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Fonte rossoporpora.org 19/04/2018

Autore Giuseppe Rusconi

Ampia intervista alla presidente della Marcia per la Vita, la cui VIII edizione si svolgerà a Roma sabato 19 maggio, nei giorni del 40.mo anniversario della promulgazione della legge 194, legalizzatrice dell’aborto in Italia. Virginia Coda Nunziante auspica che l’intero mondo cattolico prenda finalmente coscienza dell’inaccettabilità di tale legge e ne spiega i motivi.

  Tempus fugit : ci sembra ieri quando abbiamo partecipato a Roma alla Marcia per la vita 2017 e già incombe l’ottava edizione, prevista per sabato 19 maggio 2018, con partenza alle 14.30 da piazza della Repubblica. E’ un incombere non minaccioso, ma pervaso di gioia e di speranza, mentre la preparazione si fa intensissima:  tanti sono gli aspetti, i dettagli da curare con passione e attenzione perché la Marcia riesca non solo a mantenere, ma ad accrescere l’incisività del suo messaggio per la dignità di ogni vita dal concepimento fino alla morte naturale. Come sappiamo si nuota controcorrente, pur se negli ultimi tempi in diverse parti del mondo si sono registrati segnali di inversione della tendenza dominante relativista: ne sono esempio tra gli altri il grande successo della marcia per la vita in Argentina a fine marzo e i riscontri positivi sia in Italia che in Ungheria per le forze più impegnate anche in ambito parlamentare nella difesa e nel promuovimento dei valori non negoziabili della vita e della famiglia. Non a caso anche quest’anno la Marcia avrà una numerosa presenza internazionale, che sarà valorizzata particolarmente sia in piazza che nei Convegni di giovedì 17 e venerdì 18 presso l’Angelicum e di lunedì 21 maggio nelle sale dell’Hotel Colombus in via della Conciliazione. Avremo modo di parlarne nelle prossime settimane.

La Marcia per la Vita del prossimo 19 maggio ha poi un motivo di interesse in più: il quarantesimo della promulgazione, il 22 maggio 1978, della legge 194 intitolata “ NORME PER LA TUTELA SOCIALE DELLA MATERNITA' E SULL'INTERRUZIONE VOLONTARIA DELLA GRAVIDANZA”. La legge fu votata il 15 aprile 1978 dalla Camera dei deputati con 308 sì e 275 no; e dal Senato il 18 maggio successivo con 160 sì e 148 no. In ambedue i casi il sospetto è grande che un drappello di deputati della Democrazia cristiana abbia contribuito, in modo determinante, a far passare la legge, appoggiata dalla sinistra compatta, da liberali e repubblicani. La 194 col tempo oggettivamente è stata considerata sempre più come una legge che ha favorito l’aborto, contribuendo in misura decisiva a creare in larga parte dell’opinione pubblica italiana l’idea che l’aborto sia un diritto della donna.

Proprio su questo anniversario tutt’altro che rallegrante, anzi funereo, ma molto importante, abbiamo pensato di intervistare, a un mese esatto dal 19 maggio, la presidente della Marcia Virginia Coda Nunziante. Così da preparare anche i nostri lettori a cogliere il valore aggiunto della prossima grande mobilitazione di piazza in favore della vita e contro la diffusa cultura della morte.

 

Virginia Coda Nunziante, mancano ormai solo trenta giorni alla Marcia per la Vita 2018 e il cantiere è in piena attività. Tanto più che quello del 19 maggio è un appuntamento che quest’anno ha un valore aggiunto, cadendo a quarant’anni dalla promulgazione della legge 194. I partecipanti alla Marcia avranno ben presente tale anniversario…

Sì, certamente. Sono passati quarant’anni dall’entrata in vigore della legge 194. Cercheremo di fare in modo che l’intero mondo cattolico e pro-life italiano sia portato a comprendere pienamente l’ipocrisia e la malvagità di una legge che ha legalizzato l’omicidio volontario. Purtroppo col trascorrere degli anni si è verificato un pericoloso processo di assuefazione al male tale da indurre buona parte dell’opinione pubblica a ritenere inevitabile la possibilità di scelta della donna, a prescindere dal giudizio morale sull’aborto volontario.

