Articoli più letti  

   

Cerca autori  

   

Cerca Argomenti  

   

Fonte apologetica.altervista.org/fascino_religioni_asiatiche.htm 23/05/2013

 

tratto dall'Enciclopedia di Apologetica - quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE Nos raisons de croire - Réponses aux objection

 

PARTE SECONDA. - L'INDUISMO

CAPITOLO I. - CHE COS'È

L'induismo, se possiamo indicare il complesso religioso dell'India con quest'unico nome, è formato di numerosi apporti successivi.

Tralasciando i fondi antichi, come quello dravidico, ci limiteremo all'apporto dei primi conquistatori ariani quale ci risulta dai Veda. Due elementi ci colpiscono: la descrizione del panteon e la descrizione dei sacrifici.

 

§ 1. - Gli dèi e il culto.


Il panteon indù. - Nel panteon distinguiamo Diaus Pftar (" cielo padre "), l'antico dio del cielo, un po' eclissato da due dei, anch'essi celesti, Varuna, più. giustiziere, Mitra, più clemente; poi India, la violenta divinità dell'uragano; Rudra, divinità delle altre violenze della natura; Agni, il fuoco mezzo materiale e mezzo spirituale, e molti altri, senza dimenticare gli eroi.

I morti per lo più vanno in una specie di Ades o Sceol, dove la loro sopravvivenza assomiglia a quella d'un'ombra, a meno che già sulla terra abbiano preso la via degli dèi fino a un paradiso dove le gioie sono tutte carnali. Prendere la via degli dèi non è, come si potrebbe credere, abbondare di virtù, ma aver offerto numerosi sacrifici.

Il sacrificio elemento essenziale del colto. - Infatti in India elemento essenziale del culto è il sacrificio. Sacrifici quotidiani nella famiglia, periodici secondo le stagioni, senza contare i grandi sacrifici occasionali. Tutti hanno alcuni -caratteri comuni, come l'uso del fuoco, la tendenza alla magia e l'influsso d'una certa organizzazione sociale.

II sacrificio indù è quello dei popoli agricoltori; è il sacrificio col fuoco, poiché presso i Persiani il fuoco, Agni, potente e benefico, merita d'essere messo nel novero degli dèi.

Inoltre, pur essendo religioso, il sacrificio per un certo aspetto, è magico; in esso non si pregano soltanto gli dèi, ma vengono costretti; non la nostra intenzione muove gli dèi, ma la nostra esattezza nel compiere i gesti prescritti basta a scongiurare il male. Quindi gli dèi non intervengono. Ora è caratteristica essenziale della magia agire sulle cose per se stessa. La magia scomparirà tra i popoli, come gli Europei, dov'è sviluppata la vita individuale: nell'ordine temporale col suo sapere l'uomo domina la natura; nell'ordine spirituale l'intensità della sua orazione lo apre a Dio e decide Dio ad abitare in lui. Non cosi nell'India e per ragioni che sono meno ariane che indiane. Infatti il popolo indù, meno di molti altri, ha una di quelle personalità che sono capaci di produrre contemporaneamente l'industria efficace e la pietà virile.

Condizioni sociali dell'India. Il regime delle caste. - L'indù soffre prima di tutto le condizioni proprie del paese: clima caldo, soggetto al monsone, alle carestie, alle epidemie, tutte cose che debilitano il corpo e rendono fatalista la volontà, portano cioè all'inazione. Ma in questo l'India non si differenzia dalla maggior parte dei paesi intertropicali.

Né si distingue di più per la costituzione della famiglia, che è comunitaria come quella dei negri agricoltori equatoriali, o dei pastori semiti sotto il tropico; comunità familiare, che si amplia nella comunità del villaggio resa necessaria dai bisogni di un'irrigazione che bisognava regolare, com'era il caso della valle dell'Indo, la terra d'ingresso degli Ari nella penisola. Ciò che produsse l'originalità sociale e quindi psicologica dell'India fu il regime delle caste.

La casta, è un gruppo con tre lineamenti essenziali: è un gruppo specializzato (casta dei guerrieri, dei mercanti, dei pescatori, ecc) onde il figlio deve praticare il mestiere del padre; è un gruppo gerarchizzato poiché il guerriero è superiore al mercante, il pescatore al cacciatore, ecc; infine è un gruppo chiuso in quanto vi è l'interdizione rigorosa di contatti (specialmente connubio e mensa) con individui di altre caste. Certamente in tutti i paesi (eccetto nel moderno occidente) alcuni gruppi, come la nostra nobiltà déll'ancien regime, hanno presentato uno o due dei tre caratteri; ma conosciamo soltanto l'India che offra il regime delle caste allo stato completo.

Sull'origine delle caste si fanno soltanto ipotesi, la più falsa delle quali l'attribuisce a una specializzazione di mestieri. Il regime non è puramente economico, perché è possibile esercitare diversi mestieri all'interno d'una stessa casta. La casta superiore è quella dei bramini, che senz'essere veri e propri sacerdoti, anticamente custodivano il segreto del sacrificio, ed essendo il sacrificio il centro del culto, culto e casta hanno un'origine comune.

Ancora oggi culto e caste si sostengono. Questo regime alimenta il torpore indiano, poiché per la loro repulsione reciproca, le caste non permisero mai all'India di costituirsi in unità politica, ed è noto che l'India non è mai stata capace d'opporre una seria resistenza ai molti che ne hanno tentato la conquista. Inoltre un regime, in cui il potere, tutto spirituale, appartiene solo ai bramini, deve mantenere il sacrificio al centro del culto; ma questo sacrificio però per gente priva di qualsiasi iniziativa non è altro che una serie di gesti sempre più automatici e la pratica indù degenera nel ritualismo.

§ 2. - Elementi intellettuali e spirituali dell'induismo.

Abbiamo presentato l'induismo (anche se sommariamente e non senza ipotesi) in quanto riguarda maggiormente la massa del popolo, cioè nella pratica. Per gli uomini più istruiti l'induismo contiene un elemento intellettuale, che dovremmo conoscere meglio essendo espresso in numerosi libri. Dobbiamo farne la critica e anche interpretarli, ma questo non è sempre facile, poiché parole identiche, dèi, spiriti, sopravvivenza, sono lungi dall'avere lo stesso senso che hanno tra di noi.

I libri sacri dell'India.

1. I Veda. - i libri sacri dell’india sono i Veda che contengono la rivelazione primitiva, e che ogni indù deve accettare, se vuoi restare ortodosso. Egli li crede gli scritti più antichi del mondo, ma in realtà non sono un corpo unico di dottrina, essendo raccolte di canti e di ricette relative ai sacrifici. Sembra che non superino il primo millennio avanti la nostra era; ma altre parti si dovettero aggiungere in seguito dato che non fu possibile fissarne il testo prima dell'invasione di Dario (518), poiché solo dopo di essa i Persiani introdussero la scrittura nell'Indostan. Il più importante di questi libri è il Rig Veda, anch'esso una raccolta d'inni sacrificali, che ci fa conoscere i nomi, ricordati sopra, degli dèi dell'antico panteon.

