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Fonte lanuovabq.it   28/08/2014

Autore Anna Bono


Di sicuro Boko Haram contava su una risonanza maggiore a livello internazionale quando il 24 agosto ha annunciato la nascita di uno stato islamico, un califfato, in Nigeria. «Sia ringraziato Allah – dice Abubakar Shekau, il leader del gruppo jihadista, in un video della durata di 52 minuti – per aver dato la vittoria ai nostri fratelli a Gwoza e averla resa parte dello stato islamico».

 

Nel video non si chiarisce se Boko Haram considera lo “stato islamico”, a cui Gwoza, la città conquistata, è stata annessa, un’entità religiosa e politica a sé oppure un’estensione dell’Isis, il califfato istituito in Iraq da Abu Bakr al Baghdadi, di cui i terroristi nigeriani avevano festeggiato la nascita e a cui avevano promesso sostegno invocando su di esso la protezione di Allah in un video diffuso il 13 luglio. «Siamo in un califfato islamico ora – si è limitato a dire Abubakar Shekau, ripreso mentre agita un fucile, affiancato da combattenti mascherati  – non abbiamo più nulla a che fare con la Nigeria».

Quel che conta è che da alcuni mesi Boko Haram controlla stabilmente diverse località nel nord est della Nigeria: villaggi, inizialmente, ma nelle ultime settimane anche città importanti. La bandiera jihadista è stata innalzata il 20 luglio a Damboa, che conta oltre 230.000 abitanti, e all’inizio di agosto a Gwoza, che ha una popolazione di 276.000 abitanti: entrambe si trovano nel Borno, uno degli stati settentrionali, a maggioranza islamica, della federazione nigeriana. Il 20 agosto, dopo oltre un mese di assedio, è caduta anche Buni Yadi, nello Yobe, già più volte attaccata in precedenza.

La conquista di ogni località ha comportato vittime, razzie, la distruzione di edifici pubblici e privati, la fuga di decine di migliaia di persone. A Gwoza, per di più, i terroristi hanno anche attaccato una importante scuola di polizia impadronendosi di grandi quantità di armi.

Fino a pochi mesi fa i jihadisti, dopo ogni attacco e attentato, si ritiravano nelle loro basi nascoste nella foresta o si disperdevano, introvabili, tra la popolazione. L’insediamento di Boko Haram nei centri urbani del nord est segna una nuova, inquietante fase della guerra santa dichiarata dal gruppo armato.

Un altro preoccupante sviluppo è il moltiplicarsi degli attentati suicidi e in particolare la comparsa di donne kamikaze. Salvo la prima, una donna di mezza età che l’8 giugno a Gombe si è fatta esplodere uccidendo un agente di polizia, dopo essere penetrata a bordo di una motocicletta in una caserma militare, le altre sono donne giovanissime e hanno compiuto i loro attentati a Kano, capitale dell’omonimo stato. Il 27 luglio una adolescente è entrata in un campus universitario nascondendo l’esplosivo sotto il chador. È morta ferendo cinque agenti di polizia. Il giorno successivo una giovane donna si è unita a una coda di persone in attesa di acquistare del cherosene presso una stazione di rifornimento e si è fatta esplodere uccidendo tre persone e ferendone 16: poteva essere una strage di proporzioni ben maggiori se fosse riuscita a far esplodere la stazione di rifornimento, come aveva di sicuro pianificato. Sempre il 28 luglio, una ragazzina si è recata in un centro commerciale dove ha fatto detonare l’esplosivo che indossava ferendo sei persone. Il giorno successivo un’altra ragazzina kamikaze si è mescolata a un gruppo di studenti nel campus di un college ed è saltata in aria provocando la morte di sei persone.

Altri attentati sono stati sventati dalla polizia che il 5 agosto, nello stato di Katsina, ha arrestato tre persone che indossavano cinture esplosive: un uomo, una ragazza di 18 anni e una bambina di 10.

L’esercito non è riuscito a riprendere Gwoza e le altre città e neanche a impedire l’escalation di violenza iniziata a partire da gennaio. Uno degli attacchi più cruenti delle ultime settimane si è verificato il 14 luglio nel Borno dove un villaggio, Dille, è stato completamente raso al suolo. Molti abitanti erano riusciti a fuggire nella boscaglia, ma almeno 38 persone sono state uccise. Ancora più grave – oltre 60 morti e numerosi feriti – è stato l’attacco, il 19 luglio, al villaggio di Gaidamgari, sempre nel Borno. Sembra che la popolazione abbia invano tentato di impedire ai terroristi di sequestrare i giovani del villaggio. Il 23 luglio due esplosioni a distanza di due ore una dall’altra hanno causato la morte di 82 persone a Kano.

Decine di altri attentati a chiese, moschee, ponti – bersagli strategici, questi ultimi, perché servono a isolare porzioni di territorio – sono stati messi a segno dall’inizio di luglio: il bilancio delle vittime ormai deve essere aggiornato quotidianamente.

Da oltre un anno il governo nigeriano ha dichiarato lo stato d’emergenza nel Borno, nello Yobe e nell’Adamawa e vi ha inviato militari e mezzi. Ma l’esercito arretra di fronte ai terroristi, talvolta addirittura fugge al loro arrivo. lasciando indifesa la popolazione, per poi tentare, finiti gli attacchi, maldestri raid e rastrellamenti, senza curarsi di risparmiare i civili, oppure inseguimenti di miliziani in ritirata sconfinando nel vicino Camerun, come hanno fatto nei giorni scorsi 480 militari, ora alloggiati in alcune scuole dopo essere stati disarmati dalle autorità camerunesi.

Succede perché Boko Haram è assai meglio armato dei militari. È vero in effetti che vengono stanziati ingenti fondi contro il terrorismo, ma la corruzione dilagante nel paese fa sì che molte delle risorse destinate all’esercito e alla polizia siano stornate, finiscano nelle tasche di politici, funzionari e alti esponenti delle forze armate. Anche a questo riguardo si assiste a un’evoluzione allarmante. Sembra infatti che dei militari abbiano incominciato a non obbedire agli ordini: la scorsa settimana, ad esempio, 40 soldati hanno rifiutato di partecipare a una spedizione contro i jihadisti sostenendo di non essere armati in maniera adeguata. Il 10 e l’11 agosto mogli, figli e altri famigliari dei soldati di Maiduguri, la capitale del Borno, hanno organizzato manifestazioni pubbliche di protesta, erigendo posti di blocco vicino al quartier generale dell’esercito, per chiedere che i loro congiunti non fossero inviati a Gwoza dove già tanti militari sono stati uccisi da Boko Haram. Contro i manifestanti le autorità si sono avvalse delle misure entrate in vigore con lo stato d’emergenza.

 



   

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