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Autori Gnocchi Alessandro, Palmaro Mario

Editore Vallecchi pag. 248 € 12,50

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dall'apostasia silenziosa ai problemi morali, la Chiesa cattolica sta attraversando una delle crisi più gravi di tutta la sua storia. Che cosa c'è all'origine di tale terremoto? Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro mostrano che alla radice del dramma c'è una crisi di fede che si è manifestata in tutta la sua forza a partire dagli anni del Concilio Vaticano II. Un'analisi che farà scalpore poiché, percorrendo queste pagine appassionate e incalzanti, il lettore risalirà alle sorgenti del fenomeno fino a trovare sul banco degli accusati uomini ed eventi ritenuti intoccabili come veri e propri miti.

Fonte totustuus

Soltanto chi ha un po’ di dimestichezza con autori umoristi (e seri) cattolici come Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) e Giovannino Guareschi (1908-1968) può comprendere, fin dal titolo “La Bella Addormentata” l’allusività a quel mondo delle favole tanto decantato dai due grandi autori cristiani, sovente citati nel saggio di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro.
Quella “morale delle favole” che emerge dalla lettura di Chesterton e Guareschi non ha solamente un valore etico adatto a grandi e piccini, ma ha soprattutto un valore teologico e metafisico profondo che parte da una considerazione semplice e sostanziale: Dio ha creato tutto in modo fantastico dal nulla e l’uomo per riconoscerne il segno della Sua presenza deve meravigliarsi della bellezza del Suo ordine anche attraverso l’ascolto o la visione delle grandi metafore fiabesche.
 
Per guardare al presente ed intravvedere il futuro serve quindi ritornare al passato, come ci ricordano le grandi favole che da sempre hanno accompagnato la crescita di tutti gli uomini. Con questo saggio gli Autori ci fanno assaporare il prezioso ricordo della nostra giovinezza, quando per risvegliare la Bella Addormentata si aspettava il Principe Azzurro che amandola sapesse ridestarla.
Il richiamo allusivo alla Chiesa “Bella” e “Addormentata” è da considerarsi quindi, nell’opera di Gnocchi e Palmaro, un passaggio di riferimento fondativo e costante imprescindibile.
 
La bellezza della Chiesa, ci ricordano gli Autori, è deturpata dai nostri peccati, dai nostri tradimenti, dalle nostre eresie ed è soprattutto il peso dei peccati dell’umanità intera che ha prodotto una crisi ed ha ridotto al lumicino il vigore dottrinale di tanti, troppi suoi figli. Dinanzi a questa evidente crisi (nel Prologo gli Autori sottolineano il fatto di non poter non chiamare critica la situazione ), Gnocchi e Palmaro cercano di comprendere lo stato reale della crisi attraverso la descrizione fenomenologica del sonno, che è l’emblema della crisi, proponendo una lettura attenta del Concilio Vaticano II a partire da quella contrapposizione geniale (scaturita dalla penna di Guareschi) tra Don Camillo e Don Francesco sintetizzata con poche ma espressive parole: «Non posso comprare niente» (Don Camillo) «Non ho niente da vendere» (Don Francesco). Quel “non posso” e quel “non ho niente” riassumono in modo impareggiabile, attraverso due figure antitetiche di sacerdoti, due visioni del mondo inconciliabili. Come hanno sottolineato gli Autori, Don Francesco aprendosi al mondo nell’illusione di convertirlo, ha finito per assumerne persino i tic intellettuali più grotteschi.
 
Il sottotitolo del saggio di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro: “Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi” prelude ad una benefica iniezione di fiducia e di speranza: “Perché si risveglierà”, delicata metafora dell’evangelico “non praevalebunt”. Gli Autori si chiedono cosa poter fare per evitare di cadere nel torpore di un’esistenza senza Dio e rispondono ancora attraverso Don Camillo: «Bisogna salvare il seme: la fede. Bisogna aiutare chi possiede ancora la fede a mantenerla intatta. Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più …».
 
