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fonte STUDI CATTOLICI n.643 settembre 2014

Autore Pietro Sormani

Lettera dalla Russia


Questa è la storia di un orrore. Un orrore totale, assoluto, quale raramente s'incontra nella storia dell'uomo, pur così drammatica e tormentata. Quello che è successo alle isole Solovki, il primo tassello dell'Arcipelago Gulag raccontato da Solgenitsin, è un'esperienza che non ha precedenti.

Ha avuto invece, purtroppo, degli imitatori. Come ha scritto Oleg Volkov, uno dei sopravvissuti al lager delle Solovki: «Presentivo confusamente che le Solovki sarebbero diventate una pietra miliare nella storia della Russia, il simbolo del suo martirio... Sentivo che quell'isola si poteva visitare solo in pellegrinaggio, come si visita un santuario o un monumento dedicato a eventi dolorosi... Come si visitano Auschwitz o Buchenwald». Il paragone è calzante, anche se diversi sono i Paesi, i tempi, le ideologie; ma uguale è il disprezzo per la vita dei detenuti e il modo come sono stati trattati. Uguale dev'essere dunque la nostra condanna, indipendentemente dai sentimenti che possiamo avere nei confronti dei Paesi coinvolti. Giustamente Volkov ha definito pellegrinaggio il viaggio alle Solovki. Perché, sebbene le isole si trovino a 150 miglia dal Circolo polare artico e siano perciò per gran parte dell'anno strette in una morsa di ghiaccio, sono diventate nel corso dei secoli un centro importante della religione ortodossa, che le riempì di chiese, di monasteri, di cappelle o di semplici eremitaggi. Molti furono in passato i pellegrini russi che vi si recarono per sfogare il loro bisogno di preghiera (la preghiera del cuore degli esicasti) o per cercare il perdono per i loro peccati. Non a caso il regista Lunguine ambientò in questa regione uno dei suoi film più famosi, che s'intitola appunto L'Isola. Alle Solovki, una cinquantina di isole, coperte di laghi e foreste, erano giunti per primi i vichinghi e altre popolazioni del Nord, che vi hanno costruito strani labirinti in pietra e terra, di cui gli scienziati non sono riusciti a comprendere il significato. Poi fu la volta di pescatori e cacciatori, alla ricerca di foche, di leoni marini e di altri animali. Ma la svolta avvenne nel XIV secolo, con l'arrivo dalla terra-ferma dell'anziano monaco Savvati, cui si aggiunse poco dopo il ricco Zosima, da poco convcrtito, che mise a disposizione i suoi beni per la costruzione del principale monastero e di svariate chiese. Non si limitarono alle opere religiose: costruirono canali, bonificarono il terreno, eressero un faro per facilitare la navigazione, ed edificarono perfino, su ordine dello Zar, una fortezza. Le truppe intervennero per sedare una rivolta popolare contro le riforme liturgiche introdotte nel XVI secolo dal patriarca Nikon. E nell'Ottocento le isole furono addirittura bombardate da due fregate britanniche, che, reduci dalla guerra di Crimea, avevano ancora voglia di menar le mani contro la Russia.

Come si vede, la storia non è mai stata tranquilla in queste terre remote; tuttavia, nessuno avrebbe potuto prevedere quel che successe nel 1923, quando Lenin decise di trasformare le isole Solovki in un «campo di prigionia per scopi speciali». Si noti, Lenin, che nella vulgata di un tempo rappresentava la parte buona del comunismo, mentre a Stalin era affidata quella cattiva del carnefice. Ma Lenin, forse ancor più di Stalin, era inflessibile nell'applicazione del teorema secondo cui, per creare un mondo nuovo, era necessario anzitutto distruggere quello vecchio. E le Solovki, con tutti quei monaci, i monasteri, le preghiere e le opere di carità, ne era un esempio e come tale andava soppresso.

Fu così che la furia devastatrice si scatenò in una prima fase contro i monaci, che furono imprigionati o costretti a fuggire, contro le chiese e i monasteri, saccheggiati, sfregiati, adibiti a celle e magazzini (molte icone furono bruciate, gli oggetti d'oro e d'argento fusi, così come le campane). Soltanto in un secondo tempo furono rinchiusi nel lager altre persone di cui si riteneva opportuna la «rieducazione»: scrittori, artisti, piccoli imprenditori, ma anche operai e contadini - in pratica tutti coloro che non avevano accolto la rivoluzione bolscevica con il necessario entusiasmo. Si calcola che nei 14 anni della sua esistenza siano transitate dal campo delle Solovki circa 600mila persone: impossibile calcolare il numero dei morti, ma esso si aggira intorno a qualche decina di migliaia.

