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Fonte corrispondenzaromana.it 01/04/2019

Autore Roberto de Mattei

Dopo dodici tranquilli e inoffensivi congressi tenuti in tutto il mondo, Brian Brown, presidente del World Congress of Families (WCF), non poteva certo immaginare il clima incendiario che ha circondato la 13esima edizione dell’evento, svoltasi a Verona dal 29 al 31 marzo 2019.

E’ a Verona – scrive Massimo Recalcati– che va in scena lo scontro politico tra le due anime del governo” (“La Repubblica, 31 marzo). Ed è vero. Le polemiche che si sono accese attorno al Convegno sono nate soprattutto dal desiderio della sinistra di allargare le divisioni che esistono tra i due movimenti della Lega e dei Cinque Stelle al governo. Certamente questo non era nelle intenzioni degli organizzatori, che avrebbero però dovuto prevedere le conseguenze della vistosa passerella politica inscenata nel congresso, a cui hanno partecipato professori, esperti, leader pro-life di valore che non hanno avuto però le luci della ribalta.

Al di là delle buone intenzioni, leggiamo poi con preoccupazione queste parole nel documento conclusivo del congresso:

Tra le richieste della Dichiarazione di Verona: il riconoscimento della perfetta umanità del concepito; la protezione da ogni ingiusta discriminazione dovuta all’etnia, alle opinioni politiche, all’età, allo stato di salute o all’orientamento sessuale; la tutela delle famiglie in difficoltà economiche, specie se numerose, e delle famiglie rifugiate; il contrasto all’inverno demografico, tramite leggi che incentivino la natalità” (Notizie Pro Vita 31 marzo).

Purtroppo questa dichiarazione accetta una categoria giuridica estranea alla legge naturale e al vero diritto: il principio di non-discriminazione. Il vero diritto discrimina, in quanto favorisce e tutela alcuni comportamenti, ritenendoli giusti e ne scoraggia e reprime altri, ritenendoli ingiusti e dannosi. Il principio di non discriminare gli orientamenti sessuali appartiene ai “nuovi diritti” introdotti per capovolgere la legge naturale e cristiana. La non discriminazione degli orientamenti sessuali significa infatti la parificazione di tutte le tendenze e le scelte in campo sessuale, quali esse siano. Ogni critica pubblica di un comportamento difforme dalla legge divina e naturale sarebbe una forma di discriminazione. Chi sostenesse, ad esempio, che la scelta omosessuale è un vizio contro-natura cadrebbe in una forma di discriminazione omofobica, che andrebbe punita dalla legge. Ciò è coerente con quanto ha affermato Luca Zaia, secondo cui “Se esiste una patologia è l’omofobia, non l’omosessualità“, ma quale coerenza ha con la concezione cristiana professata dalla larga maggioranza dei partecipanti al Congresso di Verona? Una volta accettato il famigerato principio di non-discriminazione degli orientamenti sessuali, non si potranno più criticare pubblicamente i comportamenti contrari alla morale cristiana, definendoli, ad esempio “tendenze disordinate”, come fecero Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

Se il Congresso è stato la “mente” dell’”evento”, il “cuore”, secondo gli organizzatori è stata la Marcia per la Famiglia che si è svolta domenica 31 marzo. Il presidente del comitato Difendiamo i nostri Figli Massimo Gandolfini, che ne è stato il protagonista, ha voluto far propria la linea indicata dal presidente della CEI Gualtiero Bassetti:non trasformiamo la famiglia in un’occasione di scontro”. A chi li accusava di combattere una battaglia in difesa della famiglia, gli organizzatori hanno risposto che non si trattava di una battaglia ma di “una proposta”. Sarebbe stato meglio che avessero risposto: non è una battaglia, ma è una guerra. Una guerra aperta, dichiarata dalle femministe e dagli attivisti gay, che il 30 marzo hanno invaso Verona, guidati da Monica Cirinnà, al grido: “Siamo le streghe che non avete bruciato”. Nel loro corteo spiccava una marionetta del senatore leghista Simone Pillon dentro una gabbia e uno striscione con scritto “un orgasmo vi seppellirà”. Il lancio davanti alla Gran Guardia di fumogeni, assorbenti e bottigliette vuote, esprimeva la violenza di cui è carico questo vero e proprio partito dell’odio. La violenza non è solo teorica. Sei milioni di bambini uccisi in Italia grazie alla legge 194 sono il bilancio della guerra in corso. Di fronte a questo massacro, come si può dire di non essere contro la legge abortista?