Lei intende dire che la legge come tale è ormai accettata da una larga maggioranza dell’opinione pubblica italiana, la quale dunque non è più disposta a combatterla?

Nella battaglia per la difesa della vita innocente, l’obiettivo principale non sembra più essere quello di denunciare e combattere le leggi abortiste ma di favorire (attraverso iniziative “cuscinetto” e non di contrasto) una generica cultura della vita che tende ad arginare quella di morte, ignorandone le cause e i responsabili.

Ma è una scelta politica questa che ha dato riscontri positivi? 

Penso che i frutti di tale politica siano ampiamente fallimentari come dimostrano i numeri e soprattutto la crescita esponenziale della mentalità abortista. Le vittime innocenti ufficiali dall’entrata in vigore della legge 194 sono quasi sei milioni, senza tenere conto della diffusione di nuovi terribili strumenti abortivi di massa come la pillola Ru486 e la cosiddetta contraccezione d’urgenza.

 

“IPOCRITI” TITOLO E ARTICOLO 1 DELLA LEGGE 194

 

Lei ha definito la legge 194 ipocrita e malvagia. Ci può spiegare su cosa fonda questo Suo apprezzamento?

Intanto una legge dovrebbe delineare in maniera chiara gli obiettivi che intende raggiungere fin dal principio; nel caso della legge 194 è vero esattamente il contrario. Infatti, essa ha come titolo: Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza.

All'articolo 1 si legge che  “Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio”.

A prima vista sembra un’affermazione condivisibile…

Tuttavia, per comprendere meglio lo spirito della legge e anche dell’articolo 1, è utile inquadrare il clima sociale, culturale e politico di quel particolare momento storico: malgrado gli sconquassi prodotti in quegli anni dalla contestazione studentesca, dal femminismo ateo e materialista e dalle ideologie socialiste che miravano a distruggere l’ordine sociale ed a minare fin dalle fondamenta i valori alla base della sana convivenza civile, il popolo italiano era ancora fortemente radicato nei valori cristiani. Occorreva dunque superare le resistenze di una larga fetta della popolazione contraria a leggi palesemente contro il diritto naturale. L’accento posto sulla tutela della maternità e del concepito vuole presentare al lettore un’anima positiva e garantista della legge che è però destinata a rimanere lettera morta. Purtroppo ancora oggi, molti cattolici ed esponenti di movimenti pro-life citano l’articolo 1 della legge 194 per dimostrarne lo spirito buono…

Andiamo a qualche altro articolo della legge che Le appare come inaccettabile…

Ecco per esempio l’articolo 5, che – come l’articolo 2 - ribadisce l’obbligo formale, da parte del consultorio, di aiutare la donna in difficoltà a rimuovere le cause che la indurrebbero all’aborto, senza fornire ad esso specifiche e reali possibilità di intervento. Quest’articolo introduce però un elemento peggiorativo che sancisce la formale esclusione del padre del concepito dalla decisione finale. Infatti esso recita: “Il consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a dover garantire i necessari accertamenti medici, hanno il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall'incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante, di esaminare con la donna e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta, nel rispetto della dignità e della riservatezza della donna e della persona indicata come padre del concepito, le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto”.

Effettivamente da questo articolo emerge la marginalizzazione del padre. La scelta definitiva dell’aborto spetta solo alla donna, che può – se vuole – coinvolgere il padre nella preparazione della decisione…

Guardi, la norma così impostata ha delle conseguenze molto gravi, perché tende inevitabilmente a deresponsabilizzare gli altri soggetti coinvolti (favorendo fughe, ricatti e pressioni all’aborto); pertanto, se da un lato la legge sembra puntare sulla creazione di una rete di sostegno alla madre in difficoltà, dall’altra essa recide alla base i legami affettivi e psicologici così importanti per il suo fragile equilibrio emotivo (e rende l’opzione a favore del bambino meno probabile).

