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Fonte lanuovabq.it  23/04/2014

Autore Anna Bono


Centinaia di civili sono stati uccisi la scorsa settimana a Bentiu, nel Sud Sudan, dopo che la città è stata riconquistata dalle milizie fedeli all’ex vicepresidente Riek Machar. La notizia è stata diffusa dalle agenzie di stampa internazionali solo da poche ore, con dettagli terrificanti.

 

Originato dallo scontro tra il presidente Salva Kiir, di etnia Dinka, e Riek Machar, un Nuer, in seguito al progressivo accentramento del potere da parte del capo dello stato, il conflitto armato esploso a metà dicembre del 2013 sembra ormai degenerato in scontro etnico fuori controllo. Giornalisti, peacekeeper e funzionari della missione ONU Unmiss entrati a Bentiu dopo le stragi raccontano di mucchi di cadaveri per le strade. Per due giorni, dicono le testimonianze raccolte, i miliziani hanno dato la caccia alla popolazione non Nuer che a Bentiu, città situata nello stato settentrionale di Unity, al confine con il Sudan, comprende anche numerosi stranieri, in gran parte provenienti dagli stati sudanesi del Darfur e dei Monti Nuba, accusati di sostenere il presidente Salva Kiir e la sua etnia.

Alcuni dettagli, per il fatto di rievocare quanto avvenne nel 1994 durante il genocidio del Rwanda di cui quest’anno si celebra il ventennale, “lasciano senza fiato”, per dirla con le parole di monsignor Vincent Mojwok Nyiker, vescovo emerito della diocesi di Malakal di cui Bentiu fa parte.

Più di 200 persone sono state uccise nella moschea Kali-Ballee in cui si erano rifugiate pensando di essere al sicuro. La stessa sorte è toccata ad altri abitanti che avevano cercato scampo in una chiesa. I miliziani hanno fatto strage persino dei Nuer e di numerosi stranieri – uomini, donne e bambini – che si erano nascosti in un ospedale invece di andare ad applaudirli al loro ingresso in città.

L’Unmiss riporta – ed è una rivelazione agghiacciante, pensando appunto al Rwanda e al ruolo giocato da Radio Mille Colline nello sterminio dei Tutsi – che tramite le emittenti radio locali i miliziani Nuer hanno diffuso programmi in cui si incitava all’odio, si ingiungeva a determinate comunità di lasciare la città e si esortavano gli uomini a violentare le donne. La spirale di violenza etnica – i Nuer vengono massacrati a loro volta nelle zone sotto il controllo del governo – potrebbe essere ormai inarrestabile: è quel che si teme da mesi. “Episodi come questo – sostiene monsignor Nyiker in un’intervista all’agenzia di stampa missionaria MISNA del 22 aprile – peseranno come macigni sulla storia del paese”. Sono 22.000 le persone che nei giorni scorsi da Bentiu hanno raggiunto una base delle Nazioni Unite al confine con il Sudan e intendono restarvi, anche se la struttura non è stata pensata per un numeroso così elevato di persone e i disagi sono enormi.

Proprio in una base ONU, peraltro, si è appena compiuta un’altra strage. È successo a Bor, la capitale dello stato orientale di Jonglei. La mattina del 17 aprile centinaia di giovani in abiti civili si sono presentati alla base che ospita quasi 5.000 sfollati. Sembrava che volessero presentare delle richieste. Invece hanno forzato i cancelli d’ingresso, sono entrati e hanno incominciato a sparare all’impazzata. A fatica i peacekepper sono riusciti a respingere l’attacco. Ma, prima di ritirarsi, il commando ha ucciso almeno 58 persone: un bilancio molto probabilmente destinato a salire, dal momento che si registrano anche circa 100 feriti, alcuni dei quali in modo grave. Toby Lanzer, responsabile delle attività umanitarie delle Nazioni Unite in Sud Sudan, assicura che le difese della base sono state rafforzate e che episodi del genere non si ripeteranno: «le nostre regole di ingaggio sono chiare – ha dichiarato durante una conferenza stampa – infierire in questo modo su dei civili inermi non è solo un atto vigliacco, è abominevole. Se necessario useremo la forza per proteggere chi cerca rifugio nelle nostre basi per non morire». Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, condannando con fermezza l’accaduto, ha dichiarato che atti del genere possono essere considerati “crimini di guerra”.

Bentiu, così come altri centri urbani, e a maggior ragione essendo la capitale di uno degli stati produttori di petrolio, ha cambiato più volte mano dall’inizio del conflitto. A farne le spese sono i civili. Non vive meglio chi abita nelle campagne invase dalle milizie in lotta. Secondo Toby Lanzer, il paese rischia la peggior carestia verificatasi in Africa negli ultimi 30 anni. Nel caso si salti la stagione della semina – da aprile a maggio, durante la stagione delle piogge – a causa dell’insicurezza diffusa, la carestia riguarderà sette milioni di sud sudanesi. L’ONU sta tentando di accumulare riserve di cibo prima che le piogge rendano impraticabili molte piste. Già gli sfollati sono oltre un milione, bisognosi di tutto.

 



   

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