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Fonte http://win.storiain.net/arret/num184/artic2.asp

[Pubblico questo articolo in bonaria polemica con quello di Stefano Magni "Delitto JFK, continua la falsa narrazione sovietica" apparso oggi 28/10/2017 sulla Nuova Bussola Quotidiana e che definirei, sempre bonariamente, superficiale. G.A.C.]

Autore Renzo Paternoster

John Kennedy si fece molti nemici nel corso del suo breve mandato presidenziale. La teoria del complotto ne annovera almeno una dozzina, esterni ma soprattutto interni, talvolta molto vicini al vertice stesso dello Stato. Il tutto accompagnato da una scia di omicidi e di morti misteriose...

Una ricerca via Internet restituisce oltre ventottomila libri in commercio su John F. Kennedy, oltre millesettecento solo sul suo assassinio. A questi se ne aggiungeranno altri visto che manca un anno al cinquantesimo anniversario della morte di JFK. L'ultimo saggio risale a pochi mesi fa. È scritto da Jacqueline Kennedy, moglie dello scomparso presidente, e Arthur Meier Schlesinger Jr., storico e saggista statunitense. Il volume, come la maggior parte di quelli scritti su Kennedy e la sua morte violenta, aggiunge altri tasselli alla teoria della cospirazione mai sopita che vuole altre terribili verità sull'attentato.

Aveva quarantasei anni JFK quando fu assassinato, ed era Presidente degli Stati Uniti d'America da appena 1035 giorni. Fu ucciso a Dallas, in Texas, il 22 novembre del 1963 alle 12.30, mentre sfilava su una limousine decappottabile con la moglie Jacqueline, nella Dealey Plaza.
Alle 13.50 fu arrestato in un cinema poco distante dal luogo dell'attentato Lee Harvey Oswald, un ventiquattrenne originario di New Orleans di simpatie castriste. Quindi, alle 19.00 Oswald fu accusato di aver ucciso un poliziotto di Dallas che lo aveva fermato per un controllo dopo l'attentato a JFK; alle 23.30 seguì l'accusa di aver assassinato il presidente. Oswald si dichiarò tuttavia innocente e completamente estraneo all'attentato.
Due giorni

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JFK

dopo il suo arresto, il 24 novembre, nei sotterranei della centrale di polizia di Dallas, mentre veniva trasferito alla prigione della contea - e quindi senza che ci fosse stato il tempo di intentare a suo carico alcun processo - Lee Harvey Oswald fu a sua volta ucciso da Jack Ruby, che dichiarò di aver agito per vendicare la morte del presidente USA. Tuttavia Ruby era ritenuto vicino alla mafia italo-americana, e ciò diede adito alla teoria del complotto.
Infatti, nonostante Lee Harvey Oswald sia stato considerato l'unico assassino di Kennedy da tre inchieste ufficiali (quella dell'FBI del 1963, quella della Commissione Warren del 1964 e quella dell'United States House Select Committee on Assassinations del 1979), ancora oggi l'opinione pubblica americana e molti ricercatori sono divisi non solo sul reale movente dell'omicidio, ma anche sulla presenza di altri cecchini nella Dealey Plaza.
Strani suicidi, rivelazioni in punto di morte, testimonianze e interviste rese pubbliche postume hanno rinforzato nel corso degli anni le tesi complottiste.
È certo che JFK si era creato molti nemici. Infatti, man mano che assumeva confidenza col potere, Kennedy cominciò a perseguire una politica interna e internazionale in rotta di collisione con molti poteri occulti, statunitensi e non. È quindi indubbio che JFK era andato a cozzare fragorosamente contro potenziali mandanti del suo assassinio, e tutti con buoni motivi.