Tutti gli uomini politici intervenuti al Congresso di Verona, da Matteo Salvini a Giorgia Meloni, hanno affermato che la legge 194 e “i diritti acquisiti” non si toccano. Ciò è grave, perché conferma che nessun deputato in parlamento è pronto a battersi pubblicamente per la difesa integrale della vita. Ma più grave ancora è il fatto che nessuno dei rappresentanti del Congresso, anche solo per correggere il tiro, si sia espresso pubblicamente per l’abrogazione totale della legge 194 o della legge Cirinnà sulle unioni civili. E’ per questo che, come osserva il prof. Corrado Gnerre, il messaggio mediatico che è passato è “che i diritti acquisiti non si devono toccare. Che la 194 non si deve toccare. E che quello che si vuole è solo un maggiore spazio e un po’ più di riconoscimento giuridico per la famiglia tradizionale. Ben poca cosa!” 

Perché tutte le leggi si possono discutere ma la 194 no?” si è chiesto Mario Giordano su “La Verità” (31 marzo). Perché, si potrebbe rispondere, nessuno la mette in discussione nella sua totalità e nei suoi fondamenti ideologici. Nessun uomo politico e pochi tra i rappresentanti dei movimenti pro-life italiani osano affermare che questa legge infame va cancellata in toto. Ma in toto la vorrebbero certamente abrogare le migliaia di partecipanti che con generosità ed entusiasmo sono giunti a Verona per partecipare alla Marcia di domenica. Essi costituiscono un popolo della vita che cresce e che deve essere adeguatamente rappresentato, in nome degli autentici principi non negoziabili, e non in nome della Costituzione italiana, che non è intoccabile e che costituisce l’inizio della laicizzazione della nostra società.

Gandolfini ha fatto riferimento al necessario ossequio a papa Francesco, che però, sull’aereo che lo portava in Marocco, ha ripetuto le parole del cardinale Parolin, di condividere “la sostanza, ma non le modalità del convegno”. Quali sono le modalità da cui il Francesco vuole prendere le distanze? Si voleva forse riferire alla presenza al Congresso del ministro Salvini, che il Santo Padre si rifiuta di ricevere finché non cambia la sua politica sui migranti? Si tratterebbe di una considerazione prettamente politica che, come tale, sarebbe più che legittimo non condividere. Del resto papa Francesco ha ricevuto nel mese di marzo il gruppo LGBT+Catholics Westminster Pastoral Council  e riceverà venerdì una commissione guidata dal professore argentino Raul Eugenio Zaffaroni, che gli illustrerà una ricerca sulla criminalizzazione delle relazioni omosessuali (Il Fatto quotidiano, 31 marzo). Zaffaroni è un intellettuale di sinistra favorevole all’aborto e ai matrimoni gay, oppositore, come il Papa, del governo di Mauricio Macri. Lo stesso Zaffaroni ha annunciato, per questa occasione, un “discorso storico” di papa Francesco di apertura e solidarietà agli omosessuali.  Alle obiezioni che gli fossero rivolte, papa Francesco forse risponderebbe che si tratta solo di nuove modalità pastorali. Per questo non è solo sulla sostanza, ma anche sulle modalità di azione che oggi bisogna confrontarsi, cercando non ciò che piace a noi, ma ciò che è più perfetto e più gradito a Dio. Sarà Lui, in ultima analisi a tracciare la strada e a dare la vittoria a chi combatterà bene la buona battaglia in difesa della vita e della famiglia.   

 

   

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