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Fonte lanuovabq.it  07/06/2014

Autore Valentina Colombo


L’arresto di Mehdi Nemmouche, il francese autore della strage del museo ebraico di Bruxelles, e i legami di costui con la galassia dei jihadisti che dall’Europa si sono recati in Siria conduce irrimediabilmente a una serie di riflessioni. La prima riflessione riguarda le reazioni e le dichiarazioni che hanno fatto seguito all’attentato e che ne hanno individuato l’origine negli ambiti della destra europea o persino nel complottismo ebraico, escludendo in entrambi i casi eventuali legami con l’estremismo islamico.

 

Non si è fatto attendere, ad esempio, il commento di Tariq Ramadan, nipote del fondatore dei Fratelli musulmani e voce accreditata come “moderata” e “affidabile” a tutti i livelli delle istituzioni europee. Il 27 maggio Ramadan scriveva su Twitter: “I due turisti colpiti a Bruxelles lavoravano per i servizi segreti israeliani secondo Le Soir. Antisemitismo o manovra diversiva?”  L’ipotesi del complotto ebraico-sionista attraverso due ex agenti del Mossad ben si accompagna con altre idee dell’islamologo svizzero che hanno fatto sì che nel 2004  dichiarasse a Silvia Grilli, all’epoca giornalista a Panorama, che uccidere un bimbo israeliano di otto anni perché da grande farà il soldato è “in sé è un atto moralmente condannabile. Ma è contestualmente comprensibile, perché la comunità internazionale ha consegnato i palestinesi agli oppressori”.

Tuttavia la seconda riflessione riguarda, più in generale, l’antisemitismo che permea l’ideologia dell’estremismo islamico che affonda le proprie radici nel testo coranico e nella tradizione islamica. Nell’VIII secolo dopo Cristo il poligrafo arabo al-Jahiz nella celebre Epistola contro i cristiani attribuì gli attacchi coranici nei confronti degli ebrei con la teoria della contiguità: “Il popolo preferisce i Cristiani ai Mazdei e agli Ebrei; è più disposto ad accordare loro amicizia, ha nei loro confronti meno odio, li crede meno infedeli e pensa che il castigo che subiranno nella vita futura sarà meno doloroso […]” perché “[…] in primo luogo gli ebrei si trovavano a Yathrib [l’attuale Medina] e quindi erano vicini ai musulmani. Ebbene, l’odio tra vicini è simile a quello che divide di solito i parenti per la profondità delle radici e la tenacia. L’uomo di fatto può essere ostile solo a chi conosce. La sua ingiustizia si esercita solo nei confronti di chi vede ogni giorno, è rivale solo al proprio simile e conosce bene i difetti di chi frequenta. Si odia e si fugge qualcuno nella misura in cui lo si ama e si è vissuti troppo vicino a lui.”

La storia dell’islam e la Sira, la biografia ufficiale di Maometto, danno ragione a Jahiz. Quando nel 622 il Profeta dell’islam si trasferì a Medina nella città vivevano tre tribù ebraiche, giunte probabilmente prima della distruzione del tempio del 70 d.C.: i Banu Qaynuqa’, i Banu Nadir e i Banu Qurayza.  Dapprincipio le tribù ebraiche intrattennero rapporti pacifici con Maometto.

Purtroppo l’idillio si sarebbe ben presto infranto. La Sira,  la biografia ufficiale di Maometto, riporta notizia della cosiddetta “Costituzione di Medina” nella quale si legge: “All’ebreo che ci segue sono dovuti aiuto e uguaglianza. […] Nessuna pace separata sarà stipulata quando i credenti combattono sulla via di Dio. Le condizioni devono essere eque per tutti. […] I credenti devono vendicare il sangue degli altri credenti quando versato sulla strada di Dio. […]”

È evidente che il documento preveda rispetto e tutela degli ebrei a condizione di fedeltà e non intromissione. E’ proprio l’accusa di tradimento e di connivenza con i meccani nei confronti delle tribù ebraiche che scatenerà l’ira di Maometto. Nel marzo 624 la battaglia di Badr, grande oasi a 20 km nord ovest di Medina, vede la vittoria miracolosa di Maometto sui meccani. Gli ebrei vengono accusati di essersi alleati in segreto con i meccani avversari di Maometto e i Banu Qaynuqa’ sono costretti all’esilio verso le oasi ebraiche del nord, Khaybar e Fadak, e viene consentito loro di portare con sè solo un cammello per famiglia.

