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Fonte www.labussolaquotidiana.it 04/04/2012

 

Autore Riccardo Cascioli

 

A quanti nel passato ponevano al governo cinese la questione del rispetto dei diritti umani, soprattutto dopo il massacro di Piazza Tienanmen (4 giugno 1989), invariabilmente i leader di turno a Pechino rispondevano che il primo diritto umano è mangiare, e che comunque ogni cultura ha la propria gerarchia di diritti umani.

 



In altre parole, secondo la Cina è inutile parlare di libertà e democrazia se prima non hai da mangiare, e siccome la politica di riforme economiche era (ed è) tutta concentrata nell’assicurare la crescita economica del paese, questa resta la priorità e tutte le altre cose passano in second’ordine. Anzi, la stabilità politica (un eufemismo per dire il controllo ferreo del Partito comunista) è essenziale per garantire quella crescita economica che sola può soddisfare il primo dei diritti umani, cioè mangiare.
Dunque, nella concezione del governo cinese, la dittatura è addirittura essenziale per realizzare i diritti umani fondamentali i quali, inoltre, sono “locali”, cioè legati alle singole culture. Vale a dire che la libertà può essere un valore fondamentale in Occidente, ma non in Asia, dove invece prevale l’armonia.



A questo i leader occidentali hanno sempre cercato di contrapporre una visione universale dei diritti umani, così come è anche codificata nella Dichiarazione Universale del 1948. Vale a dire, certe libertà fondamentali, a cominciare dalla libertà di coscienza, valgono per ogni uomo, di ogni cultura e di ogni tempo. Così pur cercando di fare affari con la Cina, anzi privilegiando i rapporti economici, in tutti questi anni i leader europei e americani che andavano a Pechino o cercavano di mettere a tema i diritti umani o addirittura – ma questo accadeva più a ridosso dei fatti di Piazza Tienanmen – si presentavano con una lista di dissidenti o vescovi da liberare.



C’è da dire che in generale non è che i governanti occidentali abbiano mai brillato per entusiasmo sul tema, col passare degli anni è sembrato sempre di più un ripetersi stanco di un vecchio rito a cui non ci si poteva sottrarre, ma comunque c’era un’opinione pubblica o una parte di essa che spingeva per chiedere il rispetto dei diritti umani.



Oggi si deve amaramente riconoscere che la visita del nostro presidente del Consiglio Mario Monti a Pechino rappresenta il trionfo del modello cinese. Non solo il tema dei diritti umani non è stato minimamente toccato da Monti, ma nessuno nell’opinione pubblica neanche ha provato a ricordarglielo, né gliene ha chiesto ragione.



Perché? Perché la crisi economica incombe, fa paura, in Europa e in particolar modo in Italia abbiamo disperato bisogno di investimenti stranieri e oggi la Cina sembra essere l’unica “potenza” a comprare il nostro debito. Insomma, la priorità è mangiare, non è il caso di farla troppo lunga sui diritti umani. Ma questo è esattamente ciò che i leader cinesi hanno sempre sostenuto.



Del resto la lunga marcia di avvicinamento dell’Occidente al modello cinese parte da lontano: un certo liberismo ha visto fin dall’inizio con simpatia l'esperimento di Pechino che tentava di coniugare il massimo della libertà economica con il massimo del controllo politico, tanto da cominciare ad applicarlo anche da noi. Ci sono circoli elitari, vedi ad esempio il Club di Roma, che già da tempo hanno iniziato a parlare di superamento della democrazia, che sarebbe un fattore di debolezza quando ci sono da affrontare emergenze serie, soprattutto sovranazionali. E dal punto di vista culturale il relativismo dominante ha già portato a superare la concezione dei diritti universali dell’uomo introducendo i “nuovi diritti” legati allo spirito del tempo (vedi identità di genere e salute riproduttiva) con i tentativi attualmente in corso di negare – o almeno limitare – l’obiezione di coscienza.


In altre parole, i fondamenti della civiltà occidentale, che poggiano sulla cultura cristiana, sono stati già erosi a favore di una concezione ridotta e depotenziata dell’uomo. Le conseguenze, per chi vuole vedere, sono già sotto gli occhi di tutti, e la stessa crisi economica – come abbiamo scritto più volte – è l’esito di questa crisi morale e di fede.



Di fronte a tutto ciò sta la parola di Benedetto XVI che ancora nel recente viaggio in Messico e a Cuba ha rilanciato la sfida della libertà religiosa, che vale tanto per i regimi comunisti quanto per quelli laicisti. Ha detto il Papa che il diritto alla libertà religiosa "manifesta l'unità della persona umana che è, nel medesimo tempo, cittadino e credente. Legittima anche che i credenti offrano un contributo all'edificazione della società. Il suo rafforzamento consolida la convivenza, alimenta la speranza in un mondo migliore, crea condizioni propizie per la pace e per lo sviluppo armonioso e, contemporaneamente, stabilisce basi solide sulle quali assicurare i diritti delle generazioni future".



Questo è esattamente ciò che ha reso grande la civiltà occidentale, questa è l’unica strada che abbiamo per non “morire cinesi”.

   

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