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Fonte riscossacristiana.it 04/09/2018

Autore Patrizia Fermani

Il cavallo di Troia dei cosiddetti migranti è stato portato dentro alla cittadella sulle ruote delle parole fasulle e dei falsi sillogismi, armi sempre buone per manipolare la realtà e addormentare i cervelli.

Le migrazioni sono fenomeno antico legato alla possibilità oggettiva di una popolazione di spostarsi da una terra all’altra senza incontrare resistenza, o facendosi strada con la forza.

Mezzo mondo poté riversarsi nelle Americhe per il semplice fatto che erano in gran parte spopolate. Ma laddove le terre erano abitate, gli indigeni furono eliminati dai conquistatori decisi a prendere il loro posto. Non per nulla il buonissimo pensiero occidentale ha versato e continua a versare lacrime amarissime sulle tutt’ora esistenti riserve indiane, e sulla scomparsa di intere civiltà inghiottite dalla giungla per l’avvento di nuovi venuti.

Dunque le invasioni e le migrazioni dipendono da condizioni ambientali e da rapporti di forza.

Gli africani che non avrebbero potuto attraversare il mare per iniziativa propria o con mezzi propri come fecero i Vichinghi spingendosi ovunque a forza di remi, sono stati riversati in Italia con la seduzione di specchi luccicanti agitati al sole dagli imprenditori della deportazione, con le perdite che sappiamo.

Eppure proprio i tanti naufragi hanno giovato paradossalmente all’affare, e un doppio ricatto umanitario è diventata l’arma usata dai trafficanti per far tollerare all’infinito l’anomalia degli sbarchi clandestini: la compassione per chi cerca nuove condizioni di vita e quella per chi, nel tragitto, la vita ce la rimette. Il naufragio ha tolto ogni ostacolo al trasporto successivo, istituendo l’obbligo di “accoglienza” illimitata.

Insomma l’accoglienza, che avrebbe un significato morale, ha acquistato quello del tutto concreto e materiale di trasferimento obbligatorio e illimitato in casa altrui di tutti quelli che partono dall’Africa per attraversare il mare. E siccome la popolazione africana ammonta a circa due miliardi di persone, è sembrato perfettamente logico, non solo alla Boldrini e a Bergoglio o a Fico, ma anche a tanti altri di corretta fede politica e religiosa, che si potessero rovesciare le leggi della fisica e dimostrare che nel meno ci può stare comodamente il più.

Insomma, lo spostamento di esseri umani organizzato a scopo di lucro e a costi incalcolabili di vite chiamato “migrazione”, e la conseguente “accoglienza” obbligatoria, sono apparsi tanto normali e innocui che non ci si preoccupasse granché né della sostanza criminale del fenomeno nei confronti di chi veniva indotto ad abbandonare alla cieca il proprio habitat naturale, né delle conseguenze immediate e future di un evento tanto macroscopico sulla vita di tutti gli altri.

Certo, non si poteva ignorare il possibile scontento e l’insofferenza degli autoctoni meno illuminati. Ma, contro ogni eventuale reazione avversa che consegue per esperienza alla immissione nell’organismo di un corpo estraneo, è stata subito approntata la cura miracolosa dell’”integrazione”, altra parola tuttora obbligatoria per chiunque tratti dell’argomento. Parola virtuosa, capace di eliminare a priori ogni conflitto e rendere migliori sia l’integrante che l’integrato sul presupposto che le mutazioni prodotte da tale innesto forzato siano in ogni caso proficue e in ogni caso innocue.

Per appianare tutto si partirà ovviamente dalla scuola, applicando un metodo già sperimentato con grande profitto culturale: quello dell’adeguamento verso il basso, detto anche “prima legge di Procuste”

Non importa se l’integrazione, in ragione dei rapporti quantitativi, vuole dire essenzialmente modificazione del preesistente. I pesanti altari barocchi piazzati nelle cappelle dalla controriforma, hanno trasformato la fisionomia e distrutto per sempre le atmosfere delle chiese gotiche. Come l’altare della patria sopra i fori imperiali rimane una scenografia posticcia e insensata.

In realtà l’integrazione forzata di cui parliamo è, come dice bene Fusaro pur da un diverso punto di vista, null’altro che disintegrazione culturale.

La disintegrazione degli elementi immateriali, spirituali, parte anche dal cambiamento materiale, visibile, concreto, quale è quello della stessa fisionomia di un popolo. Che piaccia o no, questo non può non avere il diritto di salvaguardare una propria fisionomia fisica modulata su un denominatore comune, una propria pur sommaria specificità, come l’individuo ha diritto alla integrità del proprio corpo. Perché è nella fisicità dei corpi che riconosciamo la nostra identità individuale e collettiva. È nelle fisionomie dei bambini che ricerchiamo istintivamente le somiglianze e le ascendenze, per il bisogno innato di riconoscerci in qualcosa che ci precede, in una storia e in una casa comune.

Intanto, l’afflusso di popolazione africana è stato ancora incrementato con il salto di qualità impresso al ricatto umanitario, quando al migrante è stata sovrapposta la più nobile figura del profugo vittima delle guerre, anch’esse umanitarie, scatenate dai nostri amici occidentali.