Analizzando con dovizia di particolari il clima psicologico con cui venne presentato e preparato il Concilio Vaticano II, gli Autori hanno potuto constatare , anche attraverso numerose fonti, l’enorme influenza che il contesto storico degli anni ’60 ha prodotto sui lavori del Concilio e su alcuni testi conciliari, il tipo di linguaggio utilizzato nei documenti, le controversie interpretative, i silenzi del Concilio attorno ad alcune questioni fondamentali, il dilemma sulla natura dogmatica o pastorale del Concilio o di parti del Concilio. Interessante e stimolante la citazione di Romano Amerio, autore di Iota Unum, che commentando il discorso inaugurale del Concilio tenuto dal Beato Giovanni XXIII, laddove il Pontefice faceva riferimento alla Chiesa che avrebbe dovuto mostrarsi “madre amorevolissima di tutti, benigna, paziente, mossa da misericordia e da bontà verso i figli da lei separati” ha osservato che non si possono contrapporre principio di misericordia e principio di severità, in quanto nella mente della Chiesa la condanna stessa dell’errore è opera di misericordia.
 
Gli Autori hanno rilevato così che il Concilio si apriva sotto auspici precisi: evitare di condannare, sforzarsi di capire, dialogare col mondo, guardare con ottimismo al futuro ma hanno evitato di attribuire al Concilio tutta la colpa dell’attuale crisi, in quanto c’era qualcosa che non andava già prima del Concilio (per esempio il modernismo, definito da San Pio X “sintesi di tutte le eresie”).
Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro hanno posto all’attenzione dei lettori il ruolo di alcuni teologi (Marie-Dominique Chenu, Yves Congar, Karl Rahner e molti altri) nell’ispirare e indirizzare i lavori conciliari. Richiamando ancora il linguaggio, gli Autori hanno evidenziato che alcuni concetti come “aggiornamento” e “segni dei tempi” siano diventate parole-chiave per rimarcare come l’ortoprassi avesse avuto il sopravvento sull’ortodossia. Dal punto di vista più istituzionale, hanno osservato Gnocchi e Palmaro, con la nascita delle Conferenze episcopali fra Papa e vescovo si è insinuata una nuova struttura che mediaticamente ha “rubato la scena” al singolo successore degli apostoli.
 
La denuncia degli Autori ha stigmatizzato l’opera incessante di teologi, periti, vescovi e cardinali, accomunati dall’obiettivo di utilizzare il Vaticano II per introdurre profondi cambiamenti nella dottrina della Chiesa. Questo ridimensionamento del papato a favore della collegialità episcopale, hanno ribadito gli Autori, è stato provvidenzialmente bloccato con la famosa Nota explicativa praevia di Paolo VI.
 
Per quanto concerne l’attenzione verso i mezzi di comunicazione sociale, Gnocchi e Palmaro hanno analizzato e sostenuto gli studi di Marshall McLuhan (1911-1980) in rapporto ai valori e principii cristiani soprattutto attraverso una considerevole citazione tratta dal volume La luce e il mezzo di McLuhan: «L’uomo elettronico non ha essenza carnale;è letteralmente disincarnato. Ora, un mondo disincarnato come quello in cui ci troviamo a vivere è una minaccia formidabile per la Chiesa incarnata…».
La risonanza mediatica del Concilio, hanno annotato gli Autori, citando gli studi di uno storico progressista famoso come Giuseppe Alberigo (1926-2007), è stata orientata e pilotata da giornali e televisioni, i quali, ancora attraverso il pensiero di McLuhan, travisano il messaggio in quanto lo scopo non è la trasmissione del vero, ma la propria diffusione (il mezzo è il messaggio).
Ovvero, la scena è dominata dai mass-media che comunicano se stessi.
Conseguentemente, hanno rilevato gli Autori, affidando il proprio destino ai mezzi di comunicazione, il Concilio Vaticano II ha posto le premesse perché la lettera dei suoi documenti dovesse essere scritta e interpretata alla luce di altro, di un “trascendentale ideologico”… adottando così un linguaggio(“trascendentale tecnico”) di cui la Chiesa non era padrona.
 
Particolarmente interessante il riferimento al linguaggio filosofico di Immanuel Kant (1724-1804) anche nel considerare il “trascendentale ecclesiologico” prodottosi dal clima di svalutazione metafisica penetrata anche all’interno di alcuni membri della Chiesa che, assieme alla deriva marxista (dai preti-operai alla teologia della liberazione) ed a certe teorie maritainiane, hanno prodotto personaggi equivoci come ad esempio Giuseppe Dossetti (1913-1996), prima politico democristiano e poi monaco, in cui l’alleato naturale del cristiano è il comunista data la comune passione per l’uomo.
Giuseppe Dossetti, hanno ribadito gli Autori, ebbe un ruolo importante sui lavori conciliari in quanto perito del cardinale Giacomo Lercaro. Nell’ultima parte del saggio, Gnocchi e Palmaro hanno posto in evidenza come la Chiesa, nel corso dei tempi, avesse utilizzato tre armi formidabili: il latino, la predicazione apologetica per il popolo, lo stile definitorio e giuridico.
 
