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Fonte Europa 14/03/2012

 

Autore don Bernardo Cervellera

In un paese soffocato dal materialismo molti scoprono la fede cristiana come il fondamento dei diritti umani che cercano. Per questo il regime la teme

 

Al sabato sera la chiesa dell' Immacolata (Nan Tang) a Pechino è affollata all'inverosimile. Sulle fondamenta dell'antica dimora di Matteo Ricci nella capitale dell'impero, almeno 500 persone, insieme a molti bambini, partecipano alla cosiddetta "messa dei giovani". Un buon coro, dotato di strumenti antichi ed elettronici, sostiene il canto dell'assemblea, mentre sui video appesi alle colonne scorrono le parole dei canti, visibili a tutti. La legge proibisce l'educazione religiosa ai minori di 18 anni, ma prima della messa, il sacerdote offre una spiegazione del Vangelo per i più piccoli. E prima della messa, a tutta l'assemblea vengono presentate 26 persone - giovani e meno giovani - che sono arrivate per la prima volta nella chiesa cattolica e che hanno deciso di iniziare il catecumenato per ricevere il battesimo. Si calcola che ogni anno la Chiesa di Cina - ufficiale e sotterranea - amministri il battesimo ad almeno 150.000 adulti.

 


Le chiese piene e l'alto numero di battezzati sono il frutto di ciò che un vescovo cinese ha definito «la sete di Dio», sempre più diffusa fra il popolo. La società cinese appare ormai stanca del materialismo confuciano, di quello marxista e di quello - più recente - consumista. Molta gente si domanda se nella vita non ha bisogno di qualcosa di più che una casa, un'auto, vestiti firmati, benessere. Molti comunisti, poi, si vergognano per il modo in cui il Partito schiaccia i diritti di operai, contadini, villaggi nella sua corsa spasmodica verso lo sviluppo economico che crea tanti super-ricchi, ma lascia centinaia di milioni a fare da schiavi. Anche questi delusi del marxismo cercano valori spirituali più stabili del contorsionismo ideologico del Partito, sostenitore di un socialismo con caratteristiche cinesi, molto simile a un capitalismo dittatoriale.


Un altro cespite di conversioni sono i poveri e gli anziani, abbandonati dal governo e dai figli e che spesso, per poter sopravvivere, non hanno altro che la carità dei cristiani.
La Chiesa interessa pure ìin-tellighenzia: diversi professori universitari, piccoli imprenditori, professionisti, laureati sono fra coloro che diventano cristiani. A loro, la fede in un Dio fatto uomo, una persona storica, appare più appassionante e ragionevole dei miti taoisti e buddhisti. Alcuni anni fa, una statistica ha mostrato che il 60% degli universitari di Pechino e Shanghai è interessato a conoscere il cristianesimo.
Si calcola che i cattolici in Cina siano attorno ai 12 milioni; quelli ufficiali - riconosciuti dal governo - sono 5 milioni; quelli sotterranei 7 milioni. Nel 1949, alla presa di potere da parte di Mao Zedong, i cattolici erano 3 milioni. Pur con questo sviluppo, essi rimangono solo l'l% della popolazione totale, che è cresciuta fino a 1,3 miliardi di persone.


Tale sviluppo della fede avviene nonostante gli ostacoli posti dal regime. Solo due mesi fa, Zhu Weiqun, vicepresidente del Fronte unito, ha messo in guardia i quadri del Partito comunista dal partecipare alla vita di qualche comunità religiosa. Il materialismo, egli ha ricordato, è totalmente opposto alle religioni (cfr. AsiaNews.it del 20 dicembre 2011, "Vade retro satana". Nessuna religione per i membri del Partito cinese). Tali affermazioni sono dovute all'enorme sorpresa nel trovare che quasi un terzo dei membri del Partito crede ormai in qualche religione o "superstizione".


Ma tali parole, insieme a quelle - quasi contemporanee - di Wang Zuoan, direttore dell'Ufficio affari religiosi (più precisamente: Amministrazione statale degli affari religiosi) e a quelle dello stesso presidente Hu Jintao al Politburo dell'ottobre scorso, mostrano che nei confronti delle religioni e soprattutto di quelle legate all'Occidente - come ancora viene visto il cristianesimo - vi è un forte sospetto che ricorda i tempi del maoismo.
In effetti, bisogna rendersi conto che in Cina, dalla morte di Mao Zedong, molto è cambiato: rapporti internazionali, progresso economico, sviluppo, urbanistica... Ma due cose sono rimaste invariate: il controllo sociale garantito dal monopolio del Partito comunista e il controllo sulle religioni.


