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Fonte asianews.org 15/07/2014

Autore Maurizio d'Orlando



Al di là di facili slogan, l'economia cinese è in una impasse: il suo contributo alla ricchezza mondiale è basso, se si tiene conto della sua gigantesca popolazione. Ciò è dovuto agli errori del maoismo e alla transizione di Deng Xiaoping, che ha proposto modernizzazioni economiche, ma ha lasciato intatto il sistema comunista, che dura fino ad oggi. L'urgenza di un'economia centrata sull'uomo e la libertà, senza di cui la Cina rischia di annegare nel conflitto sociale e nell'insignificanza. L'analisi di un economista. Prima parte di tre.

Milano (AsiaNews) - Nel mondo e in Cina l'attenzione generale è tutta incentrata su argomenti economici contingenti: quando scoppierà in Cina la bolla immobiliare, del suo sistema bancario ombra e delle frodi nei certificati dei collaterali finanziari su materie prime inesistenti?

Riuscirà l'euro a sopravvivere alla crisi economica, al dirigismo delle sue élite tecnocratiche non elette, ai bilanci bancari stracolmi di sofferenze e crediti inesigibili?

Sopravvivrà il dollaro come valuta di riserva internazionale dopo almeno un lustro di stravizi di emissione monetaria a briglie sciolte e disinvolto abuso nel controllo dei meccanismi di pagamento internazionale?

Quando collasserà il Giappone della "Abenomics"?

Quando esploderanno le tantissime contraddizioni interne dei BRICs  e dei Paesi emergenti?

Eppure, qua e là iniziano ad emergere alcuni temi politici importanti, destinati ad assumere un ruolo di primo piano nel dibattito sociale. Dopo il secolo delle ideologie - capitalismo, nazionalismo, socialismo, comunismo, fascismo e così via - e dopo la "morte della storia", la fine cioè delle ideologie come perno del dibattito pubblico, il pendolo delle vicende sociali torna a riportare l'attenzione pubblica sugli argomenti politici e costituzionali di fondo. Il tema è quello dei diritti civili - concetto diverso da quello dei diritti umani, perché più strettamente connesso al dibattito sull'economia e sulle diverse forme di imprenditoria.

I Nuovi cittadini e Mao Zedong

L'argomento è ovviamente molto vasto e quindi ad AsiaNews ci limitiamo ad un ambito asiatico ed in particolare alla Cina. Pionieristica in Cina è stata l'opera di discussione costituzionale intrapresa dalla "Iniziativa per un Costituzione Aperta" ("Gongmeng" in cinese e "Open Constitution Initiative" in inglese). Partito in sordina nel 2003 nell'ambito della Facoltà di Legge dell'università di Pechino, il movimento ha assunto una nuova  denominazione: Nuovo Movimento dei Cittadini (New Citizens' Movement in inglese). Il nome è stato proposto a fine maggio 2012 da Xu Zhiyong (v. foto), uno dei fondatori originali del Gongmeng. Pochi mesi fa l'iniziativa è stata riproposta sul Washington Post da Teng Biao, un altro dei fondatori originali del Gongmeng. Una caratteristica significativa è che nel nome cinese il termine "cittadino" viene reso con l'ideogramma inizialmente proposto da Sun-Yat-Sen.

Non è qui nostra intenzione entrare qui in temi politici cinesi ma solo proporre alcune riflessioni da un punto di vista cattolico che possano avere una valenza più generale.

Per prima cosa bisogna partire dal concetto di cosa s'intenda per diritti civili e quale sia la relazione con lo sviluppo in Cina e le nuove strutture di imprenditoria. Il riferimento è a quella forma di economia mista contemporanea nata dal processo di transizione da un'economia di tipo stalinista - che ha una connotazione sua specifica rispetto ad altre forme di economia socialista o comunista - in un contesto sociale guidato dal Partito comunista. 

Per meglio comprendere il contesto odierno, ossia il processo di transizione da un'economia di comando a quello attuale, occorre fare qualche premessa.

In Cina il processo di transizione ha avuto il punto di partenza in quella che era l'economia maoista. In ambito industriale - all'epoca piuttosto marginale - si trattava di una forma economica stalinista, cioè di un'economia di comando che si conformava non alle esigenze dei consumatori, noi diremmo di mercato, ma ai piani quinquennali di produzione stabiliti dal governo centrale. In ambito agrario, di gran lunga il settore più vasto in termini di occupazione, la gestione economica era stata caratterizzata dalla requisizione e dalla collettivizzazione delle terre sul modello dell'Unione Sovietica - ma con caratteristiche differenti, più sul principio dei Sovkoz, le fattorie di Stato, che dei Kolkoz, la proprietà cooperativa agricola.

