Articoli più letti  

   

Cerca autori  

   

Cerca Argomenti  

   

Fonte riscossacristiana.it 01/03/2018

Autore Elisabetta Frezza

«Il socio-psico-pedagogo è dappertutto: deve diventare l’angelo custode di Stato, sostituto laico del suo omologo celeste. L’Angelo di Dio assegnato a ciascuno dalla pietas superna è già da tempo in soffitta tra quelle robe vecchie cui gli adepti della religione del fitness non credono più»

 Circolare del dirigente, indirizzata ai genitori degli alunni di scuola media e intitolata: «Avvio servizio Spazio Ascolto»

Dal mese di febbraio 2018, sarà attivato presso la scuola il servizio dello Spazio Ascolto, rivolto agli alunni di tutte le classi. Questo servizio, finanziato dall’istituto con il contributo volontario delle famiglie, sarà condotto da una psicoterapeuta opportunamente formata, che sarà a disposizione per un colloquio con i ragazzi che ne facciano richiesta prenotandosi attraverso un modulo apposito.

 Lo sportello di Ascolto ha le seguenti finalità:

  • Costituire un’opportunità per favorire riflessioni
  • Costituire un momento qualificante di educazione alla salute e prevenzione del disagio, per il benessere psicofisico degli studenti
  • Promuovere negli alunni la motivazione allo studio e la fiducia in se stessi
  • Costituire un momento qualificante di ascolto e di sviluppo di una relazione di aiuto

 Ai ragazzi verrà così offerta la possibilità di dialogare con un adulto competente ed estraneo all’ambiente quotidiano in cui vive sulle problematiche giovanili, sulle difficoltà con il mondo della scuola, la famiglia, i pari, ecc. Ogni colloquio può rappresentare un’opportunità preziosa di aiuto verso la soluzione di problemi che egli desidera affrontare in maniera autonoma dalle figure genitoriali. Con il procedere del processo maturativi, infatti, può emergere il desiderio e la necessità di trovare un interlocutore adulto – che non sia il genitore da cui fisiologicamente è spinto ad emanciparsi – per trattare piccoli o grandi problemi relativi al momento che si sta vivendo, o per condividere stupore, disorientamento o a volte l’ansia che il suo processo di crescita può comportare.

Vi invito a sostenere quest’iniziativa ricordandola ai vostri figli…

 La scuola sottolinea, inoltre, che il minore può decidere autonomamente di usufruire del servizio, anche all’insaputa dei genitori, e che resta garantita la sua privacy anche nei confronti della famiglia, salvo casi particolari in cui emergano eventuali elementi penalmente rilevanti.

Ecco il volantino consegnato ai bambini

 

Tutto bello? Un benemerito servizio offerto agli utenti dall’istituzione? Per il bene dei giovani alunni? Un aiuto alle famiglie?

Proviamo a sfilarci di dosso gli occhiali glamour del politicamente corretto e a osservare la scena a occhio nudo, e magari a metterla insieme a qualche altra istantanea presa dalla cronaca, dalla politica, dalla legge e dalla giustizia, o da quel che ne rimane. Ne esce un’altra storia. O meglio, un altro capitolo di una storia lunga, articolata, piuttosto inquietante ma – lo crediamo – a lieto fine. Prima o poi.

Dunque: padre e madre sono chiamati, dalla istituzione scolastica, a promuovere – e pure foraggiare – il proprio esautoramento, cioè ad abdicare all’esercizio della patria potestà a vantaggio di un soggetto estraneo, perfetto sconosciuto, ma per definizione “competente” perché ammaestrato presso le facoltà di pseudo-scienze cosiddette “umane” a parlare in gergo di ordinanza, a maneggiare le categorie di ordinanza, a simulare la presenza di un pensiero sottostante a quel gergo e a quelle categorie.