Quest’ultimo tratto, lo stile definitorio, hanno sottolineato gli Autori, ha permesso alla Chiesa di contrastare l’eresia e di precisare nel tempo la dottrina cattolica senza equivoci e senza ambiguità. Al contrario, hanno osservato Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, dal Concilio Vaticano II in poi, lo stile definitorio è stato progressivamente abbandonato … per sostituirlo con quello discorsivo. Continuando nell’analisi critica attraverso la terminologia kantiana, gli Autori hanno parlato di una “critica della ragion ecclesiologica” prodottasi da uno svilimento della ragione in quanto incapace di conoscere il vero, la cosa in sé portando ad un abbassamento della ragione in aperto contrasto con l’allargamento della ragione richiamato dall’attuale pontefice Benedetto XVI.
 
Dinanzi ad una ragione incapace di conoscere il vero, il risultato più evidente è stato, secondo gli Autori, una Chiesa intimidita davanti al mondo, al pari dell’uomo kantiano davanti al noumeno.
Con il Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992 e con il Compendio del 2005, hanno puntualizzato gli Autori, c’è stato un ritorno al ricorso dello stile definitorio essenziale per la dottrina cristiana. Sul valore del Concilio Vaticano II, hanno sostenuto Gnocchi e Palmaro, rimangono dubbi ed equivoci, nodi irrisolti, questioni aperte che soprattutto da coloro che hanno individuato nel Vaticano II le radici di un atteggiamento di apertura, di dialogo, di confronto dovrebbero essere considerate, anziché mostrare un volto di chiusura e di intolleranza nei confronti di chiunque sollevi dubbi intorno al Concilio.
 
In conclusione, hanno evidenziato gli Autori, per aiutare la Bella Addormentata bisogna innanzitutto amarla ricordando che la carità si accompagna alla verità, così come la verità si accompagna alla carità… tocca a ciascun cattolico dare ogni giorno quel bacio alla Bella Addormentata, se veramente la ama.
 
 
FABIO TREVISAN

 

 

Per gentile concessione dell'editore Vallecchi e degli autori Gnocchi e Palmaro pubblichiamo il prologo del libro "La Bella Addormentata".

 

«Bella» perché, nonostante i nostri peccati, le nostre debolezze, i nostri tradimenti, i nostri errori, la Chiesa cattolica continua a essere, e sarà sempre, l’immacolata sposa di Cristo. «Addormentata» perché, in questi decenni, il peso dei nostri peccati, delle nostre debolezze, dei nostri tradimenti, dei nostri errori ha prodotto una crisi che ha ridotto al lumicino il vigore dottrinale e morale di tanti, troppi suoi figli.

Non sarà un’immagine perfettamente teologica, ma la «Bella Addormentata», con quella sua aria antica e fiabesca, induce volentieri a farsi bambini e permette anche a cattolici di scorza rustica di dire liberamente tutto l’amore che portano alla Chiesa e, insieme, tutto il dolore che provano per i travagli che la agitano. Senza darle della peccatrice, senza attribuirle colpe che non le appartengono e senza caricarla di pene che non le spettano. Ma neppure costringendosi al silenzio per timore di rompere il grande sonno nel quale tanti suoi membri si sono assopiti a occhi aperti. E, ancor meno, rinunciando alla ricerca di quella chimica dell’anima che ha generato una crisi epocale.

