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Fonte Litterae Communionis - Cl - aprile 1985

Intervista a Augusto Del Noce

Fu vera gloria?

  Lo sapevamo bene che il pensiero di Augusto Del Noce non è accomodante. La sua è sempre una penetrazione coraggiosa nella verità delle cose, a costo di andare contro corrente o, addirittura, di scandalizzare; ma cede alla giustificazione teorica di luoghi comuni (attività molto esercitata da certi intellettuali).

Esattamente per queste ragioni ci siamo rivolti a lui per essere aiutati a comprendere dell'esperienza della resistenza di quarantanni fa che cosa è vivo e che cosa è morto - che cosa è bene che viva e che cosa è bene che muoia - fuori da ogni retorica puramente celebrativa.

Del Noce - Prendo le mosse da una distinzione necessaria tra l'antifascismo, nato col sorgere stesso del fascismo, e la resistenza come fenomeno compreso tra l'8 settembre del '43 e il 25 aprile del '45, tra l'armistizio firmato con gli alleati e la liberazione. L'antifascismo è una realtà dotata di una sua autonomia rispetto alla resistenza come tale. Si può essere stati antifascisti, e esserlo, senza aver fatto la resistenza o quantomeno aver dissentito sulla forma che assunse. Ora, il problema storico che si pone è se il termine più adeguato per definire il periodo dall'8 settembre al 25 aprile sia " resistenza" o "guerra civile". A quarant'anni di distanza, si possono e si devono considerare gli avvenimenti di allora come oggetto di storia e non come passione che si continua ad alimentare. Il termine "resistenza" indica l'idea di una specie di "guerra santa" contro i nuovi barbari nazi-fascisti. Cioè richiama il concetto, che molti coltivavano a quell'epoca, della seconda guerra mondiale come rivoluzione. Ma ormai è assodato che l'aspetto "guerra" ha storicamente prevalso su quello di "rivoluzione". Tant'è che Yalta è esattamente il simbolo di questa prevalenza, e la concezione ideologica della guerra si trasformò in giustificazione dell'imperialismo sovietico, o anche dell'americano. Seguendo l'ottica storicamente prevalsa della "guerra", si può arrivare ad affermare che in Italia si sviluppò, dopo l'8 settembre, una guerra civile in occasione della guerra mondiale. Del resto, la tipicità della resistenza italiana consiste nel fatto che essa succedette a un rovesciamento delle alleanze militari; e si sviluppò nel momento in cui tutto faceva prevedere una sconfitta della Germania (nessuno, infatti, credeva allora all'ultima speranza di Hitler, quella di mettere a punto le armi speciali, cioè la bomba atomica, cosa che avrebbe potuto ancora rovesciare la situazione).

Il periodo della resistenza deve dunque essere giudicato un periodo glorioso, oppure un periodo tragico, come tragica è ogni guerra civile? Non c'è dubbio che l'idea di guerra civile riduce di molto la valenza apologetica della resistenza. L'ho già detto, è ora di porsi da un punto di vista storico, e dal punto di vista storico quel che conta è la verità. Del resto, qualcosa del genere bisogna riconoscerlo a riguardo della prima guerra mondiale: è ben fondata, oggi, l'affermazione che essa abbia costituito l'inizio del suicidio dell'Europa, come le parole di Benedetto XV avevano ammonito: l'«inutile strage...». Ora, questo tipo di giudizio storico non intende assolutamente negare l'onestà ideale, il valore personale, lo spirito di sacrificio di moltissimi tra i "resistenti" (il fatto che si mescolassero a loro anche degli opportunisti o dei criminali è cosa inevitabile nelle guerre civili). E vanamente si cercherebbe esempio di guerra civile in cui questa mescolanza non ci sia stata. La domanda da porsi è piuttosto quella se fosse allora conveniente promuovere una guerra civile, o se essa fosse del tutto inevitabile. Perché, se è chiaro che una "resistenza" era allora necessaria, non è detto che essa dovesse necessariamente assumere il carattere aggressivo e offensivo voluto dai comunisti e dal partito d'azione. Ritengo, e lo ritenevo già allora, che in quel momento fosse opportuno e anche possibile scegliere forme di resistenza difensive, in modo da non esasperare la lacerazione del popolo italiano, salvare in qualche modo una sostanziale unità e neutralizzare le spinte che invece volevano esasperatamente contrapporre una parte degli italiani all'al­tra. Ritengo che la mia posizione abbia fondate ragioni. Una soprattutto: che in quell'epoca l'uomo veramente grande, colui che aveva la visione più vasta e comprensiva, il papa Pio XII, certamente non incoraggiò la guerra civile italiana. E direi che anche il clero si comportò generalmente molto bene, sottolineando soprattutto la dimensione difensiva della resistenza e proteggendo i perseguitati, qualunque fosse la loro parte.

Per papa Pacelli la guerra mondiale rappresentava il frutto e la catastrofe dell'immanentismo etico: credo che questa sia la formula più precisa per definire la sua posizione. Che cosa intendo per immanentismo etico? La tesi per cui non si è colpevoli, ma si è fatti colpevoli dalla storia. A questo immanentismo etico obbedivano tutte le forze entrate in guerra. Ora, l'Italia era nella possibilità di risorgere facendo leva su una effettiva volontà di pace. A ciò richiamavano i messaggi di Pio XII. In breve, alla volontà di partecipazione alla guerra si sostituiva la volontà di pace. Ma il Papa non fu ascoltato.