Il canone indù ai Veda aggiunse altri libri a mano a mano che la società vedica progrediva verso l'Est, nella valle del Gange, assimilando poco per volta le razze autoctone e incorporandole nelle caste inferiori Ne risultò, nel sistema delle caste, che in antico era semplice, una duplice complicazione: caste più numerose e moltiplicazioni delle prescrizioni a cui venivano assoggettate. Contemporaneamente il pensiero religioso elaborò nuove concezioni facendo nascere nuovi libri, che furono di due ordini, secondo che provenivano dai bramini oppure dagli asceti.

2. I Brahmana. -I primi si chiamano Brahmana. Sono una specie di com-mentari dei Veda, e perciò pieni di speculazioni sul sacrificio. Ma tentano pure la delineazione di una metafisica che, a poco a poco, sostituisce la grossolana teologia dei primi libri santi. Vi si legge che i sacrifici sono tanto potenti per che in essi c'è una virtù, il brahman, emanante direttamente dai riti e dalle preghiere, a cui non possono resistere nemmeno gli dèi, che perciò diventano personaggi secondari, la vera divinità risiedendo nel brahman. Ciò segnava la fine del politeismo, ma a vantaggio d'un teismo impersonale che si può chiamare semi-ateismo. Alla metafisica' corrisponde anche una morale, che mira a "evitare, se non l'inevitabile morte corporale, almeno quella nell'aldilà. Infatti compare per la prima volta la credenza nella trasmigrazione delle anime, il samsara, di cui non c'è la traccia nei Veda ed è certamente una dottrina che gli Ari presero dagli autoctoni. Secondo tale credenza, nell'altro mondo ci reincarneremo in ogni specie di corpi, umani o animali; ma noi vogliamo evitare di cadere in organismi spregevoli; però non ci riusciremo solo con i nostri meriti. Solamente la potenza del brahman ci può salvare. Quindi la morale si confonde con la fedeltà al ritualismo e a stento la si può considerare come morale.

3. Le Upanishad. - Una reazione contro questa sclerosi spirituale era inevitabile, che reazioni di questo genere seguirono sempre a ogni fariseismo. Ma mentre altrove sono eccezionali, qui occupano un posto paragonabile a quello del comportamento primitivo. Degli asceti cominciarono a fuggire dalla società per meditare nella solitudine e, sotto certi aspetti, la loro religione era opposta a quella ufficiale, poiché alla lettera sostituiva lo spirito; era anche una rottura -con le strutture sociali, perché molti solitari non appartenevano alla casta braminica e lottavano contro le prescrizioni che separavano le caste tra loro. Però erano sempre indù per l'atteggiamento generale di fronte alla vita, mostrandosi incapaci e sdegnosi d'azione, con questa sola differenza, che mentre gli altri s'erano rifugiati nell'automatismo dei riti, essi si rifugiavano nella meditazione, che nei più mediocri rischiava di degenerare in un puro fantasticare o in una specie di catalessi.

Naturalmente da costoro sorse una nuova letteratura, quella delle Upanishad, che i bramini credettero opportuno dichiarare degne di venerazione, sullo stesso piano dei Brahmana, in quanto continuavano i Veda.

Però la filosofia delle Upanishad è molto diversa da quella dei Brahmana. Il suo principio è che con la preghiera personale si può ottenere quanto si può ottenere coi riti, poiché tale preghiera, invece del brahman sacrificale desta una forza che gli equivale e che risiede in ciascuno di noi, l'atman. Siccome il brahman è capace di mutare l'ordine del mondo, l'atman ha la stessa onnipotenza, e poiché i bramini avevano accettato i libri dei solitari, possiamo identificare l'atman al brahman, e parlare di brahman-atman. In quanto atman, ci mostra che l'assoluto non dev'essere cercato nel cielo, ma in noi stessi, affermando cosi una specie di panteismo. Inoltre se l'assoluto si trova nella vita interiore, il mondo esteriore è costituito soltanto da un flusso passeggero d'apparenze, e interessarsene significa farsi zimbello di una sterile e tormentosa agitazione.

La morale ha come scopo la conquista dell'assoluto attraverso la fuga dalle vanità e la pratica della contemplazione. E’ certo un progresso spirituale, ma qui non dobbiamo prendere il termine spirituale nel senso che siamo soliti usare; questo spirituale è malamente distinto dal materiale, poiché il pensiero indù come non distingue bene l'uomo da Dio, cosi non sa distinguere nettamente lo spirito dal corpo. Inoltre simile etica non contrasta con quella dei Brahmana, poiché se le due categorie di libri furono poste sullo stesso piano bisogna ammettere che per realizzare il destino dell'uomo ci sono due

 

vie, quella del ritualismo e quella dell'ascetismo. Ambedue riescono a destare la forza del brahman-atman, ma né l'una né l'altra è completamente immune da una certa magia.

Le due addizioni dei Brahmana e delle Upanishad ai Veda primitivi dovettero compiersi tra il secolo VIII e il V prima della nostra era.

I nuovi dèi. - D'altronde esse non abolirono i culti popolari degli dèi nelle basse caste, specialmente tra i non arii, anzi l'antico panteon si popola di novelli dèi. Dapprima si promossero al primo posto alcuni piccoli dèi, qaali Vishnu, che prima era al seguito di Indra, e l'antico Rudra, divenuto Shiva; poi, forse sull'esempio dei buddisti, molti dei quali avevano pressoché divinizzato il loro fondatore, la pietà indù divinizzò gli eroi leggendari, come Krishna o Rama e la loro apoteosi fu facilmente ammessa, poiché furono fatti credere manifestazioni, se non addirittura incarnazioni di Vishnu.

I bramini, fedeli al metodo con cui avevano dovuto canonizzare le Upanishad, si rassegnarono a far propria questa complessa mitologia. Il brahman, coscienza universale, diviene come l'anima delle due divinità principali, Vishnu, il conservatore del mondo, e Shiva, il distruttore di tutte le impurità, che devono essere tolte dal mondo, per assicurare il rinnovamento del resto. Il panteimo e il diteismo sono certamente inconciliabili, ma il pensiero indù non segue la nostra logica e, non riuscendo a fare la sintesi, giustappone le contraddizioni che la coscienza del popolo o dei saggi ha generato in luoghi e tempi diversi.

