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Fonte lanuovabq.it 05/07/2013

 

Autore Robi Ronza

 

Il crollo del turismo e degli investimenti stranieri; la  caduta da 35 a 13 miliardi di dollari delle riserve di valuta, essenziali per l’acquisto sui mercati internazionali di gas, di petrolio e di cereali; il blocco dei 5 miliardi di dollari di aiuti promessi dal Fondo Monetario Internazionale per il mancato avvio delle riforme promesse: schiacciato da questi fallimenti, Mohammed Morsi,

il presidente egiziano un anno fa democraticamente eletto, è stato deposto dalle Forze armate che hanno nominato al suo posto il presidente della Corte Costituzionale, Adly Mahmud Mansour, capo dello Stato ad interim con l’incarico di guidare il governo del Cairo fino alla convocazione di nuove elezioni presidenziali.

 

Beninteso, non avrebbero potuto farlo se Morsi, espressione dei Fratelli Musulmani, si fosse dimostrato capace di affrontare efficacemente la crisi economico-sociale in cui l’Egitto è immerso. Siccome però non ci è riuscito, in fin dei conti in Egitto ben pochi si scandalizzano che Morsi sia stato messo fuori gioco non da un voto di sfiducia bensì da un intervento dell’Esercito. La sorpresa e lo sconcerto dei Paesi europei e di Washington di fronte ai clamorosi sviluppi della crisi politica egiziana dimostrano ancora una volta che in Occidente si continua a non capire, o meglio si pretende di ignorare, ciò che sul posto si vede ad occhio nudo, ovvero che in Egitto le Forze armate sono la fondamentale istituzione politico-economica del Paese. Si può esserne felici o no, ma così stanno le cose, e prescinderne non è di aiuto per nessuno.  E ciò non soltanto grazie alle industrie militari che danno lavoro a decine di migliaia di persone, ma anche perché in un Paese come l’Egitto le Forze armate sono il maggior canale di mobilità sociale: un posto dove anche il “figlio di nessuno” può sperare di salire se non tutta la scala sociale quantomeno un certo numero dei suoi gradini; e può sognare che i suoi figli, se bene indirizzati, potranno poi salirne altri.

I ragazzi e le ragazze di piazza Tahrir, e delle altre piazze simili, che manifestando e presidiando per giorni e giorni luoghi ben definiti vanno a pennello per gli operatori delle grandi reti televisive occidentali, e che è facile intervistare perché non di rado parlano un po’ di inglese e magari anche di  francese e di italiano, sono in realtà espressione di nascenti ceti medi urbani di cultura occidentalizzante consistenti in valore assoluto, ma che pesano relativamente poco in un vasto Paese la grande maggioranza dei cui abitanti vive in campagne, in piccoli centri e in periferie remote. Colmando due o tre grandi piazze del Cairo e di Alessandria, anche se  riempiono poi gli schermi televisivi dell’Egitto e di tutto il mondo fanno solo la parte del detonatore di un’esplosione che poi regolarmente li travolge. E’ già successo e succederà ancora. Senza escludere che per molti di loro quella di una democrazia compiuta sia un’autentica speranza, sta di fatto che non sono rappresentativi della maggior parte degli egiziani loro coetanei, i quali si sentono più garantiti dalla gerarchia delle Forze armate che da istituzioni democratiche largamente imperfette nonché da riti elettorali che appaiono pensati più che altro per esigenze di legittimazione a livello internazionale.

Se nell’intervento dei militari egiziani sulla scena politica non c’è nulla di sostanzialmente nuovo dal punto di vista del metodo, molto nuove risultano invece le motivazioni alla base di tale intervento che attengono non più alla tradizionale sfera della sicurezza, dell’ordine pubblico, bensì a quella dello sviluppo e dell’ammodernamento dell’economia e della società egiziane: un obiettivo che implica anche il ridimensionamento di un movimento islamista come i Fratelli Musulmani e un maggiore rispetto per gli egiziani cristiani e le loro chiese. E’ uno sviluppo al quale il nostro Paese potrebbe contribuire positivamente se avesse una politica per il Mediterraneo che farebbe bene ad avere, ma che invece purtroppo gli manca.

   

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