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Fonte lanuovabq.it 30/06/2016

Autore Anna Bono

Medici senza frontiere, Msf, ha iniziato una raccolta di firme: #milionidipassi, un «appello all’opinione pubblica e ai governi» a prendersi cura delle persone in fuga in nome del «diritto di tutti ad avere salva la vita». Si rivolge forse al Kenya che costruisce un muro lungo i 700 chilometri di confine con la Somalia in guerra e ha deciso di chiudere due campi che ospitano 600.000 rifugiati? 

Oppure chiede conto alla Nigeria per lo spaventoso stato d’abbandono dei 24.000 sfollati di Baga, nel nord minacciato da Boko Haram? O ancora, pensa ai 19 etiopi morti soffocati la scorsa settimana nel container in cui viaggiavano di nascosto diretti verso l’Africa australe, ai profughi rwandesi uccisi a maggio in Zambia, a quelli dello Zimbabwe, vittime in questi giorni della xenofobia in Sudafrica? 

 

L’appello è corredato dalla fotografia di una ragazzina con indosso un salvagente, il viso angosciato: «noi non vediamo una migrante», si legge sotto, «ma una bambina in fuga dalla guerra. E voi?». La risposta è scontata. È siriana, forse scappata dall’Isis. Così si capisce: Msf accusa l’Europa di respingere i profughi con la scusa che sono emigranti irregolari. «Più di 60 milioni di persone nel mondo fuggono da guerre, violenze o povertà», esordisce l’appello, «non sono criminali ma uomini, donne e bambini che hanno bisogno di cure mediche, sostegno psicologico e protezione. Chiediamo ai governi e alla comunità internazionale un cambio di passo per affrontare il tema delle popolazioni in movimento come un’urgente questione umanitaria, non più come un problema di sicurezza». 

È una richiesta sorprendente da parte di Msf. Non c’è bisogno di un cambio di passo. Quella dei profughi è per tutti da sempre una “urgente questione umanitaria”, per fronteggiare la quale si impegnano centinaia di migliaia di persone e miliardi di euro ogni anno. Nel 2015 l’Acnur, Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, migliaia di ong, tra cui Msf, e innumerevoli altri soggetti pubblici e privati, locali e internazionali hanno assistito meglio che potevano, fornendo alloggio, cure, servizi e protezione nei campi allestiti per loro e in altre strutture, 40,8 milioni di sfollati e 16,1 milioni di profughi espatriati. 

I finanziamenti – circa sette miliardi di dollari nel 2015 – provengono ogni anno quasi tutti da governi, organizzazioni e privati cittadini di Paesi ad alto livello di sviluppo: i più generosi, Stati Uniti, Ue e gli Stati europei. Secondo i dati riportati da Msf, i rifugiati in Europa sono l’11% del totale. Ma il nostro Continente contribuisce in misura determinante all’assistenza del restante 89%. Invece di riconoscerlo e apprezzarlo, Msf ci accusa di trattare male i rifugiati e di volerli  respingere. «Non possiamo lasciarli morire in mare», dice poi l’appello, «non restiamo a guardare dal molo. Chiediamo l’istituzione di canali legali e sicuri che consentano ai richiedenti asilo di raggiungere l’Europa senza essere costretti a pagare i trafficanti per la pericolosa traversata del Mediterraneo. Intanto, per fermare le morti in mare, serve un meccanismo intergovernativo di ricerca e soccorso in mare dotato di mezzi di soccorso dedicati. Subito!»

I mezzi di soccorso ci sono già, in azione giorno e notte, così come i canali legali regolati fin dal 1951 dalla Convenzione di Ginevra. Un profugo può chiedere asilo non appena mette piede oltre confine. Per questo i Paesi che ospitano più rifugiati oggi sono Turchia, Pakistan, Libano e Iran: perché confinano con Stati in guerra e i loro abitanti vi si riversano e non perché, come sostiene Msf, «dopo aver affrontato viaggi pericolosi per cercare protezione in Europa, troppo spesso le persone in fuga alle nostre frontiere trovano muri e filo spinato». 

Forse Msf vorrebbe dei centri di richiesta di asilo allestiti dall’Acnur sulle sue sponde meridionali e orientali del Mediterraneo. Ma, lasciando da parte altre importanti obiezioni, questo non eviterebbe alle persone in fuga di ricorrere ai trafficanti. Chi raggiunge le coste del Mediterraneo viaggiando clandestinamente di paese in paese si rivolge ai trafficanti e dipende da loro fin dal momento in cui esce di casa ed entra nell’illegalità. La traversata del Mediterraneo è solo l’ultimo dei problemi.   

Per finire, «l’’Europa», dice l’appello, «deve abbandonare la logica della fortezza da difendere. Chiediamo di superare i muri e il filo spinato, interrompere le deportazioni previste negli accordi con i Paesi d’origine, cessare gli abusi delle forze di polizia, offrire un’accoglienza dignitosa a chi fugge e assistere le persone più vulnerabili”. Questa terza richiesta tutt’al più può esprimere un timore per qualcosa che potrebbe succedere un domani. Quelle erette finora sono barriere ben da poco se nel 2015 sono riuscite a entrare in Europa oltre un milione di persone e tante altre dall’inizio del 2016. Nessuno richiedente asilo e nessuno che lo abbia ottenuto viene “deportato” nei paesi di origine in violazione della Convenzione di Ginevra che proibisce di rimandare in patria chi ottiene lo status giuridico di rifugiato finché persistono le condizioni che lo hanno indotto a fuggire. 

Infine, un’accoglienza dignitosa è garantita a tutti, almeno per ora, e di standard ben superiore rispetto a quella offerta in altri continenti. Certo che sarebbe tutto più semplice se, insieme ai profughi – poche centinaia di migliaia perché gli altri, la maggior parte, preferiscono rimanere vicino a casa nella speranza di tornarci – non si affollassero ai confini d’Europa milioni di emigranti irregolari. 

 

   

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