E quella parte italica che in altra epoca aveva negato ogni solidarietà ai profughi istriani e dalmati si è sciolta di compassione davanti ad una parola che dava lustro ai nuovi traghettati. Così, in questa grottesca commedia degli equivoci, le sempre nuove legioni di giovani e robusti maschi africani che non fuggono da nessuna guerra, con la nuova veste sciamano in bicicletta per le città dove la pianura non richiede troppo sforzo, o vanno ad appollaiarsi nei giardini e nei dintorni delle stazioni in attesa di nulla o di un pacco di droga da recapitare. Sempreché un giorno non arrivino anche le armi per mettere in moto il cavallo di Troia. Mentre i veri profughi, che come è noto desiderano di ritornare nelle proprie case, sono stati dirottati altrove.

Dovrebbe dunque bastare l’evidenza e un uso pur modesto della ragione a far tacere le parole senza senso e senza pensiero dei cantori della eterna geremiade sul “fenomeno migratorio”. Anche su tale cecità hanno puntato da sempre quelli che azionano il meccanismo.

Poi, ad illuminare definitivamente tutta la scena, c’è stato il passaggio dal piccolo al grande cabotaggio. Dopo migliaia e migliaia di lucrosi trasferimenti umanitari, fatti con mezzi di fortuna, sono comparse le navi. La migrazione è ora appannaggio loro, ed esse si presentano sicure di poter imporre le proprie leggi del mare alla maniera della Filibusta, di dettare le proprie condizioni.

Una nuova rete organizzativa al soldo dei soliti noti, che richiama troppo platealmente alla memoria i deliri dell’Idealismo Pratico grazie al quale forse il Kalergi si guadagnò il premio Carlomagno.

L’arma del ricatto è sempre quella “umanitaria”, che continua a funzionare alla perfezione in una società abituata per viltà a non difendere più il prossimo dal remoto, se stessa dal sopruso, le proprie leggi e i principi più elementari di ragione, e si spoglia anche del poco coraggio occorrente per vedere le cose come stanno.

All’ombra delle navi e dei loro armatori, prendono forma gli obiettivi di un piano che si appalesa in tutta la sua folle evidenza. Quello di una vera e propria sostituzione razziale. Un progetto accarezzato da quasi un secolo negli alambicchi mefistofelici dove si vagheggiava la creazione del mondo nuovo. Con l’aiuto insperato di una chiesa attaccata al carro dei distruttori esterni e a quelli interni sempre in collegamento stretto tra di loro. Un blocco di potere che sembra avere come obiettivo proprio la disintegrazione dei popoli e della loro storia millenaria.

Mentre si continua a non vedere il tragico paradosso di moltitudini di uomini sottratti a terre sconfinate bisognose di essere lavorate, e immessi in un piccolo territorio ricco soprattutto di un fragile patrimonio storico.

Diego Fusaro, pur vedendo nella disintegrazione culturale la conseguenza certa della importazione infinita di africani, legge in essa la creazione da parte dei potentati economici di quello che Marx chiamava l’esercito industriale di riserva, buono per abbassare il più possibile il costo del lavoro. Ma la massa sterminata dei giovani uomini nullafacenti e notoriamente privi di attitudini specifiche, sparsi per tutta Italia e provvisti di vitto e alloggio, rende persino ottimistica una tale interpretazione.

In ogni caso, resta fermo che il nostro come tutti i popoli ha bisogno di conservare per sopravvivere quella coscienza della propria identità iscritta nella natura, e che nessuna comunità può reggersi senza un sentimento identitario forte. Quello che induce a sacrificare anche la vita per la propria terra, a conservare e difendere le proprie memorie e la propria storia, a cercare ovunque le proprie radici.

Eppure, è proprio questo sentimento che si cerca ignobilmente di demonizzare, e magari eliminare per legge, a mò dell’ateismo di stato imposto dai bolscevichi. Però il gatto non può diventare erbivoro, mentre dovrebbe apparire chiaro a chiunque quanto sia folle e irresponsabile ogni piano di annientamento identitario persino attraverso la sostituzione razziale.

In televisione e sui soliti giornali imperversano ora più che mai, di fronte alla possibilità di invertire una rotta suicidaria, le signorine pettinate e gli affranti Cacciari, tutta la fauna dal cuore d’oro e dalla logica invertita, che evoca diritti inesistenti e soprusi immaginari.

C’è persino chi, affetto da un singolare daltonismo come D’Alema, è capace di affermare che l’immigrazione è fenomeno quantitativamente trascurabile, e dunque innocuo. Ma è evidente che costoro, oltre ad ignorare che da premesse false non si possono trarre conclusioni vere, non escono da tempo dal proprio parrucchiere o dalle proprie stanze insonorizzate per vedere cosa passa per le città d’Italia.

Eppure, per capire quanto sia ottusa l’isterica ideologia migratoria, basta ascoltare le parole vere e accorate di Konarè, uno che amando profondamente la propria terra usa quel cervello diventato da noi un arnese in disuso. Egli si batte per liberare l’Africa occidentale e centrale dal giogo politico ed economico francese, e spiega con chiarezza quanto sia delittuoso sottrarre gli africani all’Africa e quali i danni, irreversibili per tutti, di un esodo dissennato.

Quella terra ha bisogno di tutte le sue braccia. Le braccia di quei maschi giovani che, abbandonando le proprie donne, le costringono a cercare radici per poter sopravvivere, portando sulla schiena un bambino al quale il sole a picco cuoce il cervello.

Facciamo ascoltare le parole di Konarè ai benpensanti pettinati e no che blaterano vibranti di umanità e di livore, senza avere cognizione della realtà e senza lume di ragione. Potrebbero anche capire. Chissà.

   

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