Complessità della mitologia indù. - Questi tentativi compaiono nelle grandi epopee vishnuiste (dove Vishnu compare specialmente nelle sue trasformazioni in Krishna o Rama) come il Mahabharata e il Ramayana, la cui composizione cominciò alcuni secoli prima di Gesù Cristo e la cui redazione ha continuato fino ai nostri giorni. Nel Mahabharata si trova incorporato il Bhagavadghita o a canto del beato ", in cui Vishnu, nella forma di Krishna, da consigli concernenti la salvezza a un re guerriero: pratica d'una morale attiva e disinteressata, che si deve seguire unicamente per amore di Dio, e che talvolta ha un suono cristiano. In realtà la pietà cristiana, essendo più ricca, non è senza analogia con la bhakti, termine che, per usare una sola parola, traduciamo con k devozione a, presa nel suo senso etimologico, cioè come il dono totale di sé a Dio.

II culto di Vishnu, e anche quello di Shiva, s'accentua nell'alto medioevo stimolato dalla corrente buddista, e origina un'abbondante- letteratura, che descrive le trasformazioni del grande dio: abbiamo cosi i Puràna, raccolte popolari, certamente inferiori all'ammirabile Bhagavadghita, ma dove talvolta si trovano pure accenti che ricordano il Vangelo.

Il ponto d'unità dell'induismo. - In questo insieme intricato che si chiama induismo, non c'è nessun legame che unisca credenze è pratiche, come nel cattolicesimo. Solo due tratti sono comuni e definiscono ciò che osiamo appena chiamare l'ortodossia: anzitutto la credenza alla rivelazione vedica; poi, la credenza non vedica, ma sbozzata nei Brahmana e sviluppata nelle Upanishad, al samsàra (trasmigrazione): le anime trasmigrano attraverso diversi esseri fino al riposo o nirvana.

Alla nozione di samsàra è legata quella di karma (azione), cioè la legge degli esseri, per cui ogni nostra azione è pregna d'una conseguenza in questo o nell'altro mondo: legge che non sempre è morale, perché gli atti involontari ricevono la loro sanzione come quelli volontari; legge che non esprime nemmeno un determinismo rigoroso, perché mentre subiamo gli effetti dei nostri atti anteriori, poniamo dei nuovi atti, che modificano il nostro destino. Tuttavia il carattere degli Indù li spinge d'ordinario ad accettare passivamente la sorte, cioè ad essere fatalisti. Se questo fatalismo intorpidisse soltanto la loro attività, le conseguenze sarebbero limitate alla loro persona; ma esso influisce pure sulla loro bhakti, di cui riduce l'irradiazione sociale: se vi sono individui che soffrono quaggiù è perché espiano le mancanze d'un'esistenza anteriore; e quindi non meritano pietà. Cosi ritualisti e asceti si allontanano dalla miseria di chi soffre.

La credenza al samsàra e la repulsione delle caste s'aiutano a vicenda per scartare dalla vita indù, almeno nella generalità delle anime, la nozione di carità, quale il cristianesimo ha introdotta tra noi.

I grandi pensatori indiani del passato. - Qualsiasi pensatore che aderisca ai due dommi fondamentali può fondare indisturbato una scuola, che nello stesso tempo è una setta. Dall'inizio della nostra era ad oggi tali fondazioni sono state pressoché innumerevoli e con tale varietà che stupisce e scandalizza l'europeo.

La più celebre di tali scuole è il Vedanta, che trae il suo nome dal fatto che vuole completare i Veda. Tutti i suoi adepti sono concordi nel proclamare l'identica essenza di tutti gli esseri, materia, spirito, divinità; però ciascuno concepisce quest'identità a suo modo. Nel secolo vili Shankara, dicendo di basarsi sulle Upanishad, afferma che esiste solo Dio e che tutto il resto è maya, cioè illusione; perché se fosse reale, sarebbe stato fatto da Dio; ma Dio è perfetto e quindi non ha bisogno di agire, e se agisse subirebbe un mutamento e un dolore, egli che per essenza è tutto immutabilità e gioia. Nel secolo xi Ra-majuna nega la maya shankariana e si sforza di conciliare la trascendenza di Dio e la realtà delle anime. Egli è forse il più grande pensatore dell'India, e soprattutto il più religioso, ancorché, ammettendo la trasmigrazione, non condannando il regime delle caste, essendo tollerante verso la maggior parte dei miti tradizionali, riesca a stento a trarre dalle sue dottrine un vero amore.

A questi due grandi pensatori bisognerebbe aggiungere i nomi di Nim-barka, Madhwa, Vallabha, senza aver la pretesa di essere completi.

I maestri moderni della vita spirituale. - In India non mancarono mai i maestri della vita spirituale, il cui pensiero non è inferiore a quello europeo e non si è sterilizzato col tempo. Tutti conosciamo, tra i moderni, il Mahatma Gandhi e Rabindranath Tagore, il primo celebre per il suo ruolo politico, l'altro per il suo talento di scrittore. Degni d'essere letti sono pure gli autori puramente religiosi, come Shri Auribindo, Swami Ramdas, Ramana Maharshi; ma i profeti più potenti dei tempi moderni sono certamente Shri Ramakrishna (f 1866), il cui insegnamento è stato raccolto dai discepoli, e il suo principale discepolo Swami Vivekananda (f 1902). Egli scrisse molte opere tra le quali bisogna ricordare i suoi trattati di vita interiore, Jnana-Yoga, Karma-Yoga, Bha-kti-Yoga, Raja-Yoga, ossia yoga della scienza, dell'azione, della pietà, e yoga regale o sintesi. Notiamo che l'India non ignora più l'Europa e che Vivekananda è, in certo grado, penetrato di cristianesimo. Però il suolo indiano è pieno di guru (maestri spirituali) ossia di discepoli degli antichi e capi d'una piccola scuola, su cui hanno un ascendente che talvolta ci sconcerta. Non meno numerosi sono gli yogin solitari, che cercano la liberazione con un'ascesi minuziosa e crudele, e alle volte hanno, o si crede che abbiano, poteri quasi miracolosi su se stessi e sugli altri. Infine molti viaggiatori hanno descritto tutte le manifestazioni delle folle indiane nei templi e sulle sponde del Gange, tra i fakiri, le baiadere e gli animali sacri, con i loro gesti di fede ardente e di stupido paganesimo, in dò che hanno, per noi, di nuovo, di splendido, di brutale, di lercio e d'allucinante.

CAPITOLO II. - L'ATTRATTIVA DELL'INDUISMO SU ALCUNI CRISTIANI

§ 1. - Ciò che separa l'induismo dal cristianesimo.

Tutto questo complesso molto antico e, insieme, tutto moderno, attualmente attira numerosi europei. C'è chi parla di " incantesimo dell'induismo ", mentre altri vorrebbero fare, almeno col pensiero <t il pellegrinaggio alle fonti ". Il miraggio, più bello della realtà, basta per far errare fuori della Chiesa. Come mettere in guardia queste pecore erranti?

Non è difficile confutare le dottrine e criticare le pratiche dell'induismo, impresa questa che fu spesso tentata con buon esito. Ne esporremo i temi principali, ma brevemente, riservandoci di dire poi perché non attribuiamo molta efficacia a tale procedimento.