Per questo, come 60 anni fa, qualunque religione, per poter esistere, deve accettare il controllo del Partito o della sua longa manus, che sono le associazioni patriottiche. Queste - nel caso della chiesa cattolica - controllano chi va a messa; cosa si dice nella predica; quando celebrare e quando no; i preti che devono celebrare; chi deve essere ordinato sacerdote; il curriculum degli studi nei seminari; chi deve entrare in seminario o in un convento...


Anche i rapporti con fedeli stranieri deve essere approvato, controllato e verificato dall'Associazione patriottica (Ap), che trasforma la religione da «oppio del popolo» a «strumento di progresso sotto la guida del Partito comunista», come sostenuto da Wang Zuoan, e che in realtà rende le comunità impacciate nell'esprimere la fede, sottomettendole alle voglie e alle ambizioni dei segretari generali dell'Ap, normalmente atei.


Questo spiega perché per le comunità cristiane vi è una discreta libertà (pur controllata) nel creare ospizi per i vecchi; fare corsi di alfabetizzazione per i conladini o per i poveri migranti in città; sostenere opere di sviluppo agricolo; curare gli handicappati... Ma è proibita loro l'evangelizzazione nella società; la pubblicazione e la diffusione di libri religiosi fuori del cortile delle chiese; la catechesi all'esterno dell'edificio sacro. Chiunque sia cattolico poi, non si sogni nemmeno di poter fare carriera negli uffici o negli ospedali: i posti di comando sono riservati solo ai membri tesserati del Partito, al di là della loro competenza o professionalità. Proprio come ai tempi di Mao: meglio "rossi" che "sapienti".


Tutto questo controllo vale per le cinque religioni riconosciute dallo Stato: taoismo, buddhismo, isiam, cristianesimo protestante, cattolicesimo. Per quest'ultimo vi è anche il problema del legame con il papa "di Roma", considerato non un capo spirituale, bensì il leader politico di uno Stato straniero, perciò sospettato di cospirare contro la Cina, sotto il manto della religione.
A causa di questo "sospetto", negli ultimi anni (2000, 2006, 2009, 2010, 2011) vi sono state a fasi alterne ordinazioni episcopali senza il mandato papale (Min-dong, Kunming, Wuhu, Xuzhou, Chengde, Leshan, Shantou...), in nome dell'ideale dell'Ap, che è edificare una Chiesa "indipendente", la quale autoelegge e au-toconsacra i suoi vescovi. Tali ordinazioni illecite sono divenute sempre più impellenti perché il governo e l'Ap hanno scoperto che i vescovi della Chiesa ufficiale - perfino quelli nominati da loro - sono ormai in segreta comunione con il papa e - seguendo le indicazioni dei pontefici -integrano sempre più il loro lavoro con i vescovi e i fedeli della Chiesa sotterranea.


Proprio per questo, per rompere tale unità della Chiesa e dei cattolici cinesi con il papa, le ordinazioni illecite sono avvenute facendo violenza su vescovi e fedeli: deportando i pastori, costringendoli a partecipare alle cerimonie, bloccando le critiche dei fedeli laici, scegliendo candidali già scartati dal Vaticano perché "indegni".


Le operazioni poliziesche e di stampo maoista, che hanno caratterizzato la politica di Pechino verso vescovi e fedeli in questi ultimi anni, sono frutto diretto della frustrazione a riconoscere che in oltre 60 anni di tentativi volti a minare la fede e dividere la Chiesa cinese dal papa, la comunità cristiana vi rimane ancora legata con grande eroismo. Davanti allo Stato poliziesco, dotato di armi e manganelli, vi sono vescovi che si rifiutano di compiere gesti contro il papa; fedeli che cercano di proteggere i loro pastori; suore che manifestano contro le deportazioni; sacerdoti e laici che minacciano di non obbedire al vescovo-burattino ordinato senza il mandato papale (cfr. AsiaNews.it del 18 luglio 2011, Chiesa cinese che "resiste" allo strapotere del governo e dell'Associazione patriottica).