Sono, costoro (fatte le debite, rare, eccezioni), i portatori (in)sani delle idee degenerate che è prescritto a tutti di dover pensare – per poi produrre comportamenti conformi – e tutti insieme compongono un organo di trasmissione capillare, onnipresente, tra la centrale di comando e la massa telecomandata. E si capisce: al tiranno travestito da salvatore serve un popolo sciolto dai suoi legami naturali (leggi: famigliari) e dipendente a vita dalla terapia, dalla culla alla tomba; un popolo stordito dal suono monocorde delle formule vuote salmodiate dai professionisti del nulla, quanto basta per fidarsi ciecamente di loro senza chiedersi alcun perché.

Del resto, dalle fucine accademiche di taglio sociopsicopedagogico vengono liberati a getto continuo sciami di mestieranti “formatori”, magari (o possibilmente) analfabeti ma – in quanto rimpinzati di poltiglia tossica fino ad esserne strutturalmente compenetrati – eletti a esemplari umani di prima scelta, ovvero “esperti” certificati a norma europea, depositari per definizione del benessere dei propri simili. Anche, soprattutto, di quello dei nostri figli. Perché più precocemente si mette mano ai cervelli altrui, più alte sono le chances di assicurare al futuro la produzione di materiale umano docile, obbediente, omologato.

Ecco spiegata la premura dello Stato per la valorizzazione e per la piena occupazione della categoria, a dispetto della sua intrinseca pochezza e anche della sua magnitudine numerica. Il socio-psico-pedagogo è dappertutto: deve diventare l’angelo custode di Stato, sostituto laico del suo omologo celeste. L’Angelo di Dio assegnato a ciascuno dalla pietas superna è già da tempo in soffitta tra quelle robe vecchie cui gli adepti della religione del fitness non credono più (compreso l’inquilino di Santa Marta che alterna con disinvoltura analista e confessore).

Ma l’infiltrazione nelle scuole di ogni ordine e grado, sponsorizzata o sopportata che sia da dirigenti più o meno allineati, non è né una novità né un’invenzione estemporanea. È una iattura antica, parte integrante di uno smottamento strategico che punta all’esautoramento del primo, fondamentale, nucleo sovrano della società: la famiglia. La famiglia va svuotata, dove c’è. E dove non c’è, perché bruciata nel rogo ”culturale“ libertario e nichilista, chi ha appiccato l’incendio è pronto a riciclarsi come pompiere.

Madre degli sportelli di ascolto o similari sono i cosiddetti CIC (Centri di Informazione e Consulenza), istituiti nel lontano 1990 dal Testo Unico sugli stupefacenti (DPR 9/10/1990 n. 309), per le scuole secondarie superiori, con la specifica funzione di ausilio nella prevenzione o cura della tossicodipendenza, quando questa era ancora avvertita come problema. Poi, sappiamo, l’avanguardia radicale ha lavorato per noi, e il lavoro ha dato buon frutto e si è concluso trionfalmente, nell’era papale dell’altro mondo, con la beatificazione del leader maximo e l’apoteosi politico-ecclesiale dell’Emma sua vicaria, incoronata plenipotenziaria anche presso i dicasteri vaticani. Con la benedizione di Soros.

Ma mentre l’allarme-droga progressivamente evaporava nell’immaginario collettivo, dissolto in chiacchiere di liberalizzazione e liberismo e libertà, i C.I.C., lungi dal subire un corrispondente ridimensionamento, acquisivano rinnovato impulso estendendo il proprio raggio di azione ad un ambito di portata generale quanto indeterminata. Una dopo l’altra, successive circolari ministeriali hanno perseguito il chiaro intento di attribuire agli esperti di psiche e dintorni la legittimazione istituzionale per penetrare in tutte le scuole, fin dalle materne («data la particolare importanza della precocità e della processualità degli interventi» vòlti a «promuovere lo “star bene” del bambino», recita la normativa), e così appropriarsi dei figli degli altri indossando la veste dei benefattori.

Ministro dell’Istruzione Rosa Russo Iervolino – stridulissimo esemplare di democristianismo in gonnella – i Centri concepiti per un problema circoscritto venivano ufficialmente dichiarati onnipotenti e investiti del compito totalizzante – da riferire agli «obiettivi primari della scuola» – di «promuovere il benessere degli alunni».