L'induismo è molto lontano dal cristianesimo.

L'induismo non ha la stessa nozione di Dio. - Nel popolo è un politeismo; in quelli che pensano è un panteismo o almeno un immanentismo. Queste parole sono inadeguate, ma bastano a far notare la differenza. Tuttavia c'è un'analogia: le " avatàra " o discese di Vishnu possono passare come incarnazioni della Divinità, ma nei personaggi di Krishna o di Rama, Vishnu più che la natura, ha assunto le apparenze dell'uomo e i suoi atti, sotto questa maschera, non sono sempre esemplari e soprattutto, concesso che si sia incarnato, in lui non troviamo nessun disegno redentore: le avatàra (discese) di Vishnu hanno aiutato a superare certe crisi della storia indiana, ma non ne hanno cambiato radicalmente il senso.

Nozioni differenti dello spirito e del suo destino. - L'induismo non ha la stessa nozione dello spirito e del suo destino. In India spirito e materia sono separati meno nettamente che in Grecia. Soprattutto i Greci hanno ammesso un'anima immortale e i cristiani dichiarano che si vive e si muore una volta sola. Oggi al pensiero europeo ripugna la trasmigrazione delle anime. La legge del karma (i nostri atti ci seguono) ci sembra contraria alla legge del perdono (misericordia per ogni peccato). Bisogna aggiungere che i moderni, che non sono fatalmente cristiani, credono a una certa evoluzione che renderà migliore l'umanità, e sorridono davanti a questi cambiamenti con ritmo millenario, per cui solo gl'individui sono capaci di migliorare e salire più in alto. Non concepiamo allo stesso modo nemmeno la materia che per molti indù è solo illusione, che bisogna imparare a disprezzare, mentre i più spirituali tra noi la rispettano in quanto è il supposto d'ogni vita sociale, anch'essa indispensabile a ogni manifestazione caritativa.

Morale cristiana e morale induista. - La morale induista non ci colpisce meno: restano le barriere delle caste, che lungo i secoli si sono sempre più allargate e irrigidite; esiste ancora il matrimonio di fanciulli impuberi; la prostituzione fa parte di certi riti e a stento si arriva ad abolire i sacrifici di sangue. Non bisogna stupirsi di queste deviazioni, perché la purezza è più esteriore che inferiore: il buon Samaritano, che si prendesse cura d'un paria ferito, diverrebbe impuro. La stessa nozione di peccato è indecisa: il Karma è una regola cieca, che punisce o ricompensa gli atti, non le intenzioni. È vero che i migliori cercano la bhakti, che però non è affatto la nostra carità. È certo il dono di sé a Dio, ma questo Dio, diffuso in tutto l'universo, non si mostra analogo a una persona e non giustifica facilmente l'amore d'un cuore umano, e in tutta la letteratura del paese delle caste stentiamo a trovare l'insistenza del motto evangelico: amare il prossimo per amore di Dio è il secondo comandamento, grande quanto il primo.

I due universalismi. - Infine, anche se tanto l'induismo che il cristianesimo pretendono essere religioni universali, non intendono allo stesso modo l'universalismo. L'induismo è tollerante in quanto è indifferente a una eterogeneità, che può andare fino alla contraddizione e non insorge quasi contro nessun culto; e come dalla fine dei tempi vedici si diportò verso le sette nate dai libri sacri, cosi oggi si diporta verso le grandi religioni del globo, non chiedendo che di poter incorporare Cristo e Maometto. Invece il cristianesimo, pur volendo essere cattolico, rimane intransigente nelle sue dottrine fondamentali; certo, è la via, la verità e la vita, ma la via non conduce alla vita a spese della verità. Dal comando : " Andate, ammaestrate tutte le nazioni ", la Chiesa ha tratto quel misto d'autorità e di carità che costituisce l'apostolato, con dosatura che dev'essere si armoniosa onde un fedele difficilmente può realizzarla, e più difficilmente ancora un estraneo, specialmente se Indù, comprenderla.

§ 2. - Inefficacia delle confutazioni.

Queste le principali obiezioni che un cristiano ortodosso può muovere all'induismo. Ma se invece di scriverle per farne un libro, le rivolge a un cristiano preso da quell'incantesimo per ricondurlo sulla retta via, è chiaro che esse sono del tutto inefficaci.

L'Europeo ammiratore dell'India risponde prima di tutto che queste critiche valgono specialmente per l'induismo dei semplici. Il politeismo è diffuso solo nel basso popolo, mentre la gente colta s'è affrancata dalla piccineria del sacrificio. D'altra parte per l'europeo non si tratta di inserirsi in una casta; egli si rivolgerà all'India con i suoi modi di pensare, di sentire e di agire, che lo guideranno a scegliere "quanto si sente capace d'assimilare.

Inoltre una confutazione, scritta ed orale, indirizzandosi alla sola intelligenza, non può convincere coloro che nella religione cercano proprio quello che l'intelligenza non da. Questo rilievo si applica singolarmente all'induismo, perché la logica induista non è la nostra, e perché colà la dialettica è tenuta in sospetto, se non proprio disprezzata, specialmente dai yogin, l'elite spirituale.

Infine confutare significa paragonare un altro pensiero al proprio; e questo è possibile solo col postulato implicito che il nostro pensiero sia la norma. Noi, ad esempio, deploriamo che i lettori dei Veda distinguano male lo spirito dalla materia; ma che cosa può impedire loro d'accusare i Cartesiani di distinguerli troppo? Noi rimproveriamo loro troppa tolleranza religiosa; essi risponderanno che noi usiamo troppi anatemi.

D'altronde siamo sicuri di averli ben capiti? Ci sembra che ammettano più dèi e cosi smentiscano l'unità del Brahman, sostanza universale: ma gli Indù quelli colti, almeno, in questi dèi vedono non delle persone distinte, ma personificazioni degli attributi del Dio unico tanto che potrebbero renderci la pariglia e, giudicandoci con eguale incomprensione, credere che noi, incolti, divinizziamo grossolanamente innumerevoli santi più potenti di Dio stesso per trovare gli oggetti perduti o per far guarire bestie ammalate; o che noi, intellettuali, divinizziamo astrazioni, come la scienza, la libertà, il denaro, rinnovando sia pure senza statue e senza templi, il culto del vitello d'oro. Oppure (questo sarebbe ancora più grave) quando insinuiamo che la loro bhakti è inferiore alla nostra carità, potrebbero dichiarare che noi ci contraddiciamo, non essendo caritatevoli verso di loro. Sicché l'apologià della propria fede quando, anche solo incidentalmente, è intellettualistica, superficiale e orgogliosa, alla fine spesso diventa una contro-apologià.

§ 3. - Ciò che alcuni cristiani chiedono all'induismo.