 

Fenomenologia del grande sonno

«Non credo che esista una categoria ecclesiologica che possa spiegare il non rapporto tra il Vaticano II e lo stato presente della Chiesa cattolica. Non serve nemmeno la categoria della recezione. Che cosa si sarebbe dovuto recepire, visto che il Concilio non si è preoccupato di insegnare? […] Il Concilio ha distrutto un ordine cattolico che non voleva distruggere e ha prodotto una crisi dottrinale che prima non c’era. Il Vaticano II ha prodotto una situazione in cui sarebbe stato normale chiedere la convocazione di un nuovo Concilio: e non lo si è potuto fare perché, appunto, il Concilio è già avvenuto. Né si può dire quale sarebbe l’oggetto di una convocazione di un Concilio dottrinale, perché l’unico oggetto possibile sarebbe dato proprio dai problemi nati dalla mancanza di insegnamento del Vaticano II. […] Tutti constatano la crisi ma nessuno vuole dire che è stato il Concilio a produrla; non con un gesto positivo ma con un gesto negativo: quello di non procedere a definizioni dottrinali. L’evento di crisi richiede un insegnamento e, poiché l’insegnamento è autorevole, l’insegnamento richiede sempre la condanna. Ma qui la crisi nasce proprio dal fatto che non si sa quale sia lo stato della dottrina cattolica dopo il Concilio». Secondo questo breve estratto delle due pagine con cui don Gianni Baget Bozzo apriva nel 2001 il saggio L’Anticristo, è abbastanza chiaro dove e quando sia stata prodotta la chimica del grande sonno. Se l’aria malsana del modernismo rinascente covava ben prima del Concilio, bisogna onestamente collocare nella ventunesima assise ecumenica della Chiesa cattolica lo snodo della crisi. Prima ancora che la logica, come ha illustrato Baget Bozzo, lo dice il calendario. Ma le date e i fatti, molto più delle opinioni, sono così impietosi che troppe volte vengono rimossi. E spesso neanche in cattiva fede, solo perché fanno male.

 

di Roberto de Mattei su “Il Foglio” del 13/10/2011

“Tutti constatano la crisi, ma nessuno vuol dire che è stato il Concilio Vaticano II a produrla: non con un gesto positivo ma con un gesto negativo: quello di non procedere a definizioni dottrinali”, scriveva nel 2001 don Gianni Baget Bozzo, aprendo il suo saggio “L’Anticristo”. Oggi però le domande sul tappeto sono troppo numerose e urgenti perché si possa continuare a schivarle. E non eludono il problema anzi lo affrontano di petto Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, nel loro ultimo libro dall’immaginifico titolo “La Bella Addormentata. Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi.Perché si risveglierà” (Vallecchi, 2011, pp. 246, euro 12,50): un eccellente contributo per comprendere quanto accadde a Roma tra l’11 ottobre del 1963 e l’8 dicembre del 1965, e soprattutto cosa avvenne nella chiesa dopo quel fatidico triennio.

La Bella Addormentata è la chiesa che, malgrado i peccati dei suoi membri, resta splendente e immacolata, perché non è, in sé, mai peccatrice. Essa però oggi pare addormentata, perché negli ultimi decenni, gli errori e i tradimenti dei suoi membri sembrano averla immersa in un sonno che assomiglia alla morte.

Come altro definire se non sonno, la paralisi che attanaglia oggi sacerdoti e religiosi davanti agli attacchi crescenti di chi vorrebbe liquidare o stravolgere le dottrine e le strutture stesse della chiesa? Il peccato di silenzio e di omissione è un sonno dell’anima, che ha la sua radice nel mutato atteggiamento della chiesa davanti al mondo, proposto dal Vaticano II: un Concilio che si propose come solamente pastorale, e non dogmatico, come se tutti i precedenti concili dogmatici non fossero stati anch’essi pastorali.

Il fatto è che il termine pastorale non era altro che la trascrizione, all’interno della Chiesa, della categoria gramsciana di prassi in voga negli anni Sessanta. Attraverso il primato della prassi si pretendeva portare nella chiesa la stessa rivoluzione con cui, pochi anni dopo, il Sessantotto investì la società occidentale. La rivoluzione ci fu, ma nel linguaggio e nella mentalità, più che nella dottrina. La prassi era il modo di rapportarsi della chiesa con il mondo, che in quegli anni effettivamente mutò, abbandonando, ad esempio, come ben sottolineano Gnocchi e Palmaro, la lingua latina, la predicazione apologetica per il popolo e lo stile definitorio e giuridico.