Il mondo della società rurale tradizionale cinese ha subito allora uno sconvolgimento epocale e drammatico, soprattutto nel concetto del diritto di proprietà dei suoli ed in generale del diritto: la terra era tutta un monopolio statale da cui spremere risorse per finanziare l'industria. In tal modo la rivoluzione maoista, data la grande rilevanza del settore agricolo, ha improntato tutta la società cinese a questa impostazione giuridica. La collettivizzazione delle terre era iniziata sin dal 1949, ma inizialmente è stata graduale. Essa assume forme radicali a partire dal "Grande Balzo in Avanti" voluto da Mao nel 1958: un grande fallimento economico che ha comportato la morte di decine di milioni di persone per la carestia e per molte altre cause connesse alle decisioni politiche. Seppure a prezzo di una tale catastrofe, di fatto Mao, però, in un certo senso ha raggiunto il suo scopo: scardinare completamente le strutture della più che bimillenaria società cinese ed i concetti stessi di proprietà, legalità e legittimità. Inoltre il sistema economico da lui imposto aveva una sua precisa coerenza interna - ovviamente con tutto il contorno di violenta coercizione (se mormori la tua insoddisfazione, vieni mandato in un campo di rieducazione e se invece sgarri, in men che non si dica, vieni fucilato). Pochi in Cina rimpiangono davvero l'epoca maoista e l'asservimento totale e minuzioso dell'intera popolazione, non solo rurale. La coerenza interna del sistema maoista è però quello che manca alla società cinese contemporanea, piena invece di contraddizioni. Da esse, non dal rimpianto del comunismo, nasce il diffuso disagio che si percepisce oggi in Cina.

La Germania nazista e la Cina di Mao

Una dittatura, anche dura, può permettere lo sviluppo economico ed il progresso tecnologico - basta prendere ad esempio il caso della Germania nazista. Non è stato così, però, per la Cina maoista. Dal punto di vista economico quelli del regime maoista sono stati gli anni di maggiore miseria in senso relativo ed assoluto. Se si esamina la serie storica bimillenaria del rapporto tra popolazione mondiale e popolazione della Cina dall'anno 1 A. D. all'epoca contemporanea osserviamo una percentuale della popolazione cinese rispetto a quella mondiale relativamente stabile: dal 25 % circa dei primi secoli si arriva a circa il 22 % verso il 1700. In tutti questi secoli il Pil cinese rispetto a quello mondiale è grosso modo pari al rapporto percentuale della popolazione cinese rispetto a quella totale del mondo, mentre a partire dal 1820 - 1840, a datare cioè dai primi scontri con l'Impero britannico,  inizia gradualmente a declinare, chiaro indice di un graduale impoverimento relativo. Nel 1950, l'anno successivo all'insediamento del Partito Comunista in Cina, dopo le distruzioni della guerra civile, le statistiche ci forniscono un quadro impressionante: la popolazione cinese è il 21,6 % di quella del mondo ma il suo  Pil è appena il 4,5 % di quello mondiale. Fino a prima dell'avvio del "Grande Balzo in Avanti", vi è una graduale modesta ripresa: nel 1958, la popolazione cinese è il 22,24% di quella mondiale e produce il 5,91% del Pil mondiale. Da quell'anno inizia per la Cina il precipizio ed il Pil cinese è circa il 4% di quello mondiale, anche perché quelli successivi sono stati gli anni altrettanto tragici della "Rivoluzione Culturale".

Dal punto di vista statistico, la ripresa si nota a partire dalle riforme agrarie di Deng Xiaoping nel 1978 e da quando viene istituita nel 1980 la prima Zona Economica Speciale, SEZ, a Shenzhen, una sorta di zona franca industriale a ridosso di Hong Kong. A titolo di paragone, nel 2013 la popolazione cinese è il 19,05% di quella del mondo ed ha prodotto il 12,34% del Pil mondiale (a cambi correnti). Sempre a titolo di paragone, nel 1913, un anno dopo la proclamazione della Repubblica di Cina il 1° gennaio 1912, la popolazione cinese era il 24,40% di quella mondiale ed il Pil era l'8,83%.

 

 


Vedi: in inglese http://chinachange.org/2012/07/11/china-needs-a-new-citizens-movement-xu-zhiyongs-%E8%AE%B8%E5%BF%97%E6%B0%B8-controversial-essay/ , in cinese http://xuzhiyong2012.blogspot.it/2012/11/blog-post_9281.html

Xu è stato da poco condannato a 4 anni di carcere per il suo impegno a favore dei diritti umani secondo la costituzione. Cfr. AsiaNews.it, 27/1/2014.

 

Vedi http://www.washingtonpost.com/opinions/chinas-growing-human-rights-movement-can-claim-many-accomplishments/2014/04/18/7c5fb650-c707-11e3-bf7a-be01a9b69cf1_story.html

Secondo la gran parte degli studi e fonti ufficiali cinesi le vittime della collettivizzazione furono circa 40 - 43 milioni, mentre il totale delle vittime del comunismo in Cina secondo le diverse fonti furono tra i 70 ed i 150 milioni di persone.

   

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