l’islam ammette, anzi raccomanda, tutti i tipi di mezzi: dissimulazione, furbizia, menzogna (taqiyya, kitmân, makr …) Allah garantisce a colui che svolge questo compito, che assolve a quest’obbligo, le più grandi ricompense: quando è in vita è il bottino e, se dovesse morire come “martire” (shahīd) sul “cammino di Allah”, è il paradiso (Corano).

Sin dalla nascita, nel VII secolo della nostra era, l’islam ha dichiarato guerra al resto dell’umanità, “una guerra universale e perpetua”, dividendo il mondo in Casa dell’islam (dâr al-islâm ) e Casa della guerra (dâr al-harb). Ha smesso di aggredire solo quando è stato dominato o controllato. (In posizione di forza o di parità, un musulmano può firmare con un potere “infedele” soltanto una “pausa” (mohla) nella Casa della tregua “dâr al-hudna” o “dâr al-'ahd” della durata massima di dieci anni, ciò in riferimento ad una azione simile di Maometto di fronte agli abitanti della Mecca, nel 628).

Sul ruolo della guerra nella storia dell’islam, gli specialisti sono unanimi: in ogni epoca, essa fu il mezzo privilegiato della sua espansione. La sua riforma: impossibile; la dinamica: sempre involutiva, fondamentalista, reazionaria, oppressiva.

È un’altra realtà della quale dobbiamo convincerci: l’islam mai ha conosciuto vere riforme e non può essere riformato. Riformarlo significa annientarlo.

Forse una riforma fu la preghiera del tarawiih in moschea, durante il mese di Ramadan, che fu addirittura un’innovazione (bid’ah) accettata unanimemente, ma limitata alla liturgia.

La riproduzione scritta del Corano, fu una riforma (dato che era disapprovata dai tempi di Maometto) ma di tipo strettamente pratico. Effettivamente i Turchi (i famosi Ottomani) riformarono tanto l’islam da determinarne la fine storica.

Una delle più grandi e terribili riforme degli Ottomani fu l’abolizione dell’ijtihad nella giurisprudenza, introducendo il codice penale. Quasi tutti gli storici islamici sostengono che fu questa riforma a causare la caduta del Califfato.

Ciò è ampiamente provato dalla Storia. Fino all’impatto con l’Occidente, tutti i grandi movimenti intellettuali, tutte le rivolte, tutti i cambi di dinastia si sono fissati l’obiettivo non di fare tabula rasa del passato, bensì di ritornare all’islam delle origini, più o meno mitizzato. Si trattava non già di ispirarsi a quest’islam più “puro”, più rigoroso, ma di imitarlo. Il peggior crimine-peccato era l’innovazione (bid’ah).

Tali fatti, evidenti, innegabili, significano tra l’altro che la speranza di veder sorgere in Europa un “islam illuminato”, ovvero “moderato”, (moata’dl), un islam tollerante, civile (islam hadhari) è un’utopia oppure … un mero strumento di propaganda. Anche supponendo che, in uno dei Paesi europei, un ramo dell’islam sviluppi ramoscelli laicizzanti o tolleranti verso gli altri, queste stranezze ereticali sarebbero presto o tardi, ridotte a nulla dall’ortodossia alla quale obbediscono (o per lo meno non si oppongono) un miliardo e trecento milioni circa di individui, i quali, ai giorni nostri comunicano tra di loro da un capo all’altro della Terra, in particolare tramite le televisioni satellitari grazie a ingenti mezzi economici e ad efficaci organizzazioni più e meno evidenti.

Per secoli, la legge islamica ha proibito a un musulmano di stabilirsi durevolmente in un paese non musulmano -salvo che per compiervi attività specifica di proselitismo (daw’a) o lo spionaggio (ga sus)-, perché gli sarebbe stato impossibile compiere i suoi doveri anche quotidiani e perché i suoi costumi rischiavano di corrompersi stando a contatto con gli infedeli (kuffar) “per oltre quaranta giorni” (hadīth). All’epoca attuale, la costituzione di una diaspora musulmana in Europa occidentale –una novità nella storia– è stata analizzata dai musulmani più attenti verso i loro sacri doveri, come un colpo di fortuna per riprendere la guerra di espansione. Il continente nemico è di nuovo a portata dei Credenti (mo’minin).

