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Fonte lanuovabq.it 31/08/2017

Autore Riccardo Cascioli

Islamisti a Londra

A Londra ci voleva un giudice musulmano, Khatun Sapnara, per rovesciare la decisione del municipio che aveva affidato una bambina cristiana di 5 anni in sequenza a due famiglie musulmane radicali. Ora la bambina è stata affidata ai nonni ma resta lo sconcerto per decisioni che sono espressione di una resa culturale a una identità forte quale quella costituita dalla presenza islamica.

Non si tratta di un episodio isolato ma l’ultimo di una lunga sequenza. Basti pensare che appena due settimane fa, sempre in Inghilterra, si è dovuta dimettere e anche scusare pubblicamente il ministro “ombra” per le uguaglianze, la laburista Sarah Champion, per aver scritto un articolo in cui esplicitava il problema posto da alcuni gruppi nazionali (pachistani in testa) in fatto di violenze sessuali contro le ragazze bianche. L’articolo, che citava dati ufficiali, partiva dal gravissimo caso di Rotherham – peraltro la circoscrizione di cui la Champion è rappresentante – dove per anni ragazze bianche sono state abusate da gruppi di giovani pachistani senza poter denunciare il fatto per evitare accuse di razzismo. La Champion si dilungava poi sul recente caso di Newcastle dove 700 donne hanno subito aggressioni a sfondo sessuale da 18 giovani nati in Gran Bretagna ma di origine pachistana, indiana, bengalese, iraniana, turca.

Stiamo parlando di centinaia di giovani donne molestate e violentate, e parliamo soltanto di due casi venuti alla ribalta, ma per l’opinione pubblica britannica lo scandalo è indicare la provenienza culturale degli aguzzini. In piccolo è ciò che sta accadendo in questi giorni in Italia a proposito dello stupro della ragazza polacca a Rimini da parte di quattro maghrebini. 

È vero che purtroppo a commettere le violenze sessuali sono anche italiani, ma è irresponsabile non considerare il fatto che c’è un contesto sociale e culturale che rende la massiccia presenza di uomini giovani provenienti dai paesi africani un vero e proprio pericolo. E i fatti lo dimostrano: oltre all’Inghilterra basti pensare a quanto accaduto a Colonia e altre città tedesche nel Capodanno 2016, o ai numeri di violenze sessuali in rapido aumento nei paesi nord-europei.

Il rischio di essere accusati di islamofobia o razzismo fa sì che tutti i crimini del genere passino sotto silenzio. Anche le gravi violenze domestiche all’interno delle stesse famiglie islamiche, come denuncia l’Associazione delle donne marocchine in Italia (Acmid): «Si trovano spesso giudici che concedono attenuanti o addirittura assolvono perché parlano di fattore culturale», ci ha detto Souad Sbai, presidente dell’Acmid. 

C’è un generale clima di impunità che rende certe presenze ancora più aggressive. Basti pensare alla vicenda degli sgomberi a Roma; oppure a quanto accaduto l’altro giorno a Parma, dove il conducente di un autobus di linea è stato selvaggiamente picchiato da un gruppo di giovani neri che non volevano spostarsi dalla piazzola di transito del bus. «Tanto a noi non fanno niente», urlava uno di loro, una frase sentita mille altre volte. Ovvio che poi nella popolazione a un certo punto possa scattare la reazione.

Ma non ci sono soltanto i fatti di cronaca. Stiamo assistendo a una islamizzazione strisciante, che ormai abbraccia anche il mondo cattolico, a causa di un malinteso dialogo che assume per buona e indiscutibile la visione parziale che viene da voci islamiche, che peraltro sono spesso emanazione o vicine alla Fratellanza musulmana.

È così che, ad esempio, sono sempre più emarginate le testimonianze di quei cattolici del Medio Oriente che raccontano la persecuzione che subiscono e avvertono del pericolo mortale della penetrazione islamica attraverso l’immigrazione e non solo. Non è per alzare muri, ma il dialogo, oltre alla coscienza della propria identità, implica una reale conoscenza dell’altro. Non ci si può fabbricare una immagine ideale dell’altro, il risveglio sarà traumatico. Eppure ci sono concetti che stanno passando, anche nel mondo cattolico, che sono molto discutibili e che spianano la strada non alla conoscenza dell’islam, ma a una lenta islamizzazione. Bisognerebbe almeno avere il coraggio di paragonare questi concetti con la realtà. Eccone alcuni:

I TERRORISTI NON C’ENTRANO CON IL VERO ISLAM

Ovviamente non tutti i musulmani sono potenziali terroristi, anzi i terroristi propriamente detti sono pochi rispetto alla popolazione islamica. Eppure sappiamo benissimo che il terrorismo prospera grazie a un molto più diffuso estremismo che ne è il brodo di coltura. Abbiamo più volte presentato i risultati di accurati sondaggi che rivelano come nei paesi islamici ci sia una stragrande maggioranza della popolazione che simpatizzi per l’Isis, così come tra i musulmani in Europa è molto ampia l’omertà a difesa degli elementi più radicalizzati. Del resto l’estremismo islamico si è diffuso in Europa grazie ai pesanti finanziamenti delle ricche monarchie del Golfo. E come non riconoscere che i metodi di governo dello Stato Islamico non sono così diversi da quelli degli altri regimi islamici che vi confinano, pur se li combattono? 