Per questo preferiamo limitarci ad un esame psicologico dei nostri correligionari tentati dall'induismo, per sapere di che cosa hanno fame e in che cosa l'induismo può soddisfare o deludere questo appetito.

Questi cristiani sono di quattro specie.

1.I cristiani di nome. - Alcuni sono cristiani di nome, cioè battezzati che hanno fatto la loro comunione (non oso dire la loro prima comunione), che forse osservano l'astinenza al venerdì per non contrariare la moglie, che talvolta accompagnano i loro bambini a messa, per dare l'esempio, ma che, non avendo né pensato né vissuto il cristianesimo, in esso vedono soltanto un complesso di pratiche meschine e infeconde. Se un caso fortuito fa loro conoscere un libro di spiritualità induistica, eccoli iniziati alla vita intcriore, che certamente il cristianesimo avrebbe loro offerto, se si fossero presa la briga di cercarcela. Ma siccome sono molto ignoranti della loro religione, come di quelle degli altri, immaginano che fuori delle pagine cadute loro in mano ci siano soltanto chiacchiere o finzioni, e rinnegano la fede della loro infanzia per la novità che hanno scoperto.

2.I cristiani cerebrali. - Altri cristiani sono stati buoni fanciulli; ma, come accade spesso in alcuni ambienti, erano più intelligenti che pii e ci tenevano più a dimostrare Dio che a viverlo: si sarebbero potuto chiamare cristiani della testa. I loro studi, portandoli a conoscere le scienze, la fisica, la biologia o la preistoria, non tardarono a far vedere contraddizioni tra le scoperte o ipotesi scientifiche e le posizioni religiose apprese da certi manuali non sempre aggiornati. Sulla linea di confine della chimica e della biologia si crede d'avere la prima trasformazione della molecola inerte nella molecola vivente; anche in biologia si ritiene quasi per certo che l'uomo, come i suoi cugini, le grandi scimmie, discenda da un lemuride scomparso; la preistoria assegna all'uomo propriamente detto (homo sapiens) un'antichità incomparabilmente più lunga dei quattro mila anni biblici, e una nascita meno gloriosa che quella dell'Adamo della Genesi; una filosofia, come quella d'Aristotele, che codifica le esperienze del senso comune, non può più servire a inquadrare le scoperte di ieri. La Chiesa, come maestra di pensiero, non è più moderna; e si sentono forzati ad abbandonarla. Tuttavia diventando uomini, hanno acquistato bisogni più ricchi del bisogno intellettuale della loro adolescenza; hanno riconosciuto che la scienza, come si è orientata nell'ultimo secolo, sfocia meno alla verità che al dominio della natura: anch'essa è in un vicolo cieco. Sinceri come sono, non possono ammettere che nel dilemma scienza-fede, l'ultima parola non resti alla fede. Avrebbero quindi bisogno di scoprire una nuova fede, o meglio, siccome non basterebbe più il fideismo, un ' altro modo di conoscenza, tutto diverso da quello dei nostri laboratori, ma anche pienamente obbiettivo; il che viene fornito loro dagli esercizi di certi yogin d'oltremare.

3. Quelli che sono stati allontanati dal Vangelo dalle diffidenze verso la civiltà. - C'è una terza categoria d'Europei, che hanno conosciuto meglio e meglio praticato il cristianesimo e gli sarebbero rimasti fedeli, se gli ultimi decenni non fossero stati cosi sconvolti. Due guerre e molte rivoluzioni hanno dimostrato loro la debolezza morale e materiale delle istituzioni in cui sono vissuti, come il liberalismo e il capitalismo. Ora la civiltà, di cui tali istituzioni sono elementi, pretende d'essere cristiana. Di fatti il cristianesimo è più o meno penetrato in esse, il che era necessario poiché altrimenti sarebbe stato infedele alla sua missione di fermento sociale. Per non restare un ideale inaccessibile al secolo, cominciò ad agire sul liberalismo, imponendogli il dovere della concorrenza leale e sul capitalismo, forzandolo al dovere della elevazione dei lavoratori. Però una trasformazione morale esige molto più tempo che l'avvento o la caduta d'un regime legato direttamente alla tecnica.

Il capitalismo e il liberalismo, nelle loro attuali forme e dimensioni non contano più d'un secolo o due di vita, e la Chiesa non ha ancora avuto il tempo per cristianizzarli; altri regimi economici intanto sono sorti a fare loro concorrenza, ma sembrano immorali e insieme caduchi. Ora siccome il cristianesimo è stato legato all'Occidente, gli spiriti che non vanno al fondo delle cose, specialmente della storia, vedendo che l'Occidente è scosso credono che il cristianesimo sia pure destinato a crollare.

Questi Europei vanno quindi a cercare il loro ideale fuori del Vangelo. Alcuni, tipo ingegneri, si volgono alla Russia, da cui sperano trarre esempi di giustizia vedendo nello stesso tempo onorata la loro professione; altri, più poeti, o che almeno non apprezzano nella stessa misura il confort procurato dall’industria, e che sono più insofferenti dell'agitazione che ne è inseparabile, preferiscono rivolgersi ai contemplativi e pensano di trovarne tra i pastori dei deserti e più ancora tra i solitari della penisola dei monsoni.

 

4. Le anime in cerca d'una spiritualità ringiovanita. - Infine ci sono attorno a noi anime fondamentalmente cristiane e risolute di restare tali, che aspirando a una vita interiore più intensa di quella che hanno praticato finora, nella comune letteratura di pietà non trovano quel tono e quell'afflato che le trasporti. Gli stessi mistici parlano loro un linguaggio dissueto: le Rivelazioni di Santa Geltrude sembrano loro prolisse e banali, il Dialogo di Santa Caterina da Siena privo di coerenza; trovano le metafore di Santa Teresa senza contenuto; il metodo di Sant'Ignazio ha procedimenti militari alquanto irritanti, anche se sono presentati da Gesuiti moderni; Gesuiti e Domenicani esprimono oggi la loro spiritualità con un linguaggio scolastico, che a costoro sembra poco più accessibile dell'ebraico. Perciò questi cristiani per meditare si nutrono ora del breviario, ora del Vangelo, ora di Ramakrishna o di Vivekananda.

§ 4. - Che cosa bisogna rispondere a queste quattro specie di anime?

1. Coscienza collettiva dei " cristiani di nome ". -I primi (battezzati senz'istruzione né pietà) non hanno nessuna personalità religiosa e in genere non hanno personalità di sorta; in tutti i campi sono e saranno sempre soggetti alla coscienza collettiva. Perciò, liberati dal blocco delle credenze cristiane, accetteranno quelle induistiche in blocco. Per quanto sembri paradossale, la loro mancanza di fede profonda sarà unita alla mancanza di spirito critico e le bizzarrie di certi libri eserciteranno su di essi maggior attrattiva. Un Dio sparso nelle nebulose e negli atomi sarà un mistero più sconcertante, e perciò più insinuante della Trinità; la trasmigrazione delle anime da le vertigini e nello stesso tempo è la spiegazione più semplicistica del problema del male, o meglio dell'infelicità. Titoli come I cinque rivestimenti della coscienza individuale, oppure Le dieci correnti della forza vitale risuonano spesso come iniziazioni inestimabili.