Nel marzo 625 con la battaglia di Uhud, un’altura a nord di Medina, l’esercito di Maometto subisce una sconfitta e i Banu Nadir vengono espulsi dopo essere stati privati dei beni che, non essendo bottino di guerra spettarono a Maometto che li distribuì agli emigrati. Nel Corano si legge: “Il bottino che Allah concesse al Suo Inviato, sugli abitanti delle città, appartiene ad Allah e al Suo Inviato, ai [suoi] familiari, agli orfani, ai poveri e al viandante diseredato, cosicché non sia diviso tra i ricchi fra di voi. Prendete quello che il Messaggero vi dà e astenetevi da quel che vi nega e temete Allah. In verità Allah è severo nel castigo”. ( LIX, 1- 8 )

Nell’aprile 627 con la cosiddetta battaglia del Fossato che può essere definita una “semivittoria” da parte di Maometto, i Banu Qurayza vengono accusati di essere scesi a patti con il nemico meccano. Assediati vennero infine obbligati alla resa incondizionata e alla conversione all’islam. Chiunque non avesse accettato tale condizione sarebbe stato sottoposto alla pena capitale. Ebbene, solo quattro ebrei si convertirono, e la tradizione islamica narra che tra 600 e 900 uomini vennero decapitati per ordine di Maometto mentre le donne e i bambini vennero ridotti in schiavitù. L’accaduto viene ricordato anche dal testo coranico: “Ha fatto uscire dalle loro fortezze coloro, fra la gente del Libro, che avevano spalleggiato i coalizzati ed ha messo il panico nei loro cuori. Ne uccideste una parte e un'altra parte la faceste prigioniera. Vi ha dato in eredità la loro terra, le loro dimore e i loro beni e anche una terra che mai avevate calpestato. Allah è Onnipotente” (XXXIII, 26).

Ebbene, Tariq Ramadan nella sua biografia di Maometto Sulle orme del Profeta descrive il massacro dei Banu Qurayza come una “duplice vittoria” e sottolinea che “il destino riservato agli uomini dei Banu Qurayza rappresentò un forte messaggio per tutte le tribù limitrofe rammentando che ogni tradimento e ogni aggressione sarebbe stata severamente punita” (Tariq Ramadan, On the Footsteps of the Prophet, Oxford University Press, New York 2007, p. 156).

Nel X secolo il celebre teologo andaluso Ibn Hazm nel suo trattato di eresiografia Kitab al-milal wa-al-nihal ricorda altresì l’accusa di alterazione dei testi religiosi che l’islam rivolge sia a ebrei che cristiani: “I musulmani hanno precisato che entrambe le umma hanno apportato modifiche e alterato le scritture (tahrif). Gesù era convinto di ciò che aveva rivelato Mosé ed entrambi avevano dato la buona novella della venuta del nostro Profeta Maometto, profeta della misericordia” (I, pag. 249). Non solo, ma lo stesso autore nella Risala fi radd ‘ala Ibn al-Naghrila al-Yahudi, una replica all’ebreo Ibn Naghrila, si rivolge a quest’ultimo definendolo “ignorante sfacciato al quale l’ignoranza ha accecato e distrutto il discernimento”, “folle”, “un avvinazzato” dalle “viscere liquefatte dall’odio che porta al Profeta.” Quello che potrebbe apparire come un attacco ad personam si conclude invece come un attacco agli ebrei in senso lato “spero fermamente e ho molte speranze che Dio sarà severo contro coloro che si avvicinano agli ebrei, che li circondano, che ne fanno amici intimi e familiari, e non esercitano rigore nei loro confronti.”

A partire dal 1948, con la nascita dello Stato di Israele, l’odio nei confronti degli ebrei di matrice coranica va gradualmente ad assommarsi e a giustificare l’anti-sionismo confondendo i livelli religioso e politico. Va comunque ricordato che inizialmente sia la polemica negazionista sia l’ideologia anti-semita vengono relegate ai margini del dibattito.