Ecco chi avrebbe potuto far assassinare Kennedy e perché.
- Il vicepresidente Lyndon Johnson e il suo entourage: per occupare il posto di Kennedy e condurre una politica meno progressista di quella di Kennedy.
- La Central Intelligence Agency: per le prospettate riforme interne che JFK voleva fare, soprattutto dopo il fallimento del famoso, oltre che grottesco, sbarco di centinaia di esuli cubani, naturalmente al soldo della CIA, presso la Baia dei Porci a Cuba nell'aprile del 1961.
- La Federal Bureau of Investigation, meglio nota con l'acronimo FBI, l'ente investigativo di polizia federale, con il suo capo J. Edgar Hoover, ritenuto "ambiguo" dal presidente e minacciato di rimozione.
- Cosa Nostra, la mafia statunitense: perché duramente combattuta da Robert Kennedy, fratello del presidente e ministro della Giustizia, anch'egli assassinato in circostanze controverse. Un altro buon motivo della mafia statunitense poteva essere legato alla volontà del presidente di abbandonare ulteriori ipotesi di recuperare Cuba all'Occidente dopo il fallimento dello sbarco alla Baia dei Porci; la mafia avrebbe così perso per sempre quella che era stata una delle sue principali roccaforti prima dell'avvento di Castro.
- I petrolieri texani: perché preoccupati per un progettato aumento delle tasse sui loro introiti.
- I notabili della Federal Reserve Bank (FRB): Kennedy emanò una linea di condotta, la direttiva 11110, con la quale sosteneva l'illegalità di alcune procedure finanziarie dell'ente, avocando praticamente al Governo da lui presieduto la facoltà di stampare banconote senza dover rendere conto alle banche centrali riunite sotto l'insegna della FRB.
- Il Ku Klux Klan (o altre organizzazioni statunitensi a contenuti razzisti): nemico giurato della linea di Kennedy contro la segregazione razziale.
- Il Pentagono e i militari: contrari sia all'ipotesi di ritiro statunitense dal conflitto in Vietnam sia alla volontà del Presidente di accordarsi con l'URSS di Krusciov per ridurre gli arsenali.
- La NASA, l'agenzia governativa civile responsabile del programma spaziale degli Stati Uniti d'America: in un memorandum scritto da Kennedy il 12 novembre 1963, dieci giorni prima del suo assassinio, indirizzato al direttore della CIA (allora James Angleton), avente per oggetto il "Riesame delle classificazioni di tutti i files del reparto spionaggio UFO

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I funerali di Kennedy

riguardante la sicurezza nazionale", si evince la volontà di Kennedy di divulgare prima a una più ampia cerchia di funzionari del governo e, quindi, a tutti gli americani, la verità sugli oggetti volanti non identificati. Il riesame dei dati avrebbe coinvolto anche la NASA. In un altro documento datato sempre 12 novembre 1963 e indirizzato a James Webb (allora amministratore dell'Agenzia aerospaziale), il presidente spiegava come gli Stati Uniti si dovessero impegnare a portare avanti un programma di esplorazione spaziale congiuntamente con le autorità sovietiche (quest'ultimo potrebbe essere stato anche un buon motivo per inquietare la CIA).
- Fidel Castro: per vendicarsi dei tentativi della CIA di eliminarlo.
- La comunità anticastrista: delusa dall'appoggio statunitense al fallito sbarco a Cuba (1961).
- I lealisti di Ngo Dinh Diem, il primo presidente della Repubblica del Vietnam del Sud ed ex alleato degli USA, "abbandonato" da Kennedy e ucciso da generali golpisti il 2 novembre 1963.
- Il KGB: desideroso di rifarsi dello smacco subito dopo la crisi dei missili cubani (ottobre 1962).
Nel corso di questi anni, tuttavia, non sono mai emersi elementi concreti, prove o documenti a carico di questi presunti mandanti. Nondimeno, a parte l'incredibile dinamica dell'attentato - con un proiettile "magico" che entra nella schiena di Kennedy, esce dalla gola, poi sterza, colpisce alla schiena il governatore del Texas John Connally che stava seduto sull'auto presidenziale, ma davanti a Jacqueline Kennedy, sterza di nuovo, colpisce al polso il governatore, sterza un'ultima volta e finisce nella coscia dell'alto funzionario texano - la scia di sangue e lunga serie di gialli irrisolti che porta con sé la morte di John Kennedy potrebbero avvalorare ora l'una ora l'altra tesi.

