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Fonte lanuovabq.it 01/04/2016

Autore Rino Cammilleri

Com’è che alla superfavorita Hillary Clinton, già più a sinistra del suo partito che è di sinistra di suo, rischia di fare le scarpe uno che si dichiara senza peli sulla lingua “socialista”? Bernie Sanders, per giunta, non è un giovanotto appena uscito dai campus ma un ultrasettantenne. Uno, cioè, che il lunghissimo braccio di ferro tra il suo Paese e l’Impero del Socialismo Reale l’ha vissuto tutto. 

 

E, allora, da che parte stava mentre gli americani morivano per contrastare l’Urss? Ma non è tutto. A votarlo sono soprattutto gli under-30. Secondo un recente sondaggio del Washington Post per ben il 53% degli americani sotto i trent’anni il socialismo è una bella cosa. E il 69% di questi vorrebbero un Presidente socialista. Questo significa che già dalla presente generazione gli Usa si avviano a diventare, prima o poi, un Paese socialista. Come è stato possibile tutto ciò, quando dichiararsi socialisti negli Usa è stato sempre il più sicuro sistema per finire attenzionati dall’Fbi, e il miglior sistema per non farsi nemmeno candidare alle elezioni? 

Bisogna leggere gli altri sondaggi, quelli che tastano il polso alla cultura, a ciò che viene insegnato nelle università e a ciò che promana dai salotti letterari e artistici, dai media e da Hollywood (l’intrattenimento è, per fatturato, la seconda industria degli Stati Uniti). L’intero settore culturale nordamericano è in mano al marxismo gramsciano, anche se là lo chiamano in altri modi (political correctness è uno dei tanti, insieme a relativismo, progressismo etc.). Ciò spiega lo spropositato successo che, non molto tempo fa, ebbe in quegli ambienti il libro Impero del nostro “cattivo maestro” Toni Negri. Già durante la Guerra Fredda circolavano, ma come samizdat e nei giri del “dissenso”, accuse di simpatie tra settori del business e della cultura americani e i capoccioni dell’Urss. 

Il Leitmotiv era suppergiù questo: sì, il comunismo sovietico è una brutta cosa, ma è pur sempre una vittoria della ragione sulla superstizione (leggi: religioni). Negli anni Settanta un libro sintetizzò tale rapporto sotterraneo con un titolo che divenne uno slogan, Vodka-Cola, di Charles Levinson. E, in una famosa scena del romanzo Il montaggio di Vladimir Volkoff, uno scambio di ostaggi al famoso Checkpoint Charlie di Berlino mostrava che il dissidente russo da liberare aveva ai polsi un paio di manette di marca Smith & Wesson. 

Ora, per uno dei tanti paradossi della storia, ecco il nuovo scenario: la Russia, dopo il crollo del regime  comunista, cerca di ricostruirsi come grande potenza attorno alla sua antica identità di Santa Russia, con il cristianesimo ortodosso come collante nazionale e la ripresa del vecchio ruolo zarista di protettrice dei cristiani nei territori dell’ex impero ottomano, dal Medio Oriente ai Balcani. 

E gli Usa, invece, corrono verso il socialismo, imponendo a suon di dollari nel loro impero l’ideologia obamiana (che è di fatto socialista), compresa la costruzione dell’”uomo nuovo”  malthusiano, lgbt, gender ed eugenetista. Forse il prossimo inquilino della Casa Bianca sarà un repubblicano e darà una smorzata all’imperialismo “culturale”, limitandosi ai vecchi giochi geopolitici americani. Ma gli under-30 premono alle urne, e i Clint Eastwood e i Chuck Norris (cioè, l’America dei “valori americani” Dio-Patria-Famiglia) sono ormai troppo vecchi. Dovremo pregare per una Fatima che si occupi degli States?

   

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