Ma questa volta la guerra sarebbe stata non convenzionale. La taqiyya avrebbe sostituito la scimitarra.

5-Una tattica precisa.

Una tattica precisa è stata elaborata ed è attuata sistematicamente. E continua ad accumulare successi, dimostrando così sia la sua realtà, sia la sua efficacia.

In una prima fase, le operazioni si articolano su tre assi:

- Primo, far arrivare in Europa, il maggior numero di musulmani (o di migranti suscettibili di essere islamizzati, come i neri d’Africa).

- Secondo, reislamizzarli, (“khutbah”, “tawba”) che non significa tanto insegnargli, o re-insegnargli i dogmi e le leggi dell’islam o incitarli a frequentare la moschea per “pregare” (masget lel salā), quanto dotarli di segni e comportamenti distintivi (più e meno evidenti) della loro appartenenza alla “ummah”, dunque rendere impossibile la loro integrazione nel Paese di accoglienza.

· I nomi dei bambini

· Le mutilazioni genitali sui minori

· Il “velo” delle donne

· Gli usi e costumi alimentari in ambito di prodotti e lavorazioni dei cibi (“chi”, “come”, “quando” sono ammessi, prescritti, praticati e consumati, o vietati.)

· Il “Ramadan”

· Le moschee, che sono ovviamente ben altro che “luoghi di preghiera” = sono allo stesso tempo municipi, anagrafi, luoghi di riunione per la politica e la propaganda (tutti i movimenti di opposizione al “modernismo” sono nati nelle moschee), scuole, biblioteche, centri di formazione permanente, sedi commerciali, tribunali, eventualmente anche caserme se ritenuto necessario. E tutto ciò nell’osservanza della pretesa islamista, la quale tra l’altro afferma come “tutto il territorio che si può abbracciare con lo sguardo dalla vetta di un minareto -ovunque esso sorga- è terra islamica” (hadīth).

- Terzo, abituare gli Europei al “fatto musulmano”, portarli a considerare la presenza dell’islam come “normale”, non disturbante e definitiva, e tanto conduce a lasciare agli invasori ogni comodità per portare a compimento il loro progetto di conquista.

I nomi, le mutilazioni, il velo, le moschee, la preghiera, il Ramadan, i cibi speciali (halal, fard) e quelli proibiti (haram), etc. devono essere a poco a poco da noi banalizzati sul nostro territorio. La rivendicazione per “accordi ragionevoli”, in nome della nostra tolleranza, del diritto dell’uomo, del “rispetto dovuto alle religioni”, etc sarà metodica, incessante, invasiva: con la separazione di uomini e donne nelle piscine, palestre, spiagge, scuole e altri luoghi pubblici; i cimiteri separati; i “locali per pregare” pubblici vietati ai non islamici, le mense separate; gli abiti imposti, le “eccezioni” per le fotografie sui documenti di identità e per le divise, la subordinazione di determinati capitoli dell’insegnamento pubblico rispetto alla dottrina islamica, le “attenuanti culturali” giudiziarie, la criminalizzazione della “blasfemia”, etc .

La seconda fase –altrettanto ben programmata– sarà la futura la conquista fisica totale del territorio stesso. Non essendo più necessario separarsi dagli autoctoni, i guerrieri di Allah, utilizzeranno allora la violenza armata o quanto meno la minaccia di essa per imporsi.

Gli Europei hanno consentito che i musulmani, che fanno loro la guerra, sviluppassero la loro strategia, senza neanche avere coscienza di essere attaccati. C’è qui un atteggiamento inspiegabile, quasi demenziale, che non è peraltro senza precedenti nella storia (vedi l’atteggiamento delle democrazie di fronte al nazismo e al comunismo degli anni 30 del Novecento).

Quello che c’è di nuovo è che i Paesi europei hanno contribuito attivamente al radicamento del loro nemico, non solo cedendo alle sue richieste, ma addirittura precedendo le sue rivendicazioni, applicando la sua tattica “facendo sempre di piú”: per esempio creare posti da “cappellano” nell’esercito o nelle carceri (né la funzione, né il termine stesso esistono nell’islam ancorché l’usanza che un imam vada a trovare in carcere i musulmani sia molto praticata e rappresenti una pericolosa arma di indottrinamento; non vi sono nomi speciali per essa e ciò rientra nella da’wah), o formare degli “imam” (una parola contenitore che permette furbizie le più svariate) con fondi pubblici.