Iniziamo dalla misteriosa morte di Marilyn Monroe che proprio con John Kennedy avrebbe avuto una scomoda relazione sentimentale (e in seguito, pare, anche con il fratello Robert). L'attrice fu ritrovata in stato comatoso la notte tra il 4 e il 5 agosto 1962 nella sua villa di Brentwood, a Los Angeles, dal suo psicanalista Ralph S. Greenson, chiamato nel cuore della notte (alle 3.30) dalla governante della diva, Eunice Murray, preoccupata perché non riusciva a entrare nella camera di Marilyn.
Greenson, all'arrivo della polizia e dei medici, dichiarò che la morte era sopraggiunta a causa di un'overdose di barbiturici. Tuttavia è stato appurato che nella stanza mancava qualunque cosa potesse essere utilizzata per ingerire farmaci come, per esempio, un bicchiere con dell'acqua; questo particolare risulta importante soprattutto in considerazione della grande quantità di pasticche (fu detto quaranta) che la diva avrebbe ingerito. Anche l'impianto idrico del bagno della camera di Marilyn era fuori uso. Inoltre c'è da dire che i barbiturici, di solito, procurano spasmi a livello muscolare e per questo avrebbero fatto trovare il cadavere in posizione almeno fetale. Il corpo invece era disteso normalmente sul letto, come fosse stato sistemato con cura.
Questa strana ricostruzione ha lasciato aperto negli anni uno strascico di speculazioni, secondo cui la domestica dell'attrice potesse aver saputo più di quanto abbia poi raccontato. Qualche giorno dopo la morte della Monroe, la Murray tentò di incassare invano un assegno da ventimila dollari consegnatole, come riferì, dalla stessa Marilyn come compenso per il suo licenziamento. Inoltre è stato accertato che la signora Murray, nel cuore di quella stessa notte in cui fu ritrovata la diva morente, fece un bucato ad alta temperatura della biancheria da letto dove la diva era stata trovata: una probabile eliminazione di indizi scomodi. Se fosse stata davvero licenziata, e avendo ottenuto dall'attrice una "buonuscita" di ventimila dollari, perché fare il bucato a incarico terminato? E poi, perché la signora Murray voleva entrare nel cuore della notte nella stanza della diva? Un personaggio oscuro quello della governante, che appena due mesi dopo la morte della Monroe, nonostante i suoi mezzi piuttosto modesti, partì per una crociera in Europa a bordo della lussuosa RMS Queen Mary.
Stando ai sostenitori delle teorie cospirative, la morte di Marilyn fu un avvertimento da parte della mafia contro le misure prese dal presidente per combattere l'onorata società. L'attrice, sempre per i teorici della cospirazione, potrebbe anche essere stata eliminata per evitare che, a causa di una imminente rottura con Kennedy, rivelasse in pubblico imbarazzanti segreti di Stato.
Ad avvalorare quest'ultima ipotesi è un documento rinvenuto da un investigatore privato, Milo Spiriglio. Spiriglio nel 1994 ottenne una copia di ciò che appare un documento della CIA che sarebbe stato redatto il 3 agosto 1962, ovvero due giorni prima dalla morte dell'attrice. In tale documento si parlava di una intercettazione telefonica tra la giornalista Dorothy Kilgallen e un suo amico di Hollywood. In tale conversazione si parlò della imminente rottura fra la Monroe e i Kennedy e del fatto che l'attrice stava minacciando di raccontare tutti i segreti che il presidente le aveva confidato: in primis la questione UFO e i viaggi in una base segreta americana per visionare "oggetti venuti dallo spazio".