Proprio per sopprimere questa vitalità - rafforzatasi ancora di più dopo la pubblicazione della Lettera di Benedetto XVI alla Chiesa di Cina - negli ultimi mesi il governo sta cercando di isolare i vescovi "impenitenti",  separandoli   dai  loro fedeli, obbligandoli a corsi di  istruzione che   durano mesi (simili a un lavaggio del cervello), rifiutando il visto ai missionari stranieri in visita alla Chiesa.


Una sorte ancor più dura viene riservata ai vescovi della comunità sotterranea. AsiaNews ha lanciato una campagna per ricordare due pastori, Giacomo Su Zhimin, 80 anni, e Cosma Shi Enxiang, 90 anni, scomparsi (rispettivamente) dal 1997 e dal 2001, nelle mani della polizia. Di essi non si sa più nulla e c'è il timore che stiano subendo torture e vengano eliminati in prigione. Insieme a loro, vi sono almeno 25 sacerdoti sotterranei scomparsi o in prigione o nei campi di lavoro forzato. La loro unica "colpa" è quella di non voler rompere il rapporto con il papa e non voler aderire all'Ap. Come tutti i fedeli della comunità sotterranea, essi rifiutano di incontrarsi in luoghi controllati, rivendicando quella "libertà di religione" che a parole la costituzione cinese difende.


Ma pregare nelle case, istruire seminaristi in luoghi non registrati, celebrare messe in cappelle non controllate dall'Ap rappresenta un crimine contro i regolamenti governativi sulle attività religiose e per questo chi vi partecipa rischia la prigione e il lager, anche senza processo.


Negli ultimi anni si è parlato molto di una possibile ripresa dei dialoghi fra Pechino e la Santa Sede. In effetti, il Vaticano è da sempre disponibile al rapporto e la stessa Lettera di Benedetto XVI mostra una grande apertura. La Cina, da parte sua, sembrava molto vogliosa  prima  delle Olimpiadi di Pechino, per dimostrare al mondo la sua modernità e il suo liberalismo. Dopo le Olimpiadi è venuta meno l'urgenza e soprattutto è divenuto più chiaro che garantire rapporti diplomatici significa lasciare spazio e libertà alla Chiesa sia nelle ordinazioni dei vescovi, sia nella società.


Ma la società cinese attuale è segnata da grandi scosse sociali. A causa dello sviluppo economico sfrenato, della corruzione, del monopolio del potere del Partito, vi sono oltre 180 mila "incidenti di massa", cioè scontri fra polizia e popolazione, denunce di ingiustizie, scioperi di operai non pagati o pagati male; ribellioni di villaggi derubati dalle terre o il cui ambiente è stato inquinato.


La soluzione, a detta di una parte della leadership cinese e di molti dissidenti, sta nel liberalizzare la società, aprire al multipartitismo, al dialogo con la popolazione, alle riforme politiche. Ma sebbene Hu Jintao e Wen Jiabao, presidente e premier attuali, parlino da anni di "riforme politiche", tutto rimane ancorato nelle mani del Partito unico.


Chi scrive pensa che il Partito tema di riconoscere nella pratica la libertà religiosa ai cattolici proprio perché essa sarebbe l'inizio della fine del totalitarismo e del controllo. E in questo il Politburo vede un presagio della sua stessa fine.


Intanto succede un fatto molto importante: molti dissidenti che una volta rivendicavano solo diritti politici (elezioni, diritto di associazione e di opinione, di stampa...) oggi rivendicano la libertà religiosa e alcuni di essi stanno scoprendo la fede cristiana come il fondamento dei diritti umani da essi cercati.


Il terrore del Partito è che si costruisca un'alleanza fra il cristianesimo e la dissidenza e che la religione divenga il collettore di tutti gli scontenti e di tutti coloro che vorrebbero un cambiamento.


In realtà, sia i dissidenti (ad esempio quelli di Carta 08, cfr. AsiaNews.it  del 26 gennaio 2009, II testo integrale di Carta 08, per i diritti umani in Cina), sia i cattolici - che non ne hanno mai fatto uso - escludono la violenza. E la religione, quella cattolica in particolare, potrebbe essere la strada per una riconciliazione sociale. La libertà religiosa potrebbe essere l'unica via percorribile per salvare la Cina da un'implosione che diviene   sempre più possibile.

   

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