Quali altri articoli vuole evidenziare come portanti della legge 194?

L’articolo 4 e l’articolo 6, la cui applicazione ha avuto conseguenze devastanti dal punto di vista sociale.

 

LA LEGGE 194 HA TRASFORMATO L’ABORTO IN UN DIRITTO

 

Incominciamo con l’articolo 4…

L’articolo 4 elenca le condizioni necessarie affinché la donna possa accedere alla cosiddetta interruzione di gravidanza: “Per l’interruzione volontaria della gravidanza entro i primi novanta giorni, la donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la salute fisica o psichica, in relazione al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito, si rivolge ad un consultorio pubblico istituito ai sensi dell’articolo 2, lettera a), della legge 29 luglio 1975 numero 405, o a una struttura socio-sanitaria a ciò abilitata dalla regione, o a un medico di sua fiducia”.

Che cosa si può osservare a tale proposito?

L’obiettivo del legislatore è garantire alla donna piena autonomia e capacità decisionale, ma esso è occultato da paletti normativi del tutto evanescenti; in effetti, la gamma di motivazioni adducibili dalla madre del bambino è talmente ampia da tendere praticamente all’infinito e rende di fatto impossibile negarle il certificato di aborto. Dunque, pur non dichiarandolo formalmente, la legge 194 trasforma il delitto di aborto in un diritto, implicitamente confermato dalla natura completamente gratuita della prestazione sanitaria (art.10)

Veniamo all’articolo 6…

Esso disciplina l’interruzione di gravidanza dopo il limite dei novanta giorni stabilito nell’articolo 4: “L’interruzione volontaria della gravidanza, dopo i primi novanta giorni, può essere praticata: a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la salute della donna; b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna”.

Anche qui le conseguenze mettono i brividi e richiamano inevitabilmente all’eugenetica sempre più praticata in Occidente…

Con tale norma si apre infatti la strada ad ogni forma di sfruttamento dell’embrione, mettendo in evidenza proprio la natura eugenetica della legge 194: il difetto fisico, o presunto tale, del bambino non nato diventa motivo sufficiente per permetterne l’eliminazione. Oltre a ciò è necessario tenere presente il livello relativamente basso di attendibilità delle diagnosi prenatali che rende probabili errori diagnostici.

C’è qualcosa di positivo nella legge 194?

Direi solo un articolo oggi non a caso molto contestato dal variegato mondo ‘politicamente corretto’, quello che tutela l’obiezione di coscienza.

 

LA 194 E’ PROBABILMENTE UNA DELLE PEGGIORI LEGGI  EUROPEE IN MATERIA DI ABORTO

 

Ci sarebbe poi da parlare anche della gravità dell’articolo 12, quello che consente l’aborto  alle minori… Non possiamo però approfittare troppo della già grande disponibilità dei nostri lettori e Le chiediamo perciò una valutazione conclusiva sulla legge 194…

La 194, lungi dal costituire un argine al dilagare degli aborti, è probabilmente una delle peggiori leggi europee in materia. Il legislatore ha accolto in toto le richieste degli abortisti elevando al rango di dogma il principio di autodeterminazione femminile, cardine ideologico su cui poggiavano (e poggiano tuttora) le loro rivendicazioni. Tuttavia, il legislatore ha inteso nascondere la natura perversa della legge, al fine di renderla accettabile dalla maggioranza della popolazione italiana. Il trascorrere del tempo, poi, avrebbe fatto il resto, cioè annichilire la capacità critica soprattutto delle nuove generazioni, sempre più lontane dalle vicende e dal forte dibattito che precedette la promulgazione della legge. Ormai la legge è entrata nei costumi degli italiani.