Ai sensi della Circolare Ministeriale 9 aprile 1994 n° 120, attuativa del predetto testo unico – il quale «vincola le scuole a progettare attività di educazione alla salute», dove per ”salute“ si intende, come stabilito dall’OMS, «uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o infermità» – è «sempre più importante che il C.I.C. sia di fatto previsto e inserito in un progetto educativo d’istituto».

La sequenza dei ”criteri guida“ per la scelta, e il conseguente finanziamento, dei progetti di ”educazione alla salute“ rappresenta un campione istruttivo di delirio letterario in buro-didattichese d’accatto. Che avrebbe dovuto indurre a invocare, qui sì, una perizia urgente per gli estensori. Non fosse che Basaglia ci aveva già messo del suo e dunque questi signori, anziché essere messi in condizione di non nuocere, hanno fatto scuola. Ecco i criteri, copiati/incollati pari pari dal documento ministeriale:

– Collegialità: gestione dei progetti condivisa da tutte le componenti scolastiche, rappresentate negli organi collegiali della scuola

– Protagonismo: partecipazione attiva dei bambini/ragazzi/adolescenti

– Globalità: attenzione all’insieme dei bisogni psicofisici e relazionali dei bambini/ragazzi/adolescenti

– Organicità e incisività: iniziative sistematiche, non episodiche, che abbiano un carattere di incisività nel contesto scolastico

– Ordinarietà: iniziative inserite nella quotidianità della vita scolastica

– Trasversalità: interdisciplinarità, interconnessione tra ambiti disciplinari e formativi e tra i diversi campi di esperienza

– Interistituzionalità: collegamento con enti e agenzie diverse

– Verificabilità e processualità: predeterminazione dei modi e tempi di verifica e di valutazione.

Uno potrebbe a buon diritto immaginare di aver toccato il fondo ma, siccome al peggio non c’è mai fine, anche il fondo si sposta sempre più giù. Basta sfogliare il successivo DM 26 nov 1998, n. 463, ministro Luigi Berlinguer, dove ci informano che l’educazione alla salute svolge le seguenti, irrinunciabili, testuali funzioni:

  1. a) fornisce valenze preventive ai processi formativi;
  2. b) sostiene la traduzione delle conoscenze, delle competenze e dei crediti formativi acquisiti in stile di vita ed in scelte provvedute, valorizzando le valenze curricolari in termini di progettualità, autostima, scambio, dialogo, regolazione dei conflitti, condivisione costruttiva delle norme, consapevolezza, senso di appartenenza, spirito di accoglienza;
  3. c) può offrire strumenti di rilevazione e lettura delle forme di sofferenza personale che possono strutturarsi, se non acquisiscono risposte adeguate, in abbandoni ed in insuccessi formativi;
  4. d) fornisce ai processi della comunicazione complessa gli elementi di valorizzazione della persona e la include in una relazione di scambio efficace e partecipato;
  5. e) utilizza i processi e gli esiti dell’orientamento e della comunicazione complessa come riscontro dell’efficienza dell’azione preventiva che la caratterizza.

Tralasciando ogni (inutile) commento al testo – i cui batteri però, bisogna registrarlo, continuano a contagiare con virulenza straordinaria le membra periferiche di tutto l’apparato – torniamo a quel nostro figlio adescato, tra le rassicuranti mura scolastiche, dal manipolatore di cervelli arruolato in servizio permanente effettivo. Capita pure che, per procacciarsi clientela, l’intraprendente professionista giri per le classi ad esortare i bambini a vincere ogni possibile vergogna e approfittare del trattamento. E qui basterebbero le parole, che sono parole sante, di Giovannino Guareschi, che dice: «Il Pudore è quella particolare faccenda che soprattutto distingue gli uomini dalle bestie […] Quando un individuo, con l’autorizzazione della Legge, rinuncia alla propria intimità, al segreto dei suoi pensieri, alla sua dignità e si denuda in pubblico spiritualmente (denudarsi materialmente è ancora minor cosa), costui rinuncia praticamente alla propria personalità». Ma i solerti funzionari del benessere coatto non le capirebbero, queste parole, perché parlano un’altra lingua e vestono giorno e notte l’armatura coriacea della ideologia impermeabile al buon senso.