Delle Solovki si sa poco. La distanza del lager dai grandi centri abitati e il suo isolamento lo proteggevano. Ma qualcosa dev'essere trapelato se già agli inizi degli anni Trenta Bulgakov ne fa cenno nel suo romanzo Il maestro e Margherita (che fu pubblicato molto più tardi). Qualcuno parlò delle torture che vi si perpetravano, tanto che le autorità decisero di nominare una commissione d'inchiesta, affidandola al celebrato scrittore Massimo Gorki. Per l'occasione, i monasteri furono ripuliti, i detenuti poterono lavarsi e rifocillarsi: a qualcuno furono distribuiti dei giornali, per dimostrare che potevano dedicarsi tranquillamente alla lettura (e ci fu chi li teneva al contrario, per rivelare la farsa). Gorki andò, incontrò i capi del lager e alcuni prigionieri, accuratamente istruiti, e scrisse un rapporto in cui esaltava «l'utilità sociale e la capacità rieducativa del campo», un «luogo indispensabile», allietato «da aiuole fiorite».

 

Pellegrinaggio nell'orrore

La verità era naturalmente tutt'altra; ed è venuta faticosamente alla luce, per merito soprattutto del ricercatore e fotografo Jurij Brodskij, che ha scritto un libro pubblicato una quindicina di anni fa dalla Fondazione «Russia Cristiana», che è stato poi tradotto in tutto il mondo (s'intitola Solovki, le isole del martirio). La Fondazione, che ha sede a Seriate, vicino a Bergamo, ha deciso successivamente di organizzare pellegrinaggi alle Solovki: quest'anno vi ha partecipato un numero consistente di persone, tra le quali il sottoscritto. Nella visita ci ha accompagnato lo stesso Brodskij, che continua a occuparsi dell'argomento, nonostante l'età ormai avanzata.

Con Brodskij siamo andati sul monte della Sekira, che fu la scena delle più grvi atrocità. Lì si trovava un carcere destinato ai condannati alla fucilazione: dormivano per terra, accatastati l'uno sull'altro per combattere il freddo. Ma succedeva talvolta (come nel caso di padre Pavel Florenskij, noto anche come scrittore e filosofo) che qualcuno, schiacciato dal peso, fosse ritrovato al mattino cadavere. Durante il giorno erano abbandonati, nudi, nelle camerate: talvolta erano costretti a stare su lunghe pertiche, col pericolo di cadere per terra. Per arrivare all'eremo per essere fucilati i detenuti dovevano salire una scala di 294 gradini (oggi i pellegrini più tenaci la salgono per scontare altrettanti peccati): i loro aguzzini prendevano gusto a buttarli giù, per risparmiare sulle munizioni.

Non è che la vita, nel monastero-fortezza dell'isola principale, fosse molto migliore. Anche se riuscivano a evitare la fucilazione, molti detenuti morivano di freddo, di fame, di dissenteria, di tifo, di peste. Il lavoro era pesante e consisteva soprattutto nel taglio e nel trasporto degli alberi che dovevano servire alla costruzione del canale di congiunzione tra il Mar Bianco e il Baltico. Più grave ancora era l'umiliazione che dovevano subire i detenuti, specialmente le donne che, sebbene rappresentassero soltanto un quinto della popolazione carceraria, svolgevano un ruolo essenziale nei lavori domestici. Purtroppo, specie le più giovani, diventavano facile preda delle brame dei loro superiori.

La cronaca dell'orrore potrebbe continuare a lungo; ma non aggiungerebbe nulla alla nostra pietà. Anzi, paradossalmente, potrebbe avere l'effetto opposto. La natura umana è tale che, superata una certa soglia, perfino il dolore più atroce genera assuefazione. L'abbiamo percepito anche noi durante la nostra visita, quando alla voglia di piangere è talvolta subentrato il desiderio di godere del magnifico spettacolo della natura - i laghi, le foreste, i gabbiani -, favorito da un clima quest'anno eccezionalmente favorevole: il sole ha brillato fino a mezzanotte, la temperatura ha raggiunto i 28 gradi e molti turisti russi hanno invaso le località più accessibili, sistemandosi presso alberghi improvvisati o camere d'affitto. I lavori di restauro sono ben lungi dall'essere terminati, ma le isole cominciano a tornare all'antico splendore.

Ricerche ad alto rischio

 

Abbiamo così scoperto un nuovo volto delle Solovki, che non saranno più in futuro soltanto un luogo della memoria, ma rischiano di diventare, in questo nostro mondo globalizzato e in cerca di sempre nuove avventure, un'appetita meta turistica. Questo è un pericolo da evitare. Possiamo comprendere l'aspirazione degli abitanti locali di trarre qualche vantaggio economico dalla fama acquisita dalle loro isole; ma essa è nata da un martirio che non può e non dev'essere dimenticato. Anche perché esso non ha ancora assunto una definitiva dimensione storica: altre scoperte sono state fatte di recente e non è escluso che altre possano essere fatte in futuro.