Almeno altre tre morti "sospette" si possono collegare all'attentato a JFK: quella di Mary Pinchot Meyer, quella di Dorothy Killgallen e quella di Jack Ruby, l'assassino di Lee Harvey Oswald.
Mary Pinchot Meyer, altra presunta amante di John Kennedy ed ex moglie di Cord Meyer (direttore dell'Ufficio disinformazioni della CIA), fu trovata morta un anno dopo l'omicidio di John Kennedy, uccisa con due colpi di pistola lungo un sentiero tra il fiume Potomac e il

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I vagabondi e gli angenti della CIA

canale di Georgetown a Washington. Secondo alcuni la donna fu uccisa perché in possesso di informazioni sull'assassinio Kennedy. L'assassino non fu mai individuato e nemmeno il movente. Inquietanti messaggi continuano invece ad apparire periodicamente sul luogo dove la donna fu assassinata: l'ultimo, risalente al 2008, era una croce di legno bianca con una cartolina rossa con l'aquila americana, la fotografia della donna e due scritte: «Mary Pinchot Meyer, 1920-1964» e «Ciliegie nella neve». Molti in America si aspettano che qualcuno sveli chi e perché uccise Mary Pinchot Meyer.
Dorothy Kilgallen era una giornalista dell'International News che il 4 novembre del 1965 intervistò nella sua cella Jack Ruby. Dopo l'intervista, la giornalista, incautamente, avrebbe telefonato al suo fidanzato per dirgli che aveva in mano uno scoop sensazionale ma di cui al momento non poteva parlare. Il giorno dopo la Killgallen fu ritrovata esanime nella sua casa di Manhattan in seguito all'ingestione di una miscela letale di alcool e barbiturici. Inizialmente si parlò di suicidio, in seguito la versione fu corretta come ingestione accidentale.
Anche la fine dello stesso Jack Ruby, morto di cancro fulminante (si sviluppò in una sola settimana fino a ucciderlo) prima che iniziasse il processo a suo carico per l'assassinio di Oswald, ha aggiunto un'altra stranezza agli eventi che hanno preceduto e seguito la morte di Kennedy.

Alla serie di gialli irrisolti ha fatto seguito nel corso degli anni anche un carosello di rivelazioni che ha rinfocolato la teoria della cospirazione.
In due interviste, nel 1994 a Bob Vernon e nel 2003 a Jim Marrs e Wim Dankbaar, un certo James Files, un mafioso con collegamenti con la CIA, rivelò di essere il vero cecchino dell'attentato a Kennedy insieme a Charles Nicoletti, un altro mafioso italo-americano. Lui era appostato sulla collinetta erbosa di Grassy Knoll in Dealey Plaza e sparò con una pistola Remington XP-100 "Fireball" caricata con un proiettile con l'ogiva rivestita di mercurio, mentre Nicoletti era al quinto piano del Dal-Tex Building (il deposito di libri da dove sparò Oswald).
Files, il cui vero nome è James Sutton, dichiarò di essere stato reclutato da Charles Nicoletti e che l'operazione Kennedy era stata pianificata dalla CIA e dal boss della malavita di Chicago Sam Giancana. Lee Harvey Oswald faceva parte del progetto, ma doveva servire unicamente come capro espiatorio. Un'indagine dell'FBI ha appurato, tuttavia, che James Files il 22 novembre del 1963 si trovava a Chicago e non a Dallas.
Nel 2004 arrivarono altre due testimonianze: quella E. Howard Hunt e quella di Madeleine Duncan Brown. Il primo ha registrato un nastro audio e la seconda un video che combaciano su molti punti e avvalorerebbero la tesi complottista. Howard Hunt, un agente della CIA, imputato nel caso Watergate, fece la sua confessione al figlio in punto di morte e gli fece ritrovare la sua testimonianza in una traccia audio. Nelle sue rivelazioni l'ex agente segreto, oltre a descrivere se stesso come uno "scalda-sedie" del complotto, fa i

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Il corpo di Mary Pinchot Meyer