Nelle ragioni generatrici di tutto questo in Occidente, c’è la cattiva coscienza coloniale, la perdita dei valori e degli ideali della civiltà, l’odio di sé stessi che deriva da qualche senso di colpa collettiva. Tali ragioni sono certe, ma non sembrano sufficienti per spiegare un atteggiamento che visto da un osservatore “esterno” -pertanto con un certo distacco- appare quasi letteralmente suicida. Forse occorre allegare il mortale torpore di una generazione di gente sazia che vuole credere ogni guerra oramai impossibile e non ha voglia di combattere, nemmeno per la propria sopravvivenza in parte considerata sicura e immune da minacce, in parte ritenuta non meritevole di tutela.

6-Alcuni luoghi comuni da considerare e confutare.

“L’islam è solo una religione tra tante, una religione di tolleranza e di pace”.

Si tratta di pia illusione. La Storia evidenzia il contrario.

“L’islam non ha incoraggiato la schiavitù”.

Affermazione che fa il paio con la precedente considerazione: si consideri solo come in arabo la parola “Abd” vuol dire “Schiavo” e il plurale “Abeed” viene spesso utilizzato per indicare i centro-africani Negri, notoriamente a lungo schiavizzati dagli islamici. Essi schiavizzarono anche tante delle popolazioni est-europee, chiamate in arabo “Siqlabi” donde il termine Slavi = Schiavi, e ciò sia in tempi di guerra che in tempi di pace. Dovrebbero ricordarselo, oggi, i “Russi” e i loro vicini.

“È errato parlare dell’islam come se fosse un’entità geopolitica unica; esistono molte varietà d’islam”.

Sarà, ma tutti i musulmani, almeno nei 57 paesi membri dell’Organizzazione della Cooperazione islamica (munazzamat al-ta’āwun al-islāmī), ufficialmente aderiscono agli stessi principi “fondamentali” (cfr. la “Dichiarazione sui diritti umani delle nazioni islamiche” nota anche come Dichiarazione del Cairo), tutti leggono lo stesso Corano (in lingua araba).

Il sentimento di appartenenza dei musulmani ad una “ummah” radicalmente, ontologicamente diversa dal resto dell’umanità è costante dal VII secolo.

E non esistono musulmani “moderati” perché non esiste un Corano “moderato”. Esiste il Corano i cui precetti vanno applicati alla lettera, e in caso di contraddizione prevale il precetto cronologicamente più “recente”: guarda caso i più “recenti” sono i più violenti.

Oggi esistono soltanto “veri” musulmani e “falsi” musulmani. Quelli “veri” sono coloro che applicano e praticano la legge coranica in pieno; quelli “falsi” sono coloro che non la praticano, pur dicendosi musulmani.

Va osservato come, per buona sorte, la maggior parte del musulmani che troviamo sul territorio europeo sono tendenzialmente “indifferenti” e quindi meno pericolosi.

In base a indagini e interviste in vari paesi dell’Europa Occidentale, si è stimato che solo il 5 % dei musulmani frequenti abitualmente e regolarmente le moschee, e solo un altro 15 % pratichi e imponga rigorosamente norme, usi e costumi islamici. Questi ultimi, implementati anche grazie allo sfruttamento delle reti informatiche globalizzate.

Il che indica come i musulmani da considerare soggetti incompatibili e potenzialmente “pericolosi” in Europa siano indicativamente il 20 % del loro numero totale.

(Ancorché i jihadisti siano esenti dall’obbligo di frequentare moschee poiché il jihadista in missione -o dormiente- è come il viaggiatore nella giurisprudenza islamica, e per ragioni di sicurezza ridurrà al minimo la frequentazione di altri musulmani: questi in genere sono gli ordini impartiti a un jihadista in missione in paesi stranieri).

In sintesi, almeno per quanto è dato percepire attualmente: in molti Paesi islamici vi è l’islam con i musulmani; in Europa vi sono molti sedicenti musulmani senza islam. Il che sarebbe potenzialmente un elemento a favore della libertà.

“I moti aggressivi di masse musulmane, sono facilmente spiegabili dalla povertà, dal sottosviluppo”.

