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Fonte libertaepersona.it 21/03/2015

Autore Marco Luscia

Nella tempesta morale del nostro tempo confuso, oggi, nella giornata che ricorda S. Benedetto voglio ricordare uno dei passaggi più belli che Ratzinger sviluppò nel suo intervento a Subiaco nell’aprile del 2005, affondando il tema, “l’Europa nella crisi delle culture”.

Il futuro Benedetto XVI nel delineare i grandi progressi operati dall’umanità nel campo della scienza e della tecnica, metteva in guardia sul fatto che a progressi in termini del “saper fare”, dovessero corrispondere analoghi progressi di ordine morale.Spia del disagio della civiltà presente erano le manifestazioni di violenza globalizzata che affondavano le radici dentro l’humus di una crescita quantitativa squilibrata. Popoli contro popoli, civiltà antiche cariche di rancore, paesi colonizzati e sfruttati dalla mentalità materialistica e calcolatrice, per non dire cinica, del ricco occidente, ponevano inquietanti quesiti. Questo insieme di elementi si univano ad un’inadeguata energia morale che fosse capace di guidare, per il bene di tutti, il cambiamento. Scriveva Ratzinger: ”

Il vero, più grave pericolo di questo momento sta proprio in questo squilibrio fra possibilità tecniche ed energia morale. La sicurezza, di cui abbiamo bisogno come presupposto della nostra libertà e della nostra dignità, non può venire in ultima analisi da sistemi tecnici di controllo,ma può soltanto scaturire dalla forza morale dell’uomo…è vero oggi esiste un nuovo moralismo le cui parole chiave sono giustizia, pace, conservazione del creato, parole che richiamano dei valori morali essenziali di cui abbiamo davvero bisogno. Ma questo moralismo rimane vago e scivola così, quasi inevitabilmente, nella sfera politico partitica. Esso è innanzitutto un pretesa rivolta agli altri, e troppo poco un dovere personale della nostra vita quotidiana. Infatti, cosa significa giustizia? Chi lo definisce? Che cosa serve alla pace? Negli ultimi decenni abbiamo visto ampiamente nelle nostre strade e sulle nostre piazze come il pacifismo possa deviare verso anarchismo distruttivo e verso il terrorismo.”

E’ proprio questo moralismo “il signore del nostro tempo”, esso non ha nulla in comune con la forza plasmante del dovere morale. Il moralismo osserva l’altro e lo espone alla gogna, perché non conosce la natura più profonda dell’atto morale, un atto che è rivolto a se stessi ed esprime semplicemente la sequela nei confronti dell’amore di Cristo. Il moralismo, in una parola, non conosce la Grazia. Per questo il moralista guarda agli altri, con la pretesa di modellare il mondo in base ad una precisa ideologia. Questa ideologia, oggi, si chiama relativismo, ovvero la convinzione non esista alcuna possibilità di rintracciare con la ragione i sentieri dell’essere, le vie del reale. Nonostante ciò le società scristianizzate devono darsi una parvenza d’ordine, questo accomodamento della coscienza collettiva si esprime attraverso il potere fascinoso e rassicurante di grandi parole. Giustizia, pace, tolleranza, sono parole che al di fuori di un orizzonte morale preciso non significano nulla, anzi diventano spesso alibi. Per questo come dice Ratzinger: “questi doveri riguardano sempre gli altri “. Nonostante questo l’apparato che promuove di fatto ogni tipo di comportamento, celebra le belle parole, organizza giornate per esaltare la bellezza della non discriminazione. Sparge nei luoghi della formazione dei giovani velenosi progetti che di fatto negano l’umano. Irride ogni sacralità e tradizione in nome di una volontà che tutto vuol ricreare, secondo la misura dei demiurgi senza Dio. Così il mondo reale fugge e la violenza dilaga, violenza dei singoli che vogliono fuggire da ogni controllo e violenza delle istituzioni che non ammettono un pensiero difforme dal politicamente corretto. L’agire morale invece è prima di tutto rispetto dell’essere e questo rispetto è l’unica garanzia che tuteli tutti dallo straripare del potere dei più forti. Oggi assistiamo proprio a questo, alla resa della ragione e al dominio di istinti che si presentano come supposti diritti. Noi non siamo stranieri morali, siamo viandanti dotati di una ragione capace di senso e futuro. Nel nome del Creatore, nel nome della Sua eterna misura.

Da marcoluscia.it

   

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