nomi di numerosi individui con legami diretti o indiretti con la CIA. Tutti avrebbero avuto un ruolo nell'omicidio di Kennedy: Lyndon B. Johnson, futuro Presidente USA; Cord Meyer, agente della CIA e marito di Mary Meyer (presunta amante di Kennedy); David Atlee Phillips, veterano della CIA e della Baia dei Porci; Frank Sturgis, agente operativo della CIA, mercenario, veterano della Baia dei Porci e in seguito protagonista dello scandalo Watergate (uno dei vagabondi fermati il giorno dell'attentato in Dealey Plaza somiglia a Sturgis); William Harvey, veterano della CIA e della Baia dei Porci, collegato ai personaggi della mafia Santo Trafficante e Sam Giancana; Antonio Veciana, esiliato cubano, fondatore del gruppo appoggiato dalla CIA "Alpha 66"; David Morales, killer della CIA, veterano della Baia dei Porci (Morales è stato anche coinvolto nell'omicidio di Robert F. Kennedy); Lucien Sarti, assassino corso e trafficante di droga, probabilmente il "cecchino francese", il secondo a sparare dalla Grassy Knoll (la collinetta erbosa) di Dealey Plaza. Ad avvalorare le dichiarazioni di Hunt e, quindi, la sua presenza in Dealey Plaza il giorno dell'assassinio di Kennedy, è la stretta somiglianza con uno dei tre vagabondi fermati subito dopo l'omicidio di Kennedy e poi rilasciato.
Sempre recentemente, l'ex amante di Lyndon Johnson, Madeleine Duncan Brown, in una intervista video ha rivelato di avere saputo del complotto il giorno precedente al delitto e che Johnson ne faceva parte.

Da più fonti, il successore di JFK, Lyndon Baines Johnson, è dunque il personaggio che compare con maggior frequenza nelle teorie complottiste. Esiste una foto ritenuta molto significativa in proposito. Si tratta di uno scatto immediatamente successivo a quello che ritrae Johnson, accanto ad un'affranta Jacqueline Kennedy, posare la mano sinistra sulla Bibbia e prestare giuramento come presidente a bordo dell'Air Force One. In quella foto si vede Johnson volgere il capo a destra (in direzione opposta all'obiettivo) con i muscoli facciali che paiono distendersi in un largo sorriso mentre entra in contatto visivo con il potente deputato texano Albert Thomas, capo della Commissione del Congresso preposta ai finanziamenti alla NASA, il quale a sua volta gli restituisce il sorriso facendo l'occhiolino. I sostenitori del complotto non hanno "digerito" l'atteggiamento di Johnson e, soprattutto, interpretano l'occhiolino di Thomas come un "Ce l'abbiamo fatta!".
Il primo a tirare in ballo Lyndon Johnson, almeno nel senso di aver dato copertura politica all'omicidio fu proprio Lee Oswald. Due giorni dopo il suo arresto, il 24 novembre, mentre poliziotti lo stavano trasferendo nella prigione della contea, e poco prima che Jack Ruby gli sparasse, un giornalista riuscì a strappargli poche parole. Chiedendogli a chi facesse comodo l'omicidio, Oswald rispose: «Chiedete all'attuale vicepresidente». Cioè, appunto, a Johnson.
Un'altra rivelazione che tira in ballo Johnson è quella della vedova di Kennedy. In una lunga intervista rilasciata allo storico Arthur Schlesinger, stretto collaboratore di suo marito, quattro mesi dopo l'attentato, Jaqueline rivelò la sua convinzione di conoscere le eminenze grigie del piano che portò l'assassinio di suo marito, identificandole proprio in Lyndon Johnson e in una lobby di petrolieri e uomini di affari texani. Per volontà della vedova Kennedy l'intervista avrebbe dovuto essere resa pubblica dopo cinquant'anni dalla sua morte, forse per timore di possibili rappresaglie contro i suoi familiari.