Si sa fino a che punto la coscienza collettiva può fare a meno di ragionamenti corretti o ridersi di esperienze cruciali, e, se stesse per affievolirsi, per rianimarla si troveranno numerosi circoli teosofici che prosperano fra noi e si comportano ed agiscono come Chiese. Ora non si combatte contro la coscienza collettiva che sostituendovi un'altra coscienza collettiva, oppure una coscienza personale. Il primo modo equivarrebbe ad immergere l'uomo in un ambiente cristiano, il che dipende da circostanze che non sono in nostro potere; il secondo, cioè creare una personalità, è sempre un lavoro lungo e talvolta doloroso, in quanto è necessario che uno venga istruito nel cristianesimo e lo pratichi, conformandosi ad esso nelle proprie azioni quotidiane: per tal fine, allo sviato occorrerebbe dare come maestro un apostolo del tipo guru: l'azione cattolica, chiamata a formare apostoli di tal genere, ne offre già alcuni e di reale valore.

2. Il compito dei nuovi maestri di pensiero contro la disillusione dei "cristiani cerebrali". -La seconda categoria essendo costituita da un'elite vasta e complessa merita più attenzione.

Alcuni hanno conosciuto e meditato il recente infrangersi di numerose inquadrature del nostro pensiero. Nella nuova fisica tanto microscopica quanto macroscopica, pare che per esprimere certi fenomeni si sia condotti a servirsi di geometrie non euclidee, come pure di spazi a quattro dimensioni; e non si ammette più che il fondo delle cose sia il determinismo, il quale nella teoria dei gas è soltanto un determinismo statico, che nasconde un movimento anarchico delle molecole. In psicologia è ormai dimenticato quanto sa di associazionismo : Bergson ci ha insegnato a sostituire la vecchia introspezione, che suppone un frazionamento degli stati di coscienza, con un nuovo metodo, che assegna il primo posto a quello che egli chiama intuizione; altri hanno mostrato il ruolo, anche nella nostra vita superiore, dell'inconscio, del quale si può cogliere il gioco con vari processi usati soprattutto dagli psicanalisti. Sono tutti duri colpi inferti a ogni filosofia astratta e ci fanno sentire che ben presto sarà necessario costituire una nuova metafisica (cosmologica) che sia capace di interpretare i nuovi dati delle scienze.

Pensatori di minor classe, adulti o adolescenti, abbastanza informati per sapere che il problema si pone, ma privi di genio per risolverlo, davanti al vuoto del loro spirito s'abbandonano al dubbio universale. Ed è proprio questo dubbio che recentemente ha dato origine a certe filosofie dell'assurdo. Nel secolo VIII da un dubbio analogo eran sorte le vedute di Shankara, per il quale il mondo sensibile è soltanto una maya. La stessa disillusione avviene dopo un intervallo d'oltre mille anni ai due antipodi e per ragioni diverse. E c'è la stessa attrattiva, poiché una parte dei nostri studiosi è presa dalle negazioni esistenzialiste, e gli altri varino a cercare l'illusionismo nei Vedanta. Gli uni e gli altri sono esseri incapaci di risalire le correnti. La dottrina di cui hanno bisogno non è già quella che sostiene che la natura umana è identica a quella dei cani morti. Al contrario occorre tonificare la loro intelligenza. Concediamo pure che siamo immersi nell'assurdo e nell'illusione, ma ammettiamo, almeno come un'ipotesi di lavoro, che quelli sono soltanto fenomeni prowisori, e, nella decomposizione del pensiero contemporaneo, raccogliamo i materiali delle prossime scoperte. Il vero salvatore sarà un nuovo San Tommaso die ci apporterà la sintesi di cui ha bisogno il nostro secolo. Intanto ogni cattolico che pensa dovrà presentare delle sintesi parziali a coloro che avranno scelto lui come guida.

Fallimento del basso yoga. -Ma accanto a questi intellettuali conservatori, che non potevano finire se non nella disperazione, ci sono spiriti più duttili, che tentano di raggiungere la verità con la mistica. Proprio questi vengono attirati dallo yoga. Oggi tutti gli scrittori indù sono degli yogin le cui opere appartengono alla categoria generale dei metodi d'orazione e godono talvolta d'una pubblicità che è negata alla spiritualità cristiana. Perciò hanno un pubblico vario, dove tuttavia distingueremo due classi estreme: quelli che nello yoga cercano un'igiene, e quelli che ne attendono estasi.

Infatti lo yoga pretende di cominciare con un'igiene fisica e mentale, che vi da la padronanza di voi stessi. Isolatevi in un angolo silenzioso e spoglio; prendete una posa comoda (gl'Indiani si accoccolano col torso eretto); praticate una serie di esercizi respiratori, facendo regolarmente per esempio: inspirazione, quattro secondi; menzione, sei secondi; espirazione, otto secondi; imparate a concentrarvi prima sopra un oggetto visto, una boccia o un bastone, poi sopra un oggetto immaginato, come un rosaio, del quale ripasserete mentalmente tutta l'esistenza, dalla germinazione fino alla fioritura; infine imparate a meditare, sia sopra una qualità di cui siete privi, o che vorreste sviluppare, sia sullo yoga perfetto, che immaginerete meno nella sua figura corporea che nella sua irradiazione spirituale, e che. rappresenterete continuamente presente al vostro fianco.

 

Alcuni si fermano qui e con questi esercizi hanno acquistato due capacità: di non cedere a un istante di collera, e isolarsi dal trantran della vita giornaliera, per riflettere a una campagna di pubblicità o a un colpo di borsa. Però restano affaristi e a questo yoga preparatorio chiedono soltanto la capacità d'estorcere più denaro ai loro clienti. Per avere questo risultato, senz'andare fino agli Esercizi di Sant'Ignazio, bastava che praticassero certi esercizi d'autosuggestione, come quelli proposti dalla scuola di Couè, o che facessero alcuni compiti dell'Istituto Pelman, per sviluppare l'attenzione, la memoria, la volontà. Tutti questi tentativi sono utili, ma sono ben poca cosa, e noi li abbiamo citati solo perché bisogna passare attraverso ad essi o passare per metodi equivalenti. Però chi se ne accontenta ignora completamente l'induismo.

Altri vogliono penetrarne più profondamente lo spirito; ma, più bramosi dei risultati che rassegnati ai mezzi, pensano soltanto agli atti straordinari compiuti, come han sentito narrare, da certi yogin.