Pseudo-spiegazione semplicistica anzi grossolana, con una male intesa ragione di bassa economia; mentre i più infidi intellettuali infiltrati in Occidente e i peggiori terroristi che lo aggrediscono, sono di estrazione alto-borghese e vengono principalmente dalle petrol-dittature ricchissime le quali sognano il dominio del mondo, e per i loro dirigenti le “masse islamiche” sono soltanto carne da cannone utilizzata come tale per i loro scopi;

ci si rifiuta di vedere che il problema è identitario – forse perché non si sa più cosa sia un’identità, a cominciare dalla “propria”.

7-Come uscire da un meccanismo di distruzione dell’Europa? Alcune indicazioni.

Laddove l’islam giunge a dominare, le civiltà scompaiono.

L’Europa ha iniziato a giocarsi la sua stessa sopravvivenza.

- Imparare l’islam e svelarlo. Riconoscere che si tratta di un totalitarismo che mai si riformerà. Innanzitutto, uscire dalla trappola dell’islam-religione. Quella religione maschera un sistema politico, giuridico, militare e poliziesco spietato, che ignora la libertà dell’individuo, che rifiuta il diverso, che insegna e raccomanda la guerra per la propria espansione.

- Possiamo accordare a un tale sistema, senza alcun controllo, mezzi di propaganda, scuole, trasmissioni col servizio pubblico, ministri di culto nei ranghi dei militari e forze dell’ordine, predicatori nelle carceri, nelle scuole, etc?

- Nulla cedere delle nostre leggi, della nostra etica, dei nostri valori, dei nostri modi di vita, poiché per l’islam (dove tutto ciò che costituisce una “civiltà” dipende da una medesima Legge) ogni cedimento da parte dell’avversario è considerato una vittoria.

La tattica sopra accennata non potrà non provocare lo sdegno di numerosi occidentali “progressisti” e “multiculturalisti” che grideranno: “razzismo! xenofobia! islamofobia!”.

Notiamo tra l’altro che l’islam non è una “razza” e argomentare questioni di “razza” in relazione all’islam è insensato.

Ma come sarà giudicata dai musulmani?

Notiamo che la certezza della vittoria dei musulmani su di noi, è principalmente basata sulla nostra attuale incapacità a difendere la nostra civiltà di fronte alle loro intromissioni. Le nostre debolezze, le nostre dimissioni davanti all’islam sono per loro incoraggianti prove della nostra decadenza, della nostra debolezza e persino della nostra codardia.

Ai miei “nuovi concittadini”, rinnovo il consiglio: studiate e ricordate la Storia se volete capire l’islam. La strada è quella ed è una strada lunga. Ma non ci sono scorciatoie, tenete presente che i dirigenti musulmani ci studiano e ci conoscono bene e da tempo, a differenza di “noi” che, pur avendolo conosciuto e vinto in passato, abbiamo prevalentemente dimenticato l’islam.

E forse siamo fuorviati da reminiscenze di tipo “romantico”. Badate: chi non ricorda bene il passato sarà costretto a riviverlo. Ma non è detto che le faccende vadano bene come andarono in precedenza.

Noi (apostati e occidentali), stando alle cronache recenti, siamo quasi dei “vinti a priori”, se con il nostro comportamento non facciamo altro che dimostrare di meritare la sorte che ci attende: quella sorte che ci riservano gli uomini pii, morali, coraggiosi, che operano nel “cammino di Allāh”.

Riprendiamo in mano il nostro destino di genti libere e il giudizio dei musulmani nei nostri confronti –di tutti i musulmani– cambierà immediatamente. Rispettando noi stessi, avremo il rispetto dell’altro. Questo vale innanzitutto per coloro che sono di “sinistra” a vario titolo.

Nel contempo, fermando l’impresa di distruzione della nostra civiltà, diminuiremo l’aggressività degli invasori integralisti e libereremo i più tendenzialmente agnostici dall’influenza micidiale degli agenti del totalitarismo.

In assenza di tutto ciò, a meno di un’implosione dell’islam che nulla, almeno per ora, permette di intravedere pur essendo un gigante coi piedi di argilla, ci condanniamo o ad impegnarci in una “Riconquista” lunga e sanguinosa, oppure ad accettare il nostro annientamento identitario e la nostra sottomissione nella “ummah” della barbara tirannia islamica.

   

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