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Fonte http://www.lanuovabq.it/it 03/10/2019

Autore Benedetta Frigerio

Concedere un'attentuante al famigliare che si decide per il suicidio assistito? La tesi del cardinal Bassetti sul fine vita è sbagliata. La famiglia è il luogo più sicuro per vedere i propri diritti tutelati, soprattutto nel caso di fragilità di un suo membro.

 

Caro direttore, 

Dopo alcuni giorni di riflessione ho provato a fare chiarezza circa la proposta del cardinal Bassetti prima della legalizzazione da parte della Corte Costituzionale del suicidio assistito. Ne sento l’esigenza data la discussione che tale proposta ha sollevato e continua a sollevare fra tanti amici. E soprattutto perché, ora che il suicidio assistito è legale, credo che un giudizio chiaro urga ancor di più.

In sostanza, per evitare quello che poi è avvenuto alla Consulta, il cardinale auspicava una revisione dell’articolo 580 (sul divieto di favorire la morte in qualsiasi caso) con una norma che prevedesse delle attenuanti nel caso che il suicidio fosse stato agevolato o avallato dai parenti del malato. Di schianto ho reagito con un “no, il fatto di essere un famigliare è un’aggravante se mai”, ma poi, di fronte a parecchie voci contrarie, mi sono fermata pensando che forse stavo mancando di comprensione e carità.

Le ragioni di chi sosteneva la proposta del cardinale si fondano infatti sulla certezza che una legge più mite per i parenti sarebbe stata più “soft” rispetto ad una depenalizzazione completa del reato. Ma, soprattutto, sul fatto che una norma di questo tipo non sarebbe un “male minore” in quanto non contraria al principio morale per cui la legge penale può prevedere delle attenuanti in caso di reato. L’attenuante nel caso dei parenti sarebbe stata così, a priori, la situazione difficile, la solitudine o la disperazione che possono farsi largo di fronte al dramma della malattia.

Pensandoci e pregandoci su mi si è però chiarito sempre di più l’errore della seconda argomentazione, da cui si capisce anche quello della prima. La procedura penale prevede sempre e per ogni reato delle attenuanti che il giudice, caso per caso, può rilevare e che sono legate ai condizionamenti in cui il colpevole si trovi ad agire. Non esistono però attenuanti legate a delle categorie (i parenti, in questo caso) protette dalla legge. Categorizzare sarebbe, infatti, ammettere che alcune persone per il fatto di appartenere ad un determinato gruppo sono in una condizione di difficoltà tale da essere più scusate di altre nel commettere un reato come l’omicidio.

Ma uno Stato non può prevedere una tale tutela perché se questo fosse vero, innanzitutto dovrebbe non proteggere, ma combattere la formazione di quel gruppo. In merito alla famiglia è poi vero l’opposto: questa è il luogo più sicuro per vedere i propri diritti tutelati, soprattutto nel caso di fragilità di un suo membro. Perciò lo Stato dà diritti ai famigliari tutori di malati e ai genitori verso i figli minori, riconoscendoli come i migliori garanti del debole.

Proprio per questo è molto più grave che una madre ammazzi il proprio figlio, piuttosto che lo faccia un delinquente per strada. Certo se la madre viene pestata tutte le sere dal marito, se è sola, o se perde il lume della ragione ciò sarà considerato un’attenuante nel processo che la vede imputata, ma non in quanto madre bensì in quanto persona condizionata da circostanze gravi. Inoltre, che la norma naturale veda la famiglia proteggere un suo membro più che essere portata ad abbandonarlo in caso di difficoltà lo dice il fatto che esistono pochi signor Engalro (che per altro ha come aggravante il fatto di aver rifiutato l’aiuto delle suore che si prendevano cura di sua figlia) rispetto alle migliaia di famiglie che (nonostante le difficoltà e l’indifferenza delle istituzioni) aiutano con sacrifici immensi i loro cari. Se non riconosciamo che è malvagio e innaturale rifiutare il sostegno alla vita, soprattutto nel caso di un parente, la giustizia terrena si trasforma in arbitrio. 

Credo anche che senza un tale giudizio si fa involontariamente il gioco dello Stato che vuole screditare la famiglia. Certo la famiglia oggi è più sola e questa è un’attenuante a priori ma invece che accettare che la situazione resti tale, legiferando come se questa fosse la norma, bisognerebbe ricordarle la sua vera natura e funzione, affermando che la famiglia è il luogo dove più di tutti la persona viene e deve essere protetta, perché è solo se fosse convinto di questo che Stato darebbe quegli aiuti che non dà a migliaia di malati a carico dei loro parenti decidendo invece di legalizzare l’eutanasia.

Tutto questo fa capire perché una norma che categorizzi la famiglia come luogo di maggior fragilità e tentazione, in cui si è pertanto più scusati nel commettere un reato, in realtà contraddice la morale naturale. Ripeto, ciò non significa non comprendere le fragilità e gli errori che ogni fatica comporta ma evitare di generare una mentalità che li giustifichi moltiplicandoli (se c’è una legge che minimizza l’errore ci si sente più giustificati a compierlo). 

Infine, penso alla Chiesa e al suo compito: mi pare che prima che fare politica oggi debba ribadire la verità, in questo caso incoraggiando la persona e la famiglia ricordandole il suo compito alto e la sua vera natura. Penso ad una donna chiusa in casa con suo figlio gravemente malato, la cui natura di madre la porta a fare per quel figlio ciò che nessun’altra persona sarebbe capace di fare. Ecco quella madre potrebbe avere dei momenti di scoraggiamento ma forse più che di un “poverina se non ce la fai ti capisco” avrebbe bisogno di essere richiamata all’altezza del suo compito di madre, al valore del suo sacrificio e dell’amore vissuto fino all’abnegazione come domandava di vivere alle famiglie madre Teresa di Calcutta.

È infatti la consapevolezza dell’importanza di questa vocazione che aiuta la persona a non cedere allo sconforto e che crea una mentalità di sostegno concreto alla famiglia. Per questo, la prima compagnia che la Chiesa può fare all’uomo è un giudizio vero, che illumini e tolga la persona dalla tentazione generata dalle fatiche. Basti leggere qualche passaggio dell’esortazione apostolica Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II «…è forma eminente di amore ridare alla famiglia cristiana di oggi, spesso tentata dallo sconforto e angosciata per le accresciute difficoltà, ragioni di fiducia in se stessa, nelle proprie ricchezze DI NATURA e di grazia, nella missione che Dio le ha affidato. «Bisogna che le famiglie del nostro tempo riprendano quota! Bisogna che seguano Cristo!»…La Chiesa conosce la via sulla quale la famiglia può giungere al cuore della sua verità profonda…è attraverso la Croce che la famiglia può giungere alla pienezza del suo essere e alla perfezione del suo amore». Cioè può compiere ciò che già è inscritto nella sua natura.

   

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