Ho parlato anche della lacerazione tra gli italiani. L'aspetto tragico della guerra civile è che essa oppone i "relativamente buoni" da una parte (dico "relativamente, perché la "parte dei buoni" o, per essere più precisi, nessuna delle due parti della guerra civile è mai rigorosamente unita) e gli "assolutamente cattivi", considerati tali, dall'altra; onde l'aspetto di crudeltà, di rifiuto della pietà che ne consegue. In realtà, dopo l'8 settembre, erano possibili, in buona fede, due ragionamenti opposti: il primo, il rifiuto del fascismo; il secondo, la fedeltà all'alleanza che doveva essere mantenuta anche nella probabile sconfitta (aggiungiamo che allora nessuno sapeva dei campi di sterminio nazisti). Io avevo optato, già da parecchi anni, quando gli antifascisti erano pochissimi, per il primo. Ma non mi sento di condannare moralmente che sceglieva, allora, per il secondo.

Quanto ai cattolici, pochissimi di loro aderirono alla Repubblica Sociale o alle milizie fasciste, e, i più, come ho già detto, scelsero forme di resistenza prevalentemente difensive e non offensive. Vero è che molto spesso hanno voluto far credere di aver partecipato alla resistenza offensiva con la stessa determinazione e in misura pari agli azionisti e ai comunisti. Voglio dire che a una positività ed equilibrio del comportamento pratico dei cattolici, non fece riscontro una consapevolezza culturale adeguata. E ciò costituì tra l'altro una breccia che venne poi sfruttata da quanti attivarono la violenta campagna contro Pio XII.

 

Litterae - Professore, lei ha ben messo in luce gli aspetti di lacerazione e di divisione presenti nell'esperienza resistenziale. Come giudica allora il fatto che negli anni '60 e '70 i valori della resistenza sono stati proposti come fattore di unità della nazione?

 

Del Noce - Mi è abbastanza facile rispondere. È stato rilanciato il tema dell'antifascismo e degli ideali

della resistenza allo scopo di affermare l'unità delle forze cosiddette democratiche. È un mito assai caro ai comunisti, i quali non possono facilmente rinunciarvi perché l'idea dell'unità antifascista copre e giustifica, in quegli anni, la strategia di partecipazione dei comunisti al governo, la strategia del compromesso storico, sempre proposta sulla base dell'unità antifascista. Franco Rodano ne è la figura più espressiva.

Ma la verità storica, anche qui, svela il carattere ideologico di simili operazioni per cui gli interessi di una parte politica vengono presentati come interessi dell'unità di tutto il popolo.

Basti ricordare, ad esempio, che non tutti gli antifascisti, di più non tutti i comunisti, aderirono alla resistenza. Non mancò chi vide in essa dei pericoli, delle ambiguità. In particolare ci fu chi vi scorse la determinante presenza di una borghesia che aveva appoggiato il fascismo e che allora cercava di riconfermare il suo ruolo di padrona della nazione. Penso, ad esempio, all'opposizione nettissima di un Bordiga, personaggio stravagante e imprevedibile finché si vuole, ma certamente figura tra le più oneste del comunismo italiano. Il riuscito alibi antifascista della borghesia non è stato finora sufficientemente indagato, et pour cause.

C'è anche un aspetto di altro genere da considerare, una componente fortemente passionale nella resistenza, un elemento di casualità nel senso che gli italiani si trovarono sotto le bandiere di questa o di quell'altra parte molto spesso per ragioni accidentali. Si pensi ai soldati sbandati nel nord, i quali dovevano pur sopravvivere, e così si aggregavano alla "banda" più vicina; la vicinanza si sostituiva al colore.

 Litterae - Che cosa fare oggi per rigenerare una vera unità di popolo, una democrazia sostanziale?

 Del Noce - Innanzitutto dire la verità, anche a riguardo della storia recente. I cattolici hanno in questo una grave responsabilità. Spesso si avverte in loro una strana reticenza a dire la verità, la fobia di non essere considerati veri antifascisti (fobia in via di scomparsa anche nei comunisti).

Del resto il mito resistenziale è stato, per una sorta di ironia della storia, distrutto dalla contestazione del '68. La contestazione si è sostituita al mito resistenziale, riprendendolo anche in parte ma in senso decisamente rivoluzionario. Fino alle conseguenze eversive del terrorismo il quale, per certi versi ricollegandosi alla resistenza, nella sua intenzione rivoluzionaria, in realtà ha inteso abbattere il "sistema" nato da essa. Lei ha ricordato come nel '74-'75 sia stata sferrata in Italia una campagna antifascista, costellata da scritte sui muri del tipo «uccidere un fascista non è reato»; campagna che poi cessò completamente. Sta di fatto che non c'è oggi più nessuno che possa ragionevolmente riproporre simile tematica. Al massimo, l'unità antifascista potrebbe essere la facciata, ma solo la facciata, di un accordo politico tra cattolici e comunisti, o anche tra laici e comunisti. Ma non ne sono tanto sicuro. Il periodo in cui la II guerra mondiale era vista come guerra di liberazione, nel senso rivoluzionario, è definitivamente chiuso. Si sperava nell'abolizione degli egoismi nazionali, degli egoismi di classe, anche: tutto ciò non è avvenuto.

Rimane fondamentale ciò che già Tocqueville ha sottolineato con molta chiarezza, che la democrazia si salva soltanto con una morale rigorosa e unitaria, quale, secondo lui, solo la religione può fondare. Occorre lavorare in questo senso per dare concretezza alle libertà fondamentali; a cominciare dalla libertà di educazione.

   

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