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Fonte Studi Cattolici n. 668/66 luglio/agosto 2016

Autore mons. Luigi Negri

Ora che è passata l’esaltazione per la vittoria dei pentastellati e per le novità alla guida di città importanti quali Roma e Torino, mi pare necessario individuare alcune linee di riflessione.
Lungi da me spendere parole per difendere la modalità con cui la classe politica negli ultimi dieci anni ha gestito il Paese, fosse essa di destra o di sinistra, perché la situazione di disastro – dal punto di vista etico e dal punto di vista di un autentico impegno per il bene del popolo – non ha bisogno di essere evocata se non a grandi linee e solo per ribadire che un’intera classe politica doveva essere sostituita.
Ma chi poteva farlo? Forse un movimento in cui si concentrano atteggiamenti, prese di posizione, giudizi e reazioni spesso banali e molte volte contraddittori?

La novità starebbe infatti nelle persone nuove, ma non si può pensare che la novità sia solo una questione di anagrafe, per non parlare dell’estrazione culturale di questa nuova classe politica.
Abbiamo letto i programmi del nuovo che avanza a forza di plebisciti? L’immagine di vita sociale che ne emerge è sostanzialmente statalista, e quando si parla dei cittadini si comprende bene che il Paese è stato consegnato a forze politiche che impiegheranno molto meno tempo di quelle mandate in archivio per creare situazioni disastrose.
Perché dico questo?
Perché nel contesto attuale il problema è evidentemente quello di riaprire nel Paese un dibattito sulla cultura sostanziale per la vita dell’uomo e della società. Su questo argomento sono tutti in mora: lo è la sinistra, che quando ha governato ha riprodotto i cliché del vetero-statalismo; come pure la destra, che ha avuto in mano il potere per qualche anno ma ormai è visibilmente in disarmo e non è più rappresentata da personalità significative.
Siamo all’inizio di un cambiamento epocale dal punto di vista dell’etica sociale, e penso alla legge Cirinnà con il degrado irreversibile della famiglia; penso alla programmazione dell’eutanasia, alla manipolazione della vita, all’utero in affitto, alla paternità e maternità surrogate. Uno sconvolgimento che mette in evidenza come la maggioranza e l’opposizione siano molto ben alleate nel sostegno di un’antropologia relativista, individualista, soggettiva e totalmente funzionale all’esaudimento dei propri desideri, anche i più bassi, di cui si vorrebbe riconosciuta la valenza civile.
Soltanto la cultura – nelle sue impostazioni diversificate e pluraliste – è il tessuto di fondo a cui deve guardare una classe politica. È necessario mettere in campo un’azione educativa che contribuisca alla formazione di laici «vivi, attivi e intraprendenti», come disse Benedetto XVI in visita alla diocesi di San Marino-Montefeltro.
Laici capaci di portare la formazione culturale che viene dalla fede con i suoi contributi specifici e originali, con una grande chiarezza di giudizio sulla situazione attuale. Dico questo con la tragica percezione che quelle che si stanno attuando a livello socio-politico sono le prove tecniche di «auto-dissoluzione dell’impero».
A questo punto la domanda diventa inquietante: quale è la posizione della ecclesiasticità? Sotto questo aspetto mi sembra che si sia instaurato una sorta di torpore in ordine all’esplicito impegno culturale,  sociale e politico; una riduzione della fede in spazi di spiritualità individuale e infine, riguardo al compito dei cristiani, un generico impegno nel sociale e un «sostegno alla lotta», non sapendo bene neppure di che tipo di lotta si stia parlando.
Dell’evangelizzazione non si parla più, forse per paura di agitare un fantasma, il fantasma del proselitismo, il fantasma della violenza della libertà di coscienza altrui, quando invece l’evangelizzazione è l’apertura di un dialogo effettivo tra posizioni e scelte diverse.
Ci sono teorie che persino affermano che sarebbe inutile ogni forma di evangelizzazione verso le altre religioni, per non parlare delle esperienze di catechesi in tal senso. Questo vuol dire annullare il senso specifico della presenza di Cristo nella storia dell’umanità e quindi la presenza della Chiesa. Invece, «la fede cristiana purifica la ragione e l’aiuta a essere meglio sé stessa: con la sua dottrina sociale, argomentata a partire da ciò che è  conforme alla natura di ogni essere umano, la Chiesa contribuisce a far sì che ciò che è giusto possa essere efficacemente riconosciuto e poi anche realizzato» (Benedetto XVI al Convegno ecclesiale di Verona, 19 ottobre 2006).

 

 

   

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