A dimostrazione di quanto affermato vanno le parole del politico iracheno Muhammad Fadhil Jamali (1903-1997) che alla Conferenza di Londra, pur essendo un acerrimo antisionista, ebbe modo di dichiarare quanto a segue: “Dobbiamo separare, totalmente e una volta per tutte, la questione ebraica mondiale da quella della Palestina. La questione ebraica deve essere trattata dall’Europa, poiché l’Europa ha bisogno di costruttori che possano riparare alla distruzione attuata dai nazisti. Non possiamo sostenere di avere vinto la guerra se il nazismo non verrà sradicato dall’Europa e continuerà a privare i cittadini europei di religione ebraica dal godimento dei pieni diritti civili e religiosi.” Non solo, ma al-Jamali espresse tutto il rispetto e l’affetto nei confronti della comunità ebraica irachena: “In Iraq vivono circa 120.000 ebrei. Per secoli gli ebrei hanno vissuto con i musulmani e i cristiani in perfetta pace e armonia in Iraq.”

Siffatto atteggiamento scompare con la nascita dell’islam politico e soprattutto con il movimento dei Fratelli musulmani nel 1928. In questo contesto motivazioni religiose e politiche si intersecano costituendo una miscela esplosiva. Ad esempio all’art. 7 dello Statuto di Hamas si legge: “Benché gli anelli siano distanti l’uno dall’altro, e molti ostacoli siano stati posti di fronte ai combattenti da coloro che si muovono agli ordini del sionismo così da rendere talora impossibile il perseguimento del jihad, il Movimento di Resistenza Islamico ha sempre cercato di corrispondere alle promesse di Allah, senza chiedersi quanto tempo ci sarebbe voluto. Il Profeta – le preghiere e la pace di Allah siano con Lui – dichiarò: “L’Ultimo Giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno, e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra o l’albero diranno: O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me – vieni e uccidilo; ma l’albero di Gharqad non lo dirà, perché è l’albero degli ebrei” (citato da al-Bukhari e da Muslim).

Nel 2005 l’allora Guida Suprema dei Fratelli musulmani Mahdi Akef denunciava il “mito dell’Olocausto” difendendo le posizioni del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. Nel 2007 la politologa e attivista di origine yemenita Elham Manea  denuncia il sito Awladuna (“I nostri figli”), legato al movimento dei Fratelli Musulmani. Nell’articolo “L’odio nei confronti degli ebrei” denuncia altresì il doppio linguaggio dei Fratelli musulmani, anche quando si tratta di ebrei: “All’inizio non ci credevo, allora ho deciso di verificare con i miei occhi. La notizia, che avevo letto in una e-mail, era che il sito Awladuna dedicato ai bambini del movimento dei Fratelli musulmani egiziani aveva riservato alcune pagine per instillare l’odio nei confronti degli ebrei nei cuori dei ragazzi. Non ci credevo perché i Fratelli musulmani continuano a ripetere che non odiano nessuno e che secondo la loro interpretazione la religione islamica è una religione di pace, che non hanno alcun problema né con gli ebrei né con la religione ebraica, bensì con lo Stato di Israele e le sue azioni repressive contro il popolo palestinese.” La Manea riporta quindi alcune frasi contenute nel sito alla voce “Lo sai?”: “Lo sai che gli ebrei hanno ucciso 25 profeti di Dio, che la loro nera storia è colma di omicidi e malvagità? Lo sai che gli ebrei assassini hanno ingiuriato e oltraggiato il nostro Signore, Eccelso e Potente? Lo sai che gli ebrei hanno tentato di uccidere il nostro amato Inviato? […] Lo sai che gli ebrei istigano tutto il mondo contro l’islam e i musulmani con la scusa di combattere il terrorismo? […]”.

La riflessione della Manea riconduce ai fatti di Bruxelles. Se è vero che l’autore della strage è da ricondurre al jihadismo europeo in Siria, è pur vero che la maggior parte delle moschee in Europa sono gestite dai Fratelli musulmani. Quindi gli apparati di sicurezza farebbero bene ad andare oltre la punta dell’iceberg del jihadismo conclamato per occuparsi del doppio linguaggio di chi apparentemente è “moderato”, ma che in nome della storia delle origini dell’islam e di una ideologia antisemita e antisionista individua in ogni ebreo un nemico da odiare e in ultima istanza da eliminare.

 



   

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