 

LA LEGGE SULL’ABORTO HA APERTO LA STRADA LEGISLATIVA AL RICONOSCIMENTO SCELLERATO DI TUTTA UNA SERIE DI ‘NUOVI DIRITTI’

 

Riandando a quanto successo in questi ultimi quarant’anni, non si può non evidenziare che alla legalizzazione dell’aborto è poi seguita – particolarmente in Occidente – tutta una serie di altri riconoscimenti di cosiddetti ‘nuovi diritti’…

Certo, l'aborto è solo la tappa di un processo. Dopo la 194 sono venute la legge sulla fecondazione artificiale (2004); la liberalizzazione della pillola abortiva RU486 (2009); la liberalizzazione della pillola dei 5 giorni dopo (2015); la legalizzazione delle unioni omosessuali, legge Cirinnà (maggio 2016); il divorzio breve (2017); la legge sulle DAT (2017). Ma si punta alla legalizzazione dell’eutanasia, dell’infanticidio, dell’incesto e della pedofilia: i radicali lo dicono apertamente ed esistono già dei partiti politici pedofili (ad esempio in Olanda). Per poi arrivare alla zoofilia.

Qualcuno potrebbe pensare a questo punto… ma Virginia Coda Nunziante non sta esagerando con le conseguenze?

Non stiamo esagerando. All’epoca del divorzio, quando i cattolici fedeli combattevano per la salvaguardia dell’indissolubilità matrimoniale e per questo erano chiamati intransigenti ed oscurantisti... essi ribadivano nei loro scritti e nelle loro conferenze che il divorzio sarebbe stato solo la prima tappa per arrivare poi all’aborto e all’eutanasia. Ma i “benpensanti”, tra cui la maggior parte della nostra classe politica cattolica, li tacciavano di “profeti di sventura”: mai – dicevano – si sarebbe arrivati all’aborto, all’uccisione dell’innocente, non vi era nessun nesso tra questi mali ed erano i soliti catastrofisti e retrogradi a non capire che la società stava cambiando e dunque bisognava adeguarsi con la semplice accettazione del divorzio. Sappiamo bene come andarono poi le cose... E’ importante insomma capire che tutto ciò è frutto di una precisa strategia e se non si reagirà con fermezza, questo processo non si fermerà perché viene da lontano e non arretreranno finché non avranno ottenuto ciò che desiderano.

 

SCENDERE IN PIAZZA PER TESTIMONIARE PUBBLICAMENTE E INCIDERE SULLA POLITICA ITALIANA

 

Allora bisogna scendere in piazza, testimoniando pubblicamente per la vita e per la famiglia…

L’aborto ha provocato quasi 60 milioni di vittime negli Stati Uniti negli ultimi 42 anni e addirittura, si parla di oltre 400 milioni in Cina negli ultimi 40 anni. Si tratta di un vero olocausto al quale Giovanni Paolo II ha opposto un’enciclica, la Evangelium Vitae, e contro il quale tante volte ha parlato Benedetto XVI in nome dei valori non negoziabili.

Bisogna perciò rafforzare anche in Italia un movimento di opinione che si faccia sentire e che non si vergogni di scendere in strada. Benedetto XVI ci ha esortato a non lasciare la piazza pubblica ai nostri avversari: i cattolici devono far sentire la loro voce e riaffermare che non vi è compromesso possibile sui valori non negoziabili. Il nostro auspicio è che, come è accaduto negli Stati Uniti e negli altri paesi, questa pressione popolare possa portare a degli incisivi mutamenti legislativi. Ce lo auguriamo soprattutto in un momento in cui si apre una nuova legislatura. E’ anche per questo che è nata in Italia la Marcia per la Vita che quest’anno è giunta alla VIII edizione e si terrà il 19 maggio con ritrovo alle ore 14,30 a piazza della Repubblica.

   

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