Ad adescamento avvenuto – cosa non certo difficile in una età in cui la mamma e il papà talvolta possono essere scomodi – l’estraneo ha spalancate le porte di tutt’un universo interiore, delicatissimo e sacro, in cui poter sguazzare liberamente, avendone titolo formale, al riparo del segreto professionale. Beffardo paradosso: l’adulto navigato, avvezzo a maneggiare gli strumenti del mestiere, è blindato a proprio esclusivo vantaggio nella privacy del suo simile implume, disarmato e indifeso. Può entrare a gamba tesa in una zona franca. La guarentigie poste nel processo penale a garanzia dell’imputato, come il divieto di subornazione del testimone o il divieto di domande suggestive, non sono contemplati nel processo psicopedagogico, guarda un po’, dove il minore è in balia del funzionario di apparato, legittimato a carpire tutto ciò che vuole dei suoi pensieri, dubbi, pulsioni, ”piccoli e grandi problemi“, problemi veri o immaginari o indotti. Plateale arbitraria intrusione nella sfera privata dello scolaro e, di rimbalzo, della sua famiglia.

Non è frutto di fantasia né di esagerazione né di complottismo fantascientifico scorgere in questo modello, eretto oggi a sistema, un micidiale dispositivo di suggestione esogena e di spionaggio famigliare; un mezzo occhiuto, appuntito e invasivo fatto per spremere l’intimità dei piccoli, sfruttare la loro sacra ingenuità, manipolare la loro mente, procacciare informazioni all’apparato. Non per nulla in Unione Sovietica i commissari di regime usavano i bambini come strumenti di intelligence per stanare i cristiani clandestini.

La prossima fase, appena dietro l’angolo, ce la anticipano i paesi scandinavi, che come sempre marciano un passo avanti a noi. Lì il totalitarismo antifamigliare ha raggiunto il punto, autenticamente disumano, in cui, siccome i bambini sono di proprietà dello Stato, i poliziotti possono entrarti in casa e portarteli via a forza se, per esempio, scegli per loro l’istruzione parentale.

Capiterà anche qui. Scatterà l’ispezione dell’assistente sociale, saltasse fuori per esempio, in psico-colloquio scolastico a porte chiuse, che in famiglia non tutti sono dell’idea che ”omosessuale è bello“, o che è cosa buona e giusta traslocare da un sesso all’altro a seconda di come tira il vento. Insomma, si potrà intervenire ovunque, prove testimoniali alla mano, emergano elementi pericolosamente sovversivi per la quiete funebre in cui il mondo nuovo riappacificato, liquido e omogeneizzato deve stabilizzarsi per ordine superiore.

Capiterà.

Ma andrà bene così ai bravi cittadini educati alla legalità, cioè alle belle persone amanti del dialogo della condivisione e della pace. Perché tutto passerà sotto l’arco trionfale dei buoni sentimenti e delle belle parole. La barbarie si farà scudo dei diritti umani e, in particolare, dei ”diritti dei bambini“ (tra cui diritto alla privacy, diritto all’informazione libera, diritti ”sessuali e riproduttivi“, cioè diritto al piacere sessuale, alla contraccezione, semmai all’aborto, con tanti saluti ai genitori), lasciapassare attraente e inattaccabile confezionato su misura per servire la causa degli orchi. E sta già dando infatti, a molti, parecchie soddisfazioni…

Ma questo è un altro grande capitolo.

Antonio Livi ha detto:

Bisogna dare tutto l’appoggio possibile a questa battaglia sacrosanta (lo dico utilizzando “stricto sensu” l’aggettivo ) della professoressa Frezza a difesa del ruolo primario dei genitori nell’educazione dei figli, che mai vanno lasciarti alla mercè degli ideologi dello Stato etico. Colgo l’occasione per invitare tutti quelli che ancora non l’abbiano fatto a leggere molto attentamente il libro di Elisabetta Frezza, “Malascuola” (seconda edizione 2017).

   

I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi. Utilizzando tali servizi, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Per saperne di più sui cookie che utilizziamo e come eliminarli , guarda la nostra privacy policy.