Alcuni di questi si sentono uniti all'Atman-Brahman in un'estasi che si manifesta agli spettatori attraverso le tracce impresse sul volto; essi però non vedono né sentono la folla e sono rapiti fuori di questo mondo. Gli altri compiono cose inaudite, camminano su carboni ardenti, sono sollevati in aria, risvegliano i morti. Misteri dell'unione o miracoli fisici son cose che valgono assai più della pena che richiedono per essere raggiunte.

Mezzo fallimento dello yoga superiore. - L'induismo promette queste cose in favore dei più grandi yogin. Resta da sapere se il nostro uomo sarà tra i grandi. Possiamo, senza tema di errare, rispondere negativamente, poiché questi beni sfuggono non appena si corre loro dietro. Essi non sono che un soprappiù; e non si cerca il regno di Dio, che è la cosa necessaria, quando una tale ricerca ha come movimenti: la sensualità, certamente spirituale, ma sempre sensualità; l'avarizia, spirituale anch'essa, ma tanto più sordida; l'orgoglio volendo fare servire la venuta di Dio alla propria elevazione: singolari aspetti delle tre concupiscenze.

Certo, la colpa è dell'aspirante, ma anche dell'induismo, il quale (in parecchi almeno) non è esente dall'egoismo. Lo scopo che si propone è liberazione dalle molteplici morti successive, cui siamo esposti nel futuro; l'unione a Brahman è solo un mezzo per riuscirvi. È vero che i profeti più pii reclamano la bhakti o amore di Dio, ma sappiamo che questo divino diffuso difficilmente suscita l'amore.

La mistica cristiana non l'avrebbe deviato così, perché fin da principio mette in guardia contro le meraviglie. I santi parlano pochissimo dei loro miracoli: le guarigioni, per cui non hanno fatto che qualche preghiera, restano un segreto tra Dio e il malato; San Paolo si gloriava delle sue infermità; San Francesco nascondeva le sue stimmate, dono che comparirà soltanto nei processi di beatificazione. Inoltre i nostri mistici, come Santa Caterina da Siena e San Giovanni della Croce, scrivono che le visioni e le audizioni straordinarie con tutti i loro incanti accadono quasi esclusivamente ai principianti, e sono un'esca per deciderli alle durezze della vita spirituale, essendo la mistica cristiana cristologica, promettendo cioè l'unione a Cristo a cominciar dalla sua passione. Quando l'anima si è rafforzata, Dio la priva di queste dolcezze; la nostra unione con lui, è unione delle nostre due volontà, unione di cui sentiamo per intuizione il valore e la solidità, e questo basta a colmarci d'una gioia che quaggiù non ha eguale.

Perciò l'attrattiva per lo yoga indù potrebbe essere vantaggiosamente sostituita da quella per la mistica cristiana, altrettanto ricca e più generosa. Sarebbe poi utile, e forse necessario, alle edizioni critiche che disgustano i letterati, aggiungere edizioni volgari, ma in stile più brillante, come quello usato da Erhesto Hello per tradurre la Beata Angela da Foligno. Infine il novizio verrebbe iniziato personalmente dal direttore di spirito che nel caso potrebbe venir chiamato col nome di guru, meno repellente perché meno ecclesiastico.

3. Che cosa il cristianesimo può fare della civiltà. - La terza categoria d'infedeli è quella degli europeofobi. Quanto c'è tra noi, macchine, banche, sindacato, gusto d'apparire, bisogno d'agitazione, suggestionalità, scaltrezza, violenze, urta la loro intelligenza, la loro sensibilità, la loro onestà. Non sono meno nauseati per quanto di mondano vedono dentro la Chiesa: il prezzo delle sedie, i funerali di varie classi, l'assolutismo dei preti, i discorsi che non fanno una guerra continua contro l'avarizia dei ricchi, l'obolo per il culto, e gli affreschi del Vaticano. Sono misantropi simpatici, cui si possono rimproverare solo due mancanze: una contro la logica, l'altra contro la morale.

Il loro disprezzo del secolo nasconde l'illogismo. Nessuno nega che l'attuale evoluzione della nostra vita economica e politica sia dolorosa e ci conduca in un vicolo cieco; essa però attraversa una fase cui non è ancor pervenuto il popolo indiano e non abbiamo il diritto di confrontare due civiltà prese in due momenti lontani della loro storia. Il macchinismo è un fatto almeno necessario; ciò che è contingente è il fatto che abbia costituito l'oppressione d'una classe e la minaccia per altri popoli, mentre avrebbe potuto procurare l'abbondanza a tutte le classi e a tutti i popoli. L'India comincia appena a entrare nella fase meccanica: dalla disgregazione di tutte le caste anteriori deriverà l'avvento d'una casta privilegiata? Un ragionamento che voglia essere logico dovrebbe confrontare quest'India futura alla vecchia Europa.

Più grave ancora è il pregiudizio che addebita al cristianesimo i vizi della nostra civiltà. Certo, il cristianesimo vi è mescolato, se n'è macchiato; anche il chirurgo ha spesso le mani sporche, mentre il bramino ha sempre le mani nette. Ma qui l'accusa costituisce un vanto, una gloria. Il cristianesimo è un fermante mescolato a una pasta. Esso ha fortemente agito nella pasta barbarica dopo Clodoveo; in particolare, ebbe un ruolo di prim'ordine nel costituire la famiglia monogamica, stabile, con l'eguaglianza morale degli sposi, che l'India ignora. Installatisi il capitalismo e il liberalismo circa due secoli fa, il cristianesimo impedì le loro conseguenze peggiori e se non li ha trasformati la colpa è del tempo, come pure è colpa del tempo se il cristianesimo non ha ancora informato un mondo economico e politico che è in via di elaborazione. Invece l'induismo ideale, che gli viene opposto, non s'è mescolato alla vita dell'India laica, né al regime delle caste che conserva, né alla nascita dell'industria che ignora: esso è puro, ma in senso indiano, cioè senza contatto, e in senso chimico, cioè sterile. Quelli che lo paragonano al cristianesimo, dovrebbero scegliere un cristianesimo altrettanto puro, cioè ritirato dal mondo e fiorente in un chiostro o in una grotta: un monastero benedettino o i Padri del Deserto sarebbero i veri punti di riferimento. E allora si continuerà a portare l'induismo alle stelle?

 

Tuttavia è necessaria più l'azione che l'apologià. La nostra società necessita tanto di riforme profonde quanto di rivoluzioni; e il cristianesimo ha tutti i titoli per prendervi parte, ma non in quanto ellenizzato, latinizzato, liberalizzato, capitalizzato, democraticizzato. A una pasta vergine occorre un cristianesimo che sia lievito puro, cioè liberato della crosta delle paste che faceva lievitare un tempo. Dobbiamo dunque risalire alle fonti evangeliche e di là ridiscendere per fecondare il campo attuale. Una riforma della Chiesa precederà anche quella della società mediante la Chiesa e di questo s'è convinta prima la gerarchla che i fedeli: l'azione cattolica e il clero indigeno ne sono le prime realizzazioni. Prendere parte a quest'opera di riforma è quanto di più appropriato si può consigliare al cristiano spaventato della sclerosi della Chiesa e pronto a cercare sulle sponde del Gange quanto può trovare sulle rive del Giordano, prima di riacclimatarlo sotto la nostra latitudine.