Jacqueline Kennedy morì 19 maggio del 1994 e, quindi, i nastri del colloquio con Schlesinger sarebbero dovuti restare segreti fino al 2044 (i nastri si trovavano nella cassaforte della Kennedy Library di Boston). Tuttavia, appena diciassette anni dopo la morte di Jacqueline sono stati resi pubblici dalla figlia Caroline, finendo in un documentario della ABC. La figlia di Kennedy l'ha offerta all'emittente televisiva in cambio della cancellazione della miniserie The Kennedys, trasmissione che, a suo parere, avrebbe leso l'immagine della famiglia.
La famiglia Kennedy fin da subito non volle credere alla teoria del killer folle e solitario. Per questo un gruppo di detective francesi e sovietici, agenti dei servizi segreti della Francia (SDECE) e dell'URSS (KGB), furono incaricati dai Kennedy di svolgere indagini per far luce sulla vicenda. Le conclusioni approdarono in un libro firmato da James Hepburn, uno pseudonimo, e intitolato Farewell America. Nel volume si fanno i nomi di chi conosceva in anticipo il complotto contro Kennedy: Haroldson Lafayette Hunt e Edwin Walker, entrambi ricchissimi petrolieri, Edgar Hoover, capo dell'FBI e anche di una struttura parallela costituita da killer professionisti e addetta ai lavori sporchi (ad esempio far sparire i testimoni scomodi dell'assassinio di Dallas), il vicepresidente Lyndon Johnson. Il libro ebbe vita breve e quasi subito sparì dalle librerie. In Italia fu pubblicato grazie all'intervento di Gianni Agnelli, il quale ne commissionò la pubblicazione a un piccolo editore torinese, Albra, specializzato in testi scolastici. Il saggio uscì in Italia nel novembre del 1968 con il titolo L'America brucia, ma come negli States soggiornò pochissimo sugli scaffali. (il libro è di imminente ripubblicazione col titolo Complotto. La controinchiesta segreta dei Kennedy sull'omicidio di JFK, Nutrimenti Editrice, Roma, 2012).

Una seria indagine fu quella del procuratore di New Orleans Jim Garrison, che contestò il verdetto della commissione Warren. Garrison polemizzò in merito ai nomi che formavano la commissione, costituita in maggioranza da uomini vicini ai servizi segreti e agli ambienti militari. Infatti, oltre a Earl Warren, presidente della Corte Suprema, c'erano anche: Allen Dulles, ex direttore della CIA per nove anni; il deputato della Camera Gerald Ford, definito dal Newsweek «il migliore amico della CIA in seno al Congresso»; il

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L'arresto di Oswald

senatore Richard Russel, che presiedeva il comitato senatoriale per le forze armate e capitanava i servizi di informazione; John J. McCloy, che aveva ricoperto l'incarico di vice segretario alla Difesa e quello di Alto commissario del governo degli Stati Uniti nella Germania occupata alla fine della seconda guerra mondiale; il deputato della Louisiana Hale Boggs e il senatore John Sherman Cooper, del Kentucky, quest'ultimi considerati gli unici giudici obiettivi di tutta la commissione.
Partendo dal fatto che Lee Harvey Oswald aveva vissuto per alcuni mesi nella sua città, e che durante questo periodo era stato in stretto contatto con un certo David Ferrie, un personaggio misterioso implicato nella fallita invasione alla Baia dei Porci e in altre attività anticastriste, Garrison iniziò a indagare sulle amicizie di Oswald. Scoprì ben presto che era in stretto contatto anche con altri membri di una sorta di clan in rapporti con ambienti dell'FBI e della CIA. Continuando la sua indagine sulle "strane" amicizie di Oswald, il procuratore arrivò a un altro ben più misterioso personaggio, tale Clay Shaw, che si faceva passare per Clay Bertrand, facoltoso uomo d'affari di New Orleans, presumibilmente legato contemporaneamente all'invasione fallita a Cuba e ai progetti di nuove armi segrete. Garrison scoprì che fino al 1963 Clay Shaw, David Ferrie, Lee Harvey Osvald e altri personaggi che compaiono nelle inchieste sull'attentato a Kennedy, frequentavano assiduamente un locale situato al numero 544 di Camp Street a New Orleans che fungeva da ufficio di un certo Guy Bannister, ex dirigente dell'FBI. Quell'ufficio, è stato appurato, oltre a essere un'unità spionistica segreta, era il centro tutte le attività "sporche" di controllo degli esiliati cubani da parte dell'FBI.