Dobbiamo ricordare che il lager delle Solovki fu chiuso nel 1937 per ordine di Stalin che, dopo l'assassinio di Kirov, aveva scatenato il «Grande Terrore»: l'aumento del numero dei detenuti aveva reso ingombranti molti campi di concentramento, che furono trasformati in più capienti prigioni. Dalle Solovki furono trasferite alcune migliaia di persone, ma per molti anni se n'era persa ogni traccia. Poi qualche indizio cominciò a emergere nella regione di Petrozavodsk. In un villaggio sperduto tra i boschi, Sandormoch, l'ingegnere meccanico Yuri Dmitriev scoprì agli inizi degli anni Novanta alcune buche sospette e, scavando, trovò dei resti di corpi umani: un buco nel cranio gli confermò che erano stati ammazzati con un colpo di pistola. Ha allargato le ricerche, ha interrogato eventuali testimoni, ha consultato gli archivi disponibili: alla fine ha calcolato che sono state uccise circa diecimila persone, molte delle quali provenienti dalle Solovki; di settemila di esse ha rintracciato perfino i nomi. Gli abbiamo chiesto se abbia avuto noie con la polizia: «Sì, hanno tentato di arrestarmi», ci ha detto sorridendo con amaro umorismo, «ma sono sempre riuscito a fuggire, nascondendomi nei boschi».

 

Putin ha stretto i freni

 

È diffusa la sensazione, in Dmitriev, in Brodskij e in altre persone che abbiamo incontrato nel nostro viaggio, che la situazione in Russia si sia fatta negli ultimi tempi più pesante, che il regime, anche a seguito della crisi ucraina, abbia stretto i freni. L'ondata di tolleranza, che aveva caratterizzato gli anni di Eltsin, si sarebbe esaurita. Non siamo in grado, naturalmente, di giudicare. La mia impressione è che la Russia stia attraversando un momento delicatissimo della sua storia e che dalle decisioni che prenderà nei prossimi mesi dipenderà il suo futuro. La responsabilità ricadrà sul capo del Kremlino, Putin; ma in misura importante riguarderà anche i capi dell'Occidente, che hanno spesso assunto un atteggiamento critico, e talvolta palesemente ostile verso la Russia.

L'argomento è vasto ed esula da questo articolo. Ma non del tutto. Pensiamo al confronto fra le Solovki e Auschwitz, fatto all'inizio. C'è chi ha rilevato, che mentre i tedeschi hanno ammesso le loro colpe, giungendo fino a chiederne il perdono (come fece il cancelliere Brandt inginocchiandosi nel ghetto di Varsavia), i russi non le hanno mai esplicitamente accettate. Bisogna tuttavia tener presenti due cose: che l'Unione Sovietica, attaccata dalla Germania nazista, ha vinto la guerra; e che la Germania ha iniziato il suo processo di redenzione una trentina di anni dopo l'Olocausto e la fine del conflitto, quando nella parte occidentale dal Paese si era installato un regime democratico. In Russia, invece, il crollo del comunismo è avvenuto soltanto nel 1989, un intervallo forse troppo breve per consentire quella revisione ideologica e morale che sarebbe auspicabile. Inoltre, questo Paese non ha mai avuto esperienze democratiche, se si esclude il breve periodo dal febbraio 1917 alla rivoluzione bolscevica dell'ottobre dello stesso anno.

Nessuna tolleranza, dunque, ma neanche alcun accanimento contro la Russia di Putin. La vigilanza è un obbligo, ma non dev'essere inquinata dai preconcetti: d'altronde, nessuno può dirsi senza peccato. L'esempio delle Solovki può essere utile per superare le nostre divergenze. Le isole sono state proclamate patrimonio dell'umanità dall'UNESCO, che ne ha riconosciuto il valore simbolico. Per i cristiani, ortodossi o cattolici che siano, sono l'emblema del martirio. Non dimentichiamoci che le vittime sono state nella stragrande maggioranza russe, anche se non sono mancate quelle polacche, ucraine o di altri Paesi dell'ex blocco sovietico. Pregare per loro significa pregare anche per il popolo russo.

Le occasioni non mancheranno. Un blocco di pietra delle Solovki è stato portato a Mosca davanti alla Lubianka, che fu sede del Kgb, la tristemente famosa polizia segreta comunista. Lì il 30 ottobre di ogni anno si celebra il «giorno della memoria», al quale chiunque può partecipare, leggendo il nome di una delle vittime del lager. È capitato in passato che qualcuno approfittasse della circostanza per criticare il governo di Putin, che del resto ha fatto parte del Kgb. Speriamo che la stessa cosa non succeda quest'anno: sarebbe un cattivo servizio per il ricordo dei martiri, per l'unità dei cristiani, per la pace tra i popoli.

   

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