4. Per la quarta categoria di insoddisfatti: utilità e pericoli degli autori indù. - Ecco infine la quarta categoria d'insoddisfatti, che tra i loro autori preferiti annoverano filosofi indù, dei quali non pretendiamo di proibire la lettura che anzi potremmo anche incoraggiare, ma a certe condizioni.

La prima condizione è che si alternino queste letture con quella degli autori autenticamente cristiani. Se tolleriamo questi accostamenti è perché parecchi Indiani moderni sono tinti di cristianesimo. Vivekananda è un letterato e un viaggiatore che nei lunghi soggiorni ha parlato più d'una volta a uditori, vasti o ristretti, d'Inglesi e d'Americani, adattando i suoi ai loro pensieri d'occidentali cristianizzati. Anche Shiri Aurobindo fece tutti i suoi studi in Inghilterra e solo più tardi conobbe le lingue e la cultura dell'India. Costoro, e alcuni altri, parlano un linguaggio che ci è accessibile, non foss'altro perché mescolano citazioni del Vangelo e di molti nostri scrittori spirituali a citazioni dei Veda e dei loro commentatori. Qui c'è contemporaneamente il beneficio e il pericolo.

La seconda condizione è che ci si serva di essi solo come di antidoti contro particolari difetti della mentalità europea che, in genere, è materiale e positivistica; come di un richiamo alla interiorità, ad una visione superiore a quella dei sensi, al distacco dal mondo. Ciò significa che agli autori induisti altro non si chiede se non quello che, prima di una meditazione, si può chiedere ad un brano di Bach o alle volute d'incenso, ossia la creazione d'un'atmosfera che faccia da schermo tra noi e l'atmosfera della strada. Solo entro questi limiti possono essere utili, altrimenti sono un pericolo.

§ 5. - Dalla bhakti induista alla carità cristiana.

L'induismo si dice universale, ma solo il cristianesimo è apostolico. -

Infine ecco una conclusione su cui potremmo insistere a lungo. Tra cristianesimo e induismo c'è una differenza radicale, che deve distornare il cristiano da tutto ciò che deriva dal Veda, in quanto né il vedismo, né alcuno dei suoi complementi sono apostolici. Ciò che viene chiamato universalismo religioso dell'Indù è un atteggiamento accogliente tutti i culti, in modo che si parlerà di Gesù come d'una nuova discesa di Vishnu, e non si cercherà d'imporre Vishnu ai discepoli di Maometto o di Confucio: è un relativismo indolente e non privo d'orgoglio. Nello stesso tempo la meditazione braminica è fine a se stessa, poiché vi si cerca l'assoluto per amore dell'assoluto, senza desiderio d'un eguale amore per la conversione dei propri fratelli. Invece per il cristiano l'universalismo è un intransigente duttilità con cui cerca d'incorporare a sé gl'infedeli, invece di giustapporre i loro dèi al proprio. Questo significa che il cristiano è apostolico e ricorda che l'ultima parola di Cristo prima di salire al cielo fu: "Andate, ammaestrate tutte le genti". Servire Dio è nello stesso tempo unirsi a lui con l'orazione e condurre a lui il maggior numero possibile d'anime, con la predicazione.

Un segreto del cristianesimo: contemplazione e azione. - Troveremo certamente qualche difficoltà a conservare l'amore di Dio e del prossimo armoniosamente uniti. Alle volte, in un malinteso servizio di Dio, saremo intolleranti; altre volte, per una preoccupazione aberrante della salvezza, degli uomini, li serviremo con la febbre trascurando il tempo necessario alla meditazione. Noi opponiamo volentieri Marta, l'attiva, a Maria, la contemplativa. Mentre il vero cristianesimo esige di fondere in una le due anime. Un san Bernardo, una santa Caterina da Siena, una santa Teresa d'Avila, un san Francesco Saverio furono insieme lavoratori e oranti ed erano così violentemente l'una e l'altra cosa che passando dall'orazione alla lotta e dal campo di battaglia all'oratorio provavano uno strappo sempre diverso, sempre doloroso e non meno delizioso. Tutto il segreto del cristianesimo sta nel saper essere tanto Maria che Marta, in modo che la preghiera sia alimentata dai progetti d'apostolato e che l'apostolato non sia che una preghiera continuata in pubblico. La storia della Chiesa ne offre numerosi esempi; la sua letteratura ne spiega le ragioni, mentre ne descrive il metodo per giungervi. C'illumina e ci spinge una tradizione ininterrotta, in cui occorre inserirsi senza guardare indietro o accanto, per essere contemporaneamente fedeli discepoli di Cristo e riformatori della società europea. Abbiamo due posti, che s'alternano quasi ad ogni momento: le rive del lago di Tiberiade e le periferie delle nostre città. I libri sacri dell'India, per quanto rispettabili, per quanto ammirabili, non sono in grado di assicurarci quest'ubiquità.

Avviluppare il Vangelo d'induismo... - Però il cristiano europeo non deve soltanto riformare l'Europa. " La Francia, paese di missione " (si potrebbero aggiungere l'Inghilterra, la Germania, l'Italia) è una formula la quale significa che s'applicheranno a questi paesi i metodi missionari. Ora il missionario è l'uomo che, essendo fedele a San Paolo, si fa negro con i negri, giallo con i gialli, indiano con gli indiani. Non significa che adatti il Vangelo, se adattare significa scendere a compromessi; diciamo piuttosto che avviluppa il Vangelo d'induismo, come fu il metodo del P. Nobili, scandaloso per certi integralisti del suo tempo, unanimamente benedetto dagli ultimi pontificati. Simile apostolato ci viene imposto dalle grandi Encicliche missionarie, come Rerum Ecclesiae di Pio XI ed Evangelio Praecones di Pio XII.

Quindi non basta permettere ai cristiani di leggere le opere dei pensatori dell'India; dobbiamo studiarle a fondo per riuscire a pensare il cristianesimo in Indù e non è possibile una conoscenza cosi approfondita senza una sufficiente simpatia. Però letture e studi dovranno essere fatti in funzione del Vangelo; quelle opere saranno il vaso e il Vangelo il liquore, e quello e questo saranno inseparabili, ma come uno strumento e un alimento. Convinti ed esercitati,assoderemo in noi stessi i due atteggiamenti contradditori della tolleranza e dell'intransigenza, miracolosamente uniti in questa bhakti cristiana che si chiama carità.

   

I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi. Utilizzando tali servizi, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Per saperne di più sui cookie che utilizziamo e come eliminarli , guarda la nostra privacy policy.