Nel 1967, nell'imminenza di una probabile decisione di portare David Ferrie davanti a una corte penale, Garrison apprese che il suo corpo senza vita era stato ritrovato nell'appartamento in cui viveva. Si parlò di suicidio e due lettere trovate accanto al corpo confermarono la volontà di Ferrie di togliersi la vita.
Garrison e il suo team scoprirono anche che, tra le tante persone fermate sulla famigerata collinetta di Dallas subito dopo l'attentato a JFK, c'era anche un certo Earl Ray, un criminale del clan mafioso di Carlos Marcello. Earl Ray fu ritenuto l'assassino di Martin Luther King.
Uno degli assistenti di Garrison, Louis Ivon, scoprì una vicenda che diede la conferma al procuratore che Lee Harvey Osvald era stato "preparato" come capo espiatorio dell'intera vicenda. Infatti, si scoprì che un certo Oswald si era recato al concessionario Bolton Ford il 20 gennaio 1961 e aveva chiesto un preventivo per acquistare dieci camioncini. I due commessi, Fred Sewall e Oscar Deslatte, testimoniarono che Oswald si era presentato con un altro uomo dicendo di rappresentare un'organizzazione chiamata "Friends of Democratic Cuba", di cui, tra i fondatori, ritornava l'onnipresente Guy Banister. Ma Oswald in quel periodo era in Unione Sovietica, quindi il fatto che qualcuno usasse il suo nome per acquistare camioncini per l'invasione di Cuba fece sospettare a Garrison che la preparazione dell'omicidio potesse risalire ad alcuni anni prima.
Tra le altre cose Garrison scoprì che il percorso del corteo presidenziale era stato modificato all'ultimo momento. Lo staff di Garrison si era chiesto come e chi avrebbe potuto avere tanto potere da intervenire in un così delicato compito governativo. Il sindaco di Dallas era nel 1963 Earle Cabell, fratello di Charles Cabell, pezzo grosso della CIA liquidato da Kennedy insieme a Allen Dulles (membro della commissione Warren) per lo scandalo alla Baia dei Porci. Non solo. La notte del 17 novembre 1963 un impiegato dell'ufficio del FBI ricevette un comunicato in cui si diceva di diramare la notizia che a Dallas poteva verificarsi un attentato. Già a Miami Kennedy aveva rinunciato a un corteo per minacce simili, ma a Dallas nessuno si preoccupò di proteggere il presidente. La copia di quel comunicato sparì misteriosamente.
CIA, Mafia, organizzazioni razziste di destra, FBI, ricchi industriali, molte erano dunque le firme apposte al complotto che portò alla morte John Fitzgerald Kennedy e che il procuratore Garrison fece venire a galla.
Indubbiamente la morte di Kennedy faceva comodo a molti, alla CIA, alla mafia, a chi voleva bloccare la sua politica antirazziale, all'FBI, ai ricchi produttori di armi. È certo, comunque, che il successore di Kennedy cambiò radicalmente linea politica, continuando il lavorio anti Fidel Castro, interrompendo qualsiasi dialogo con l'URSS, continuando la guerra in Vietnam, lasciando in pace la CIA e i banchieri statunitensi. E quando lo "spettro" di un nuovo Kennedy, Bob, si riaffacciò sulla scena della carica presidenziale, un nuovo omicidio chiuse la vicenda.
Tornano in mente le parole pronunciate da John Kennedy in un incontro pubblico: «. chi ha cercato stupidamente di ottenere il potere cavalcando la tigre ha finito per esserne divorato». E JFK, che cercò di domare quelle tigri che volevano conservare il proprio potere, finì sbranato.

BIBLIOGRAFIA

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  • R. Dallek, JFK. John Fitzgerald Kennedy, una vita incompiuta - Mondadori, Milano, 2004
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  • P. Cortesi, John F. Kennedy. Chi lo ha ucciso? - Foschi, Forlì, 2008
  • R. C. Hoagland, M. Bara, Dark Mission: The Secret History of NASA - Feral House, Port Townsend, 2009
  • F. Forestier, Marilyn e JFK - Gremese Editore, 2009
  • G. Russo, S. Molton, Fratelli in guerra. I Kennedy, i Castro e l'omicidio politico - Cairo, Milano, 2010
  • J. Kennedy, A. M. Schlesinger Jr, Jacqueline Kennedy: Historic Conversations on Life with John F. Kennedy - Hyperion, New York, 2011
   

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