Il Vaticano II non ne deliberò in modo esplicito e solenne la rimozione e tuttavia il vento del Concilio spazzò via questi tre pilastri della comunicazione cattolica, sostituendoli con un nuovo modo di esprimersi e di parlare ai fedeli. Il latino è stato abbandonato, l’apologetica dileggiata e denigrata, lo stile definitorio sostituito da un nuovo linguaggio pastorale, tanto vago e confuso quanto il primo era nitido e netto. Una volta accettato il primato della prassi si arrivò all’assunzione di criteri massmediatici, come vere e proprie categorie ecclesiali: gli indici di ascolto in luogo di indicatori del grado di evangelizzazione, la popolarità in luogo di misura della santità.

La assunzione del linguaggio mediatico proprio del mondo, costrinse a sottomettersi alle sue regole. La Chiesa ha come fine l’annuncio della Verità, costi quel che costi, mentre nell’universo mediatico, lo scopo del messaggio non è la trasmissione del vero, ma la propria diffusione. Ma il messaggio si diffonde talvolta tanto più ampiamente quanto nasconde o deforma una verità e il successo della comunicazione prevale sulla verità del messaggio comunicato. E siccome il mezzo è il messaggio, in ultima analisi, spiegano lucidamente gli autori del volume, la scena è dominata da mezzi di comunicazione che comunicano se stessi. In termini filosofici non interessa quello che Kant avrebbe chiamato la cosa in sé, il “noumeno”, ma il fenomeno. E’ vero solo ciò che è comunicato e nella misura in cui questo messaggio viene diffuso.

Quali sono stati i frutti di questo cambiamento pastorale? I più evidenti e clamorosi stanno nella crisi del sacerdozio. In Francia, per fare un esempio, alla vigilia del Concilio erano ordinati quasi mille sacerdoti ogni anno. Nel 2010 i sacerdoti ordinati sono stati 88, meno del dieci per cento di quanto avveniva. Ma al di là dei numeri, ciò che è evidente e palpabile è la crisi della spiritualità, che si esprime con la sostituzione del primato dell’azione a quello della contemplazione. La gran parte dei pastori oggi è affetta dal morbo del “fare”, ovvero da un frenetico attivismo che fa dimenticare la preghiera e l’adorazione.

L’abatino con lo spiderino rosso che si presenta al don Camillo di Guareschi o il don Alfio di Verdone in “Io, loro e Lara”, ma anche il parroco che ognuno di noi incontra nella chiesa accanto, incarnano un tipo umano che è figlio – legittimo o illegittimo, questo è un altro discorso – del Concilio Vaticano II. Essi mostrano tutta la tragedia di un cattolicesimo che, spiegano bene Gnocchi e Palmaro, “ha mutato secoli di metafisica in povera antropologia”. Il volume si chiude con quella nota di ottimismo soprannaturale che deve caratterizzare il pensiero e l’azione di ogni cattolico. Chi sarà il principe azzurro che risveglierà la Bella Addormentata?

Forse proprio il popolo dei fedeli, le pecorelle abbandonate “a cui toccherà chiedere che la Tradizione e la dottrina della chiesa, che la Messa e i sacramenti siano rispettati e resi al popolo come Dio vuole”. Che questa sia la strada giusta da seguire ce lo conferma un recente discorso tenuto lo scorso 18 settembre da Giovanni Franzoni a un convegno teologico madrileno. Franzoni, classe 1928, ex prete, ex abate del monastero benedettino di San Paolo fuori le Mura, è uno dei pochissimi Padri conciliari ancora sopravvissuti (insieme, in Italia, al suo amico mons. Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea).

In quel discorso dopo aver ricostruito gli umori, le attese, le delusioni dei progressisti, durante e dopo l’assise conciliare, egli giunge a questa conclusione: “Volendo ora sintetizzare, descriverei così il nodo del contrasto che grava sulla chiesa cattolica da decenni: per Wojtyla e Ratzinger il Vaticano II va visto alla luce del Concilio di Trento e del Vaticano I; per noi, invece, quei due Concili vanno letti, e relativizzati, alla luce del Vaticano II. Dunque, data questa divergente angolazione, i contrasti sono ineliminabili”.

Per Franzoni, insomma, come per la scuola di Bologna e perfino per alcuni appartenenti alla “balena bianca ecclesiale”, la regola di fede è il Concilio Vaticano II. La strada suggerita da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI e seguita da Gnocchi e Palmaro nel loro bel libro è quella, opposta, della rilettura, quando necessario critica, del Concilio Vaticano II alla luce della Tradizione.

 

di Roberto de Mattei su “Il Foglio” del 13/10/2011

 

 

 

 

 

 

 

 

   

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