IL CORANO HA GRANDE CONSIDERAZIONE PER I CRISTIANI

Recentemente abbiamo ascoltato al Meeting di Rimini il professore Mohammad Sammak, libanese fortemente impegnato nel dialogo islamo-cristiano, offrire una visione del cristianesimo nel Corano assolutamente idilliaca. I musulmani hanno grande devozione per Gesù e Maria, per la Bibbia, grande rispetto per la Chiesa e per tutti i cristiani a cominciare dai sacerdoti. Sammak, di cui non discutiamo la buona fede nel dialogo, ha tenuto a precisare che questa è l’unica vera realtà del Corano: «Il mio non è un punto di vista, ma ciò che dice il Corano», ha affermato con forza. Peccato che ci sono tanti altri dotti islamici che potrebbero dire cose molto diverse, l’islam non ha una autorità unica da tutti riconosciuta. E se ciò che dice Sammak fosse vero, come mai non c’è un solo Stato islamico – neanche in Asia – dove i cristiani sono trattati come cittadini alla pari dei musulmani? E come mai nelle attuali persecuzioni contro i cristiani sono proprio i paesi islamici a primeggiare? In un vero dialogo si può porre questa domanda senza passare per islamofobi (concetto peraltro inventato proprio dai Fratelli musulmani per tappare la bocca e facilitare l’islamizzazione dei paesi occidentali)?

I TERRORISTI NON SONO RELIGIOSI, MA DISPERATI PER IL VUOTO DELLA SOCIETA’

In questi tempi si leggono tante interpretazioni sociologiche del terrorismo islamista in Europa. È vero che molti terroristi sono stranieri di seconda o terza generazione, è anche vero che la radicalizzazione riguarda soprattutto giovani che vivono conflitti di identità, stranieri nel paese di origine dei genitori e stranieri nei paesi in cui vivono. Ecco quindi che l’islam non c’entrerebbe nulla, è solo la disperazione, il vuoto in cui vivono che favorisce l’estremismo religioso, magari di persone che non sono neanche cresciute in moschea. Tutto vero, per carità. Però ci si dovrebbe anche fare una domanda: siccome la condizione di stranieri di seconda, terza generazione con tutto quel che ne segue è comune a tante etnie, come mai a farsi esplodere, ad andare a combattere la guerra santa in Siria, a lanciare furgoni contro la folla non sono anche cinesi, filippini e così via? 

L’ISLAMISMO E’ IL FRUTTO DELLA VIOLENZA DEI PAESI OCCIDENTALI

Su questo concetto concordano sia alcuni esponenti musulmani molto vicini al mondo cattolico, come il professor Wael Farouq, docente di lingua e letteratura araba all’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano, sia diversi intellettuali cattolici di stampo terzomondista. Basterebbe leggere l’editoriale apparso su Avvenire il 29 agosto a firma Francesco Gesualdi, saggista allievo di don Lorenzo Milani, in cui si attribuisce l’attuale situazione di immigrazione – con tutto quel che ne segue – al conto che la storia ci presenterebbe: «Questa situazione l’abbiamo creata noi attraverso 500 anni di invasioni, massacri, ruberie». Quindi non lamentiamoci, espiamo le nostre colpe. È una tesi tanto falsa quanto diffusa in certi ambienti.

Questa tesi si salda però con quella di intellettuali islamici come Farouq, che in una intervista al TgCom24 del 12 gennaio 2015 diceva testualmente: «Il problema è l'islam come ideologia: l'islamismo. Un'ideologia politica. Un grande problema. Alla fonte del quale non c'è il Corano ma il tipo di modernità imposto con la forza dal colonialismo sui paesi arabi. E la stessa modernità è stata poi usata dalle dittature nei paesi arabi. Questo tipo di modernità usa la violenza che possiamo trovare in alcuni testi sacri dell'islam». Insomma, la colpa del terrorismo è del colonialismo, come la si mette è sempre tutta colpa nostra. Coneguenza: aiutiamo il vero islam ad emergere e tutti staremo meglio visto che la nostra civiltà cristiana ha solo prodotto ruberie, violenze e soprusi.

Per questo in un editoriale del 7 gennaio 2017 su Avvenire, Farouq chiede agli immigrati di non integrarsi, ma di interagire perché «siete l’identità del nuovo mondo», «siete il raggio di speranza di società sfibrate dalla corruzione dello spirito, prima ancora che dalla corruzione economica e politica». Che un intellettuale islamico parli così è anche normale ma il dialogo implicherebbe che da parte cattolica si confrontassero certe affermazioni con la storia, che si ragionasse sulle implicazioni di queste fantomatiche «identità del nuovo mondo» che dovrebbero sostituire la nostra civiltà. Invece silenzio o adesione entusiastica a queste tesi, come se la cattolicità -  sopraffatta dai sensi di colpa - non avesse più nulla da dire al mondo. Ed è così che pian piano